La migrazione social di massa, Mastodon, l’alternativa open source

 

di GIULIA CORONA

 

In informatica il passaggio da un sistema a un altro è detto migrazione. Quando siamo di fronte a fenomeni sociali possiamo parlare di flussi migratori: vi sono momenti in cui un certo numero di persone attraversano un confine virtuale per spostare la propria “residenza principale” su un altro social. Non sono fenomeni nuovi: nel 2008 molte di noi, probabilmente come Draghetta Khy-ri, aka Giorgia Meloni, hanno migrato dal social belga Netlog verso l’americano Facebook, chi per giocare a Farmville, chi per chattare con gli amici lontani.
Ora siamo spesso presenti su molteplici piattaforme con diverse identità e ogniqualvolta si aggiunge un social alla lista dei più popolosi, per inerzia apriamo un altro account, per essere presenti anche lì e placare la FOMO. Cosa succede dopo Elon Musk? Cosa succede quando in un ambiente non ci si vuole più stare? Non esistono mai alternative identiche a ciò che stiamo cercando di rimpiazzare, in questo caso esiste un social molto simile che si chiama Mastodon. Si tratta di un software libero che permette a chiunque di creare e ospitare sulla propria macchina, e quindi amministrare, un social network, o meglio un nodo dello stesso. I nodi vengono chiamati istanze e offrono funzionalità di microblogging simili a Twitter, pur avendo differenze anche strutturali piuttosto rilevanti. I toot hanno più caratteri dei tweet, ma possono sempre essere boostati, ovvero retwittati. Il feed non è unico e non è algoritmico, segue l’ordine cronologico e ci sono tre bacheche che possono essere lette: la principale, con i post degli utenti seguiti anche se appartenenti ad altre istanze; la locale, ovvero quello che succede nell’istanza di appartenenza; infine, quella federata, contenente i post pubblici di utenti appartenenti a istanze federate alla vostra. Ogni nodo o istanza ha i propri codice di condotta, termini di servizio, politica sulla privacy, opzioni sulla privacy e politiche di moderazione dei contenuti. Questi ovviamente determinano le politiche sociali del nodo, che si potrà comunque federare con altri e quindi vedere ed interagire con loro anche se questi hanno differenti termini di utilizzo. Ci sono diverse comunità italiane che hanno deciso di adottare questa tecnologia. Le prime istanze ad entrare nel mondo federato di Mastodon, vista la natura indipendente e privacy-oriented del software, sono state le libertarie mastodon.bida.immastodon.cisti.org e nebbia.lab61.org, seguite da altre. Mastodon Uno è l’istanza generalista più attiva con oltre 63.000 iscritte. Pur essendo nato nel 2016, il social vede arrivare un primo consistente flusso migratorio nel tardo 2022. Ci sono ancora delle criticità da valutare e sperimentare, prima fra tutte la moderazione e la questione degli admin e il loro sostentamento. Per ora, Mastodon può essere un’alternativa solo se le sue caratteristiche sono ciò che cerchiamo in una piazza virtuale e se siamo pronti a sperimentare una dimensione differente di socialità online.

 

di GIULIA CORONA

 

In informatica il passaggio da un sistema a un altro è detto migrazione. Quando siamo di fronte a fenomeni sociali possiamo parlare di flussi migratori: vi sono momenti in cui un certo numero di persone attraversano un confine virtuale per spostare la propria “residenza principale” su un altro social. Non sono fenomeni nuovi: nel 2008 molte di noi, probabilmente come Draghetta Khy-ri, aka Giorgia Meloni, hanno migrato dal social belga Netlog verso l’americano Facebook, chi per giocare a Farmville, chi per chattare con gli amici lontani.
Ora siamo spesso presenti su molteplici piattaforme con diverse identità e ogniqualvolta si aggiunge un social alla lista dei più popolosi, per inerzia apriamo un altro account, per essere presenti anche lì e placare la FOMO. Cosa succede dopo Elon Musk? Cosa succede quando in un ambiente non ci si vuole più stare? Non esistono mai alternative identiche a ciò che stiamo cercando di rimpiazzare, in questo caso esiste un social molto simile che si chiama Mastodon. Si tratta di un software libero che permette a chiunque di creare e ospitare sulla propria macchina, e quindi amministrare, un social network, o meglio un nodo dello stesso. I nodi vengono chiamati istanze e offrono funzionalità di microblogging simili a Twitter, pur avendo differenze anche strutturali piuttosto rilevanti. I toot hanno più caratteri dei tweet, ma possono sempre essere boostati, ovvero retwittati. Il feed non è unico e non è algoritmico, segue l’ordine cronologico e ci sono tre bacheche che possono essere lette: la principale, con i post degli utenti seguiti anche se appartenenti ad altre istanze; la locale, ovvero quello che succede nell’istanza di appartenenza; infine, quella federata, contenente i post pubblici di utenti appartenenti a istanze federate alla vostra. Ogni nodo o istanza ha i propri codice di condotta, termini di servizio, politica sulla privacy, opzioni sulla privacy e politiche di moderazione dei contenuti. Questi ovviamente determinano le politiche sociali del nodo, che si potrà comunque federare con altri e quindi vedere ed interagire con loro anche se questi hanno differenti termini di utilizzo. Ci sono diverse comunità italiane che hanno deciso di adottare questa tecnologia. Le prime istanze ad entrare nel mondo federato di Mastodon, vista la natura indipendente e privacy-oriented del software, sono state le libertarie mastodon.bida.immastodon.cisti.org e nebbia.lab61.org, seguite da altre. Mastodon Uno è l’istanza generalista più attiva con oltre 63.000 iscritte. Pur essendo nato nel 2016, il social vede arrivare un primo consistente flusso migratorio nel tardo 2022. Ci sono ancora delle criticità da valutare e sperimentare, prima fra tutte la moderazione e la questione degli admin e il loro sostentamento. Per ora, Mastodon può essere un’alternativa solo se le sue caratteristiche sono ciò che cerchiamo in una piazza virtuale e se siamo pronti a sperimentare una dimensione differente di socialità online.

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