LA PAROLA CHE VIENE DAL SILENZIO

Perché non siamo più in grado di esprimerci con serenità, autenticità e pazienza? Cosa può restituire alla parola il senso che merita, 

per essere fonte di comprensione e di coinvolgimento autentici?

 

Si dice che c’è un tempo per le parole e uno per il silenzio. Abbiamo trascorso e ancora trascorriamo troppo tempo nel chiasso delle parole. Parole spesso vuote di senso, avulse da un percorso che miri a dar linfa e vigore alla vita. Parole gettate via come si getta la carta del pop corn, senza pensare cosa possono significare per chi le ascolta. Cosa possono far germogliare nell’animo dell’altro. Siamo frastornati dalle parole, da un chiacchiericcio rumoroso, nevrotico, assillante, dove sovrana è la voglia d’esibizione, il voler apparire a tutti i costi, il voler prendersi la scena, il voler sovrastare l’altro, senza un vero ascolto, senza un vero dialogo, senza un’autentica condivisione, senza la benché minima disposizione alla comprensione, all’empatia, al sentimento. Mai epoca è stata così piena di parole e mai epoca è stata così povera di conoscenza. In linea con una cultura dominante che tutto consuma e avvilisce nello spazio di un baleno, rendendo irrilevante e povera ogni espressione umana. Nei Vangeli Gesù mette in guardia dal rischio di un’eccessiva materialità del vivere, così che la “parola”, di cui l’anima ha necessità, rimane soffocata e non fa fiorire la vita (Matteo 13, 22). La parola è il riverbero più significativo del sentire umano, il suo disporsi all’altro, il suo alimentare e fecondare un sentimento. L’elemento di congiunzione e di coesione di una Comunità, attraverso cui favorire la conoscenza, il pensiero, la cultura, la creatività, la bellezza, la partecipazione e anche la tensione per un domani migliore. Perché sia vitale, perchè sia coinvolgente e costruttiva, la parola ha bisogno d’essere ricca di contenuto e il contenuto richiede sensibilità e tempo. La sensibilità di sapere che ogni parola è responsabile per gli effetti che procura su chi la riceve e il tempo, per darle valore e senso. Ecco allora che in un’epoca come la nostra, dove tutto ciò alla parola manca, c’è bisogno di riappropriarci del tempo del silenzio. Nel quale ricercare quella serenità, quell’armonia a noi interna, in grado d’offrire alla parola il valore e il peso che merita. Ha detto Cesare Pavese: “Ricco è colui la cui parola è preceduta e favorita dal silenzio”.  In questo periodo di grande difficoltà, abbiamo bisogno d’una parola che sappia abbracciare, che sappia accarezzare, che sappia trasmettere calore e comprensione umane, che procuri e condivida emozioni e sentimento. D’una parola che alimenti fiducia, conforto e soprattutto, speranza. Non lasciamoci rubarci quanto di più prezioso abbiamo: la possibilità di esprimerci per arricchirci di vita e la vita arricchire, con la parola che viene dal cuore e al cuore va.

Romolo Paradiso

 

Perché non siamo più in grado di esprimerci con serenità, autenticità e pazienza? Cosa può restituire alla parola il senso che merita, 

per essere fonte di comprensione e di coinvolgimento autentici?

 

Si dice che c’è un tempo per le parole e uno per il silenzio. Abbiamo trascorso e ancora trascorriamo troppo tempo nel chiasso delle parole. Parole spesso vuote di senso, avulse da un percorso che miri a dar linfa e vigore alla vita. Parole gettate via come si getta la carta del pop corn, senza pensare cosa possono significare per chi le ascolta. Cosa possono far germogliare nell’animo dell’altro. Siamo frastornati dalle parole, da un chiacchiericcio rumoroso, nevrotico, assillante, dove sovrana è la voglia d’esibizione, il voler apparire a tutti i costi, il voler prendersi la scena, il voler sovrastare l’altro, senza un vero ascolto, senza un vero dialogo, senza un’autentica condivisione, senza la benché minima disposizione alla comprensione, all’empatia, al sentimento. Mai epoca è stata così piena di parole e mai epoca è stata così povera di conoscenza. In linea con una cultura dominante che tutto consuma e avvilisce nello spazio di un baleno, rendendo irrilevante e povera ogni espressione umana. Nei Vangeli Gesù mette in guardia dal rischio di un’eccessiva materialità del vivere, così che la “parola”, di cui l’anima ha necessità, rimane soffocata e non fa fiorire la vita (Matteo 13, 22). La parola è il riverbero più significativo del sentire umano, il suo disporsi all’altro, il suo alimentare e fecondare un sentimento. L’elemento di congiunzione e di coesione di una Comunità, attraverso cui favorire la conoscenza, il pensiero, la cultura, la creatività, la bellezza, la partecipazione e anche la tensione per un domani migliore. Perché sia vitale, perchè sia coinvolgente e costruttiva, la parola ha bisogno d’essere ricca di contenuto e il contenuto richiede sensibilità e tempo. La sensibilità di sapere che ogni parola è responsabile per gli effetti che procura su chi la riceve e il tempo, per darle valore e senso. Ecco allora che in un’epoca come la nostra, dove tutto ciò alla parola manca, c’è bisogno di riappropriarci del tempo del silenzio. Nel quale ricercare quella serenità, quell’armonia a noi interna, in grado d’offrire alla parola il valore e il peso che merita. Ha detto Cesare Pavese: “Ricco è colui la cui parola è preceduta e favorita dal silenzio”.  In questo periodo di grande difficoltà, abbiamo bisogno d’una parola che sappia abbracciare, che sappia accarezzare, che sappia trasmettere calore e comprensione umane, che procuri e condivida emozioni e sentimento. D’una parola che alimenti fiducia, conforto e soprattutto, speranza. Non lasciamoci rubarci quanto di più prezioso abbiamo: la possibilità di esprimerci per arricchirci di vita e la vita arricchire, con la parola che viene dal cuore e al cuore va.

Romolo Paradiso

 

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