LA PAROLA, L’AUTORITÀ E LA LIBERTÀ DI PENSIERO

Cosa sta rubando ai giovani e non solo a loro, il continuo 

utilizzo e confronto con le moderne tecnologie di comunicazione? Il ruolo dei maestri, il loro esempio  e il senso autentico 

di autorità per ritrovare percorsi di conoscenza e di libertà

 

C’è una cosa che mi ha sempre affascinato nei bambini, la loro capacità di coniare parole nuove, attraverso una fantasia vivida e una candida interpretazione della realtà.

E’ una sorta di fase ermeneutica primaria che gli permette di affacciarsi al mondo e di rapportarsi a esso, accogliendolo e spiegandolo con naturalezza e creatività.

Questa caratteristica però è oggi spesso frenata da un contatto precoce e frequente con strumenti tecnologici come lo smartphone o il computer che ostacolano lo sviluppo creativo nei bambini, limitandone anche la capacità d’espressione. 

Un danno enorme che si rivela tale soprattutto con la crescita, quando l’espressione diventa essenziale per foggiare una comunicazione di senso, completa ed esaustiva. Che possa favorire un rapporto con l’altro, con altre vite, altre idee, altre storie, per andare oltre il semplice dialogo e ambire alla conoscenza autentica. Qualcosa che arricchisce anche il vissuto personale. 

Gli effetti di questa situazione sono sotto gli occhi di tutti. La parola, l’espressione, il dialogo sono oggi più poveri, spesso frugali, superficiali, quando non nevrotici. Sovente conditi da termini che non appartengono alla nostra lingua, che non aiutano la comprensione e non favoriscono i rapporti tra le persone. 

I giovani sono sicuramente i più penalizzati, perché perdono l’importanza di dare all’espressione un contenuto frutto di un’analisi introspettiva in grado di comprendere ed esplicare con la giusta parola, quanto gravita nell’animo.

Su di loro pesa in modo rilevante la mancanza di maestri che possano condurli verso un’inversione di rotta, aprendo loro gli occhi su una realtà che li condiziona, li limita, li danneggia. Li espone a una superficiale e ridotta comprensione del vissuto.

Maestri che rappresentino un’autorità riconosciuta, quella alla quale si guarda perché in chi l’esprime si evince una consapevolezza delle cose e della vita che può stimolare conoscenza, pensiero, creatività.

Parlare di autorità di questi tempi può sembrare non conforme alle logiche più in voga, che la interpretano con sospetto per un malinteso senso della stessa, dovuto a una visone fin troppo demagogica del termine, lontana dal suo originario senso. 

Eppure noi tutti abbiamo subito il fascino di un’autorità. Che sia quella primaria di un genitore, di un nonno, di un’insegnante, quella di un artista, di un poeta, di un filosofo, di un letterato, di un politico, di un musicista o di uno sportivo, ai quali si è guardato con senso di emulazione e che non di rado hanno favorito la nostra ricerca di avvicinarsi al loro stile, al loro pensiero, alla loro arte, alla loro espressività o alla loro prestazione, con abnegazione, speranza e un pizzico di sana illusione. Tutti comportamenti che hanno arricchito il nostro momento e alimentato un’apertura all’apprendimento di nuove strade del sapere e dell’esprimersi. 

Quanto importante sono del maestro il suo sprone, le sue critiche, il suo immedesimarsi in noi, il suo esempio di vita. Le sue parole vive, piene di senso, di saggezza, di conoscenza. I suoi silenzi, che lasciano al solo sguardo il riverbero di un sentire vero e profondo. Tutti elementi in grado di suscitare in chi li riceve non solo interesse, ma anche stupore, coinvolgimento ed emozione. E quanto confortante è sapere che qualcuno autorevole è disposto ad ascoltarci, a consigliarci, ad aiutarci, a dedicarci del tempo che, nel tempo, diventa patrimonio indissolubile e ricchezza infungibile.

Perché i maestri, coloro che dispongono di una vera autorità, sono gli unici capaci di indicarci delle mappe di ricerca che stimolano l’autonoma individuazione delle vie del sapere, il cui scopo è l’attitudine costante, la tensione continua all’identificazione della verità. Passo indispensabile per un vissuto che vuole essere di libertà. Lo sviluppo civile e sociale di una comunità che ha a cuore il bene dei suoi cittadini, non può che transitare anche da qui. 

Romolo Paradiso

Cosa sta rubando ai giovani e non solo a loro, il continuo 

utilizzo e confronto con le moderne tecnologie di comunicazione? Il ruolo dei maestri, il loro esempio  e il senso autentico 

di autorità per ritrovare percorsi di conoscenza e di libertà

 

C’è una cosa che mi ha sempre affascinato nei bambini, la loro capacità di coniare parole nuove, attraverso una fantasia vivida e una candida interpretazione della realtà.

E’ una sorta di fase ermeneutica primaria che gli permette di affacciarsi al mondo e di rapportarsi a esso, accogliendolo e spiegandolo con naturalezza e creatività.

Questa caratteristica però è oggi spesso frenata da un contatto precoce e frequente con strumenti tecnologici come lo smartphone o il computer che ostacolano lo sviluppo creativo nei bambini, limitandone anche la capacità d’espressione. 

Un danno enorme che si rivela tale soprattutto con la crescita, quando l’espressione diventa essenziale per foggiare una comunicazione di senso, completa ed esaustiva. Che possa favorire un rapporto con l’altro, con altre vite, altre idee, altre storie, per andare oltre il semplice dialogo e ambire alla conoscenza autentica. Qualcosa che arricchisce anche il vissuto personale. 

Gli effetti di questa situazione sono sotto gli occhi di tutti. La parola, l’espressione, il dialogo sono oggi più poveri, spesso frugali, superficiali, quando non nevrotici. Sovente conditi da termini che non appartengono alla nostra lingua, che non aiutano la comprensione e non favoriscono i rapporti tra le persone. 

I giovani sono sicuramente i più penalizzati, perché perdono l’importanza di dare all’espressione un contenuto frutto di un’analisi introspettiva in grado di comprendere ed esplicare con la giusta parola, quanto gravita nell’animo.

Su di loro pesa in modo rilevante la mancanza di maestri che possano condurli verso un’inversione di rotta, aprendo loro gli occhi su una realtà che li condiziona, li limita, li danneggia. Li espone a una superficiale e ridotta comprensione del vissuto.

Maestri che rappresentino un’autorità riconosciuta, quella alla quale si guarda perché in chi l’esprime si evince una consapevolezza delle cose e della vita che può stimolare conoscenza, pensiero, creatività.

Parlare di autorità di questi tempi può sembrare non conforme alle logiche più in voga, che la interpretano con sospetto per un malinteso senso della stessa, dovuto a una visone fin troppo demagogica del termine, lontana dal suo originario senso. 

Eppure noi tutti abbiamo subito il fascino di un’autorità. Che sia quella primaria di un genitore, di un nonno, di un’insegnante, quella di un artista, di un poeta, di un filosofo, di un letterato, di un politico, di un musicista o di uno sportivo, ai quali si è guardato con senso di emulazione e che non di rado hanno favorito la nostra ricerca di avvicinarsi al loro stile, al loro pensiero, alla loro arte, alla loro espressività o alla loro prestazione, con abnegazione, speranza e un pizzico di sana illusione. Tutti comportamenti che hanno arricchito il nostro momento e alimentato un’apertura all’apprendimento di nuove strade del sapere e dell’esprimersi. 

Quanto importante sono del maestro il suo sprone, le sue critiche, il suo immedesimarsi in noi, il suo esempio di vita. Le sue parole vive, piene di senso, di saggezza, di conoscenza. I suoi silenzi, che lasciano al solo sguardo il riverbero di un sentire vero e profondo. Tutti elementi in grado di suscitare in chi li riceve non solo interesse, ma anche stupore, coinvolgimento ed emozione. E quanto confortante è sapere che qualcuno autorevole è disposto ad ascoltarci, a consigliarci, ad aiutarci, a dedicarci del tempo che, nel tempo, diventa patrimonio indissolubile e ricchezza infungibile.

Perché i maestri, coloro che dispongono di una vera autorità, sono gli unici capaci di indicarci delle mappe di ricerca che stimolano l’autonoma individuazione delle vie del sapere, il cui scopo è l’attitudine costante, la tensione continua all’identificazione della verità. Passo indispensabile per un vissuto che vuole essere di libertà. Lo sviluppo civile e sociale di una comunità che ha a cuore il bene dei suoi cittadini, non può che transitare anche da qui. 

Romolo Paradiso

Previous article
Next article
Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli