Politica

PRIMA PAGINA-La partita Ue passa per nomine

di Giuseppe Ariola -


Chiuse le urne, si apre la partita più importante per l’Europa, quella che condurrà alla composizione della Commissione Ue e, soprattutto, alla designazione del suo presidente. Una tappa cruciale che porterà alla definizione delle linee politiche e programmatiche dei prossimi cinque anni dell’Unione. In ballo ci sono scelte strategiche a cui guarda l’intera comunità internazionale e che potrebbero portare l’Europa a essere, finalmente, un interlocutore effettivamente autorevole, a sedersi a quello che Silvio Berlusconi definiva come il tavolo del “Consiglio del mondo”, dove oggi sono “presenti Usa, Giappone, Federazione Russa e Cina”, sosteneva il leader azzurro. Suggestione o realtà che sia, il dato è che un’Europa più forte e autorevole contribuirebbe certamente ad accelerare quel processo di unità politica che favorirebbe un dialogo realmente paritario con le grandi potenze mondiali sui grandi temi all’ordine del giorno come, per esempio, il futuro dell’Alleanza Atlantica. Senza contare che i venti di guerra che spirano alle porte del Vecchio Continente dopo decenni di sostanziale tranquillità, complice anche l’ordine sparso con cui hanno reagito i singoli paesi sul conflitto in Ucraina e su quello in Medio Oriente, hanno riacceso la discussione sull’esigenza di una politica estera e di una difesa comuni a livello Ue.

Queste le premesse sulle quali si baseranno, almeno in gran parte, le trattative dei prossimi mesi che porteranno alla formazione dell’esecutivo europeo. Bisognerà quindi guardare attentamente a quali saranno i nomi che i vari stati membri proporranno per il ruolo di commissario, tra i quali il Parlamento europeo sarà chiamato a scegliere un presidente a scrutinio segreto. Una prima fase nella quale, insomma, i giochi si svolgeranno in seno ai vari governi dei partner comunitari. E se l’Italia non dovrebbe avere particolari problemi a individuare un nome di centrodestra, altrove l’identikit del profilo da inviare a Palazzo Berlaymont a Bruxelles potrebbe risultare più complicata, in particolare dove l’affermazione dei partiti destra al voto conclusosi ieri trova un limite in governi di colore opposto. Ma è superato questo primo step, una volta coperte tutte le caselle della Commissione, che si entrerà davvero nel vivo del confronto e anche dello scontro politico, ovvero quando si dovrà costruire una maggioranza chiamata a garantire i numeri per eleggere un presidente. Un’operazione tutt’altro che semplice e che potrebbe regalare delle sorprese, oltre che qualche screzio anche tra alleati. Ne abbiamo avuto un esempio durante la campagna elettorale che ha visto fino all’ultimo Matteo Salvini e Antonio Tajani rintuzzarsi sulle alleanze che cercheranno di mettere in piedi i gruppi europei cui aderiscono i rispettivi partiti. L’ipotesi di un’Unione europea a trazione destrorsa trova infatti un limite non indifferente nella propensione del Ppe a guardare più alle forze riformiste che a quelle conservatrici. Non è un caso che l’uscente presidenza von der Leyen cinque anni fa abbia trovato i numeri, per quanto risicati, proprio partendo dall’alleanza tra la famiglia popolare e quella socialista. Una scelta che il Ppe, di cui Tajani è tra i vicepresidenti, rivendica e che si dice pronto a confermare anche in questa circostanza. Lo stesso segretario di Forza Italia, scatenando l’ira del numero uno della Lega, ha ribadito la necessità di garantire un governo all’Europa, anche a costo di riproporre l’alleanza con il Pse. I due alleati di governo in Italia sul fronte europeo appaiono uniti solo sul ‘niet’ a Mario Draghi che, dopo tutto il gran parlare che se ne è fatto, sembra avere sempre meno chance di poter essere indicato dal governo italiano come commissario e, quindi, di essere successivamente eletto al vertice della Commissione.


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