La perizia Crisanti che imbarazza il Pd

Il microbiologo autore di un dossier per la Procura di Bergamo sul lockdown e le responsabilità di Conte e Speranza. Da candidato dem il documento perde valore.

Compagni di partito e avversari in tribunale. È la parabola di Andrea Crisanti, uno dei più agguerriti integralisti dei lockdown e consulente tecnico della Procura di Bergamo nell’inchiesta per epidemia colposa da covid-19. Oggi il microbiologo, che a gennaio aveva discusso la perizia in cui ravvisa presunte responsabilità dell’ex premier Giuseppe Conte e del ministro Speranza nella mancata istituzione della zona rossa per contenere il contagio da coronavirus, è candidato con il Pd. “Mi candido perché servono tecnici contro l’emergenza”, ha detto Crisanti per spiegare la sua discesa in campo con i dem, perché “le esperienze passate hanno dimostrato come la politica debba fare ricorso ai tecnici”, ha aggiunto, “per risolvere una crisi che si sovrappone a vari livelli: economico, sanitario, ecologico”. Che tradotto vuol dire: io so’ io e voi esponenti di partito non siete un c…”. Non solo una mancanza di fiducia nei “politicanti”, ma qualora dovesse guadagnare la poltrona, si prospetta un ritorno a limitazioni della libertà sistematiche in nome di un’emergenza senza fine, nella quale gli italiani dovranno vivere da malati per cercare di sopravvivere e, soprattutto, per garantire la sopravvivenza dei virologi nostrani. E se da un lato lo spettro di Crisanti rievoca i tragici momenti dei lockdown, dall’altro la sua candidatura mette in evidenza l’incoerenza di un profeta delle chiusure, finito nelle fila di quelli che twittavano #abbracciauncinese. Di un Pd che aveva sottovalutato la pandemia, come dimostrano le presunte bugie raccontate dal titolare della Salute ai pm di Bergamo sulla gestione dell’emergenza e sui dati dell’Oms. “Il ministro Speranza non ha raccontato cose veritiere, anche questo dovremo valutare”, aveva detto il procuratore capo di Bergamo, Antonio Chiappani, nelle prime fasi delle indagini per accertare le responsabilità di quelle bare trasportate in processione dall’esercito, le cui immagini hanno gettato nel terrore l’intero Paese.

E per fare luce sulle omissioni, i magistrati avevano ingaggiato proprio Crisanti, al quale era stata affidata una super perizia in cui il microbiologo ha ricostruito le fasi della vicenda, dall’individuazione del “paziente 1” alla tardiva istituzione della zona rossa nel territorio della Bergamasca, da dove il coronavirus si è diffuso. Novanta pagine e oltre 10 mila allegati: è la consulenza presentata da Crisanti lo scorso gennaio. La perizia è secretata, così com’è inaccessibile un’inchiesta che contiene i nomi del premier e del suo ministro, e che vede apposto addirittura il segreto di Stato sulla scelta di inviare 400 militari all’imbocco della Val Seriana tra il 5 e l’8 marzo del 2020 per poi ritirarli senza istituire la zona rossa. Eppure in quella consulenza il virologo, ormai dem, non ci è andato leggero nei confronti di Conte e Speranza, pur senza nominarli. “Sono emerse due criticità. Una riguarda l’applicazione del piano pandemico nazionale, la seconda la tempistica della zona rossa”, ha detto. Il piano pandemico era di competenza di Speranza, la zona rossa di Conte. Il virologo ha specificato che se fossero stati attivati tempestivamente i protocolli si sarebbero potute evitare tra le 2 mila e le 6 mila vittime. Ma se la botta al cerchio è forte, altrettanto lo è quella alla botte, visto che il microbiologo si è affrettato a precisare che quando venne scoperto il paziente 1 nell’ospedale di Codogno, a quello di Alzano c’erano “già un centinaio di contagiati”. Della serie: responsabilità sì, ma il bubbone era già scoppiato prima del 21 febbraio 2020. Una perizia approfondita, che dal punto di vista tecnico ha la sua valenza scientifica, ma che alla luce della candidatura di Crisanti con il Pd perde di valore nell’immaginario collettivo. Perché al virologo si sostituisce l’immagine del politico e lo stesso microbiologo entra a far parte di quella schiera di politicanti che non sono in grado di fare nulla. Inoltre la campagna elettorale potrebbe ritardare la chiusura delle indagini. “Su quel fascicolo non mi pronuncio”, dichiara il procuratore capo Chiappani. Perché non si dica che poi la giustizia è a orologeria. Almeno non per il Pd.

Il microbiologo autore di un dossier per la Procura di Bergamo sul lockdown e le responsabilità di Conte e Speranza. Da candidato dem il documento perde valore.

Compagni di partito e avversari in tribunale. È la parabola di Andrea Crisanti, uno dei più agguerriti integralisti dei lockdown e consulente tecnico della Procura di Bergamo nell’inchiesta per epidemia colposa da covid-19. Oggi il microbiologo, che a gennaio aveva discusso la perizia in cui ravvisa presunte responsabilità dell’ex premier Giuseppe Conte e del ministro Speranza nella mancata istituzione della zona rossa per contenere il contagio da coronavirus, è candidato con il Pd. “Mi candido perché servono tecnici contro l’emergenza”, ha detto Crisanti per spiegare la sua discesa in campo con i dem, perché “le esperienze passate hanno dimostrato come la politica debba fare ricorso ai tecnici”, ha aggiunto, “per risolvere una crisi che si sovrappone a vari livelli: economico, sanitario, ecologico”. Che tradotto vuol dire: io so’ io e voi esponenti di partito non siete un c…”. Non solo una mancanza di fiducia nei “politicanti”, ma qualora dovesse guadagnare la poltrona, si prospetta un ritorno a limitazioni della libertà sistematiche in nome di un’emergenza senza fine, nella quale gli italiani dovranno vivere da malati per cercare di sopravvivere e, soprattutto, per garantire la sopravvivenza dei virologi nostrani. E se da un lato lo spettro di Crisanti rievoca i tragici momenti dei lockdown, dall’altro la sua candidatura mette in evidenza l’incoerenza di un profeta delle chiusure, finito nelle fila di quelli che twittavano #abbracciauncinese. Di un Pd che aveva sottovalutato la pandemia, come dimostrano le presunte bugie raccontate dal titolare della Salute ai pm di Bergamo sulla gestione dell’emergenza e sui dati dell’Oms. “Il ministro Speranza non ha raccontato cose veritiere, anche questo dovremo valutare”, aveva detto il procuratore capo di Bergamo, Antonio Chiappani, nelle prime fasi delle indagini per accertare le responsabilità di quelle bare trasportate in processione dall’esercito, le cui immagini hanno gettato nel terrore l’intero Paese.

E per fare luce sulle omissioni, i magistrati avevano ingaggiato proprio Crisanti, al quale era stata affidata una super perizia in cui il microbiologo ha ricostruito le fasi della vicenda, dall’individuazione del “paziente 1” alla tardiva istituzione della zona rossa nel territorio della Bergamasca, da dove il coronavirus si è diffuso. Novanta pagine e oltre 10 mila allegati: è la consulenza presentata da Crisanti lo scorso gennaio. La perizia è secretata, così com’è inaccessibile un’inchiesta che contiene i nomi del premier e del suo ministro, e che vede apposto addirittura il segreto di Stato sulla scelta di inviare 400 militari all’imbocco della Val Seriana tra il 5 e l’8 marzo del 2020 per poi ritirarli senza istituire la zona rossa. Eppure in quella consulenza il virologo, ormai dem, non ci è andato leggero nei confronti di Conte e Speranza, pur senza nominarli. “Sono emerse due criticità. Una riguarda l’applicazione del piano pandemico nazionale, la seconda la tempistica della zona rossa”, ha detto. Il piano pandemico era di competenza di Speranza, la zona rossa di Conte. Il virologo ha specificato che se fossero stati attivati tempestivamente i protocolli si sarebbero potute evitare tra le 2 mila e le 6 mila vittime. Ma se la botta al cerchio è forte, altrettanto lo è quella alla botte, visto che il microbiologo si è affrettato a precisare che quando venne scoperto il paziente 1 nell’ospedale di Codogno, a quello di Alzano c’erano “già un centinaio di contagiati”. Della serie: responsabilità sì, ma il bubbone era già scoppiato prima del 21 febbraio 2020. Una perizia approfondita, che dal punto di vista tecnico ha la sua valenza scientifica, ma che alla luce della candidatura di Crisanti con il Pd perde di valore nell’immaginario collettivo. Perché al virologo si sostituisce l’immagine del politico e lo stesso microbiologo entra a far parte di quella schiera di politicanti che non sono in grado di fare nulla. Inoltre la campagna elettorale potrebbe ritardare la chiusura delle indagini. “Su quel fascicolo non mi pronuncio”, dichiara il procuratore capo Chiappani. Perché non si dica che poi la giustizia è a orologeria. Almeno non per il Pd.

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