La professione tra insulti e minacce “#stai zitta giornalista!” di Silvia Garambois e Paola Rizzi

Le parole che discriminano e offendono possono far male. Molto male. Possono perfino uccidere, come purtroppo, stando alle cronache, è accaduto non solo a dei minori. E che le parole possano far male lo sanno bene coloro che quotidianamente utilizzano frasi usualmente impiegate che, anche se apparentemente non offensive, nascondono messaggi intrisi di pregiudizi nei confronti delle donne specie se hanno una particolare visibilità sociale per la “professione” che svolgono.

Negli ultimi anni, sotto forma soprattutto di minacce sessiste, si è scatenato nella rete, sotto svariate forme, l’odio (l’hate speech online espresso tramite i mezzi di comunicazione social – Fecebook, Twitter, Instagram, ecc. – con i quali gli “odiatori” riescono ad esternare il peggio del loro essere rivelando chi veramente sono) contro giornaliste impegnate su fronti come l’immigrazione, la politica, il crimine organizzato e donne in posizioni particolarmente esposte – come ministre, esponenti di forze politiche o protagoniste di fatti di cronaca – per sminuirne le competenze professionali.

Il libro “#stai zitta giornalista! Dall’hate speech allo zoombombing quando le parole imbavagliano” (Edizioni All Around, Collana “Studi” – Fondazione sul giornalismo “Paolo Murialdi”, pag 135, Euro 15,00) delle giornaliste, da sempre in prima linea nella promozione di attività in difesa della dignità delle donne in ogni ambito sociale e in particolare sui temi della professione giornalistica, Silvia Garambois, esperta di problemi dell’informazione e questione femminile e già Caporedattore a “L’Unità”, e Paola Rizzi, co-autrice di volumi collettanei sulle questioni di genere che a “L’Unità” si è occupata di politica, cronaca e cultura, analizza come e perché l’odio espresso in rete abbia assunto sempre più importanza politica, oltre che dal punto di vista sociologico, attraverso l’analisi effettuata da “GiULiA”, acronimo di Giornaliste Unite Libere Autonome, presieduta da Silvia Garambois, sui risultati delle indagini effettuate da organismi nazionali e internazionali (Vox Diritti, la Commissione Cox, ONU, OSCE, Unesco, ICF) per monitorare il “fenomeno” valutando anche l’efficacia degli attuali mezzi di contrasto ai reati online e la testimonianza di sette giornaliste che hanno vissuto e vivono l’offesa sulla loro pelle.

 “La critica ad una donna professionista, quindi anche a una giornalista, sottolineano le autrici, si pratica con il discredito, prima sottolineando il suo genere, il suo sesso, il suo corpo e poi screditando anche quello, dando per scontato che essere una donna sia già di per sé una colpa o una diminuzione e che per questo motivo non potrebbe fare quella professione o dire quelle cose”.

Diverse sono le modalità con le quali i termini “offensivi” vengono usati da chi – convinto  dell’esistenza di un rapporto gerarchico che vuole la donna in posizione subordinata all’uomo –  attraverso volgarità, oscenità, insulti e minacce esprime la sua incapacità di fermarsi a riflettere che l’atteggiamento violento, verbale o scritto, è una chiara dichiarazione di sessismo di chi vuole vivere in un sistema sociale maschilista e misogino che non lascia spazio alla parità di genere dalla quale si sente minacciato. Il processo di denigrazione delle giornaliste è parte di quello messo in atto contro le “donne” in genere attraverso la costruzione, in particolare sulle piattaforme sociali, di “immagini” tendenti a svilirne la dignità evidenziando dettagli, quasi sempre correlati all’aspetto fisico o alla sfera psicologica o sessuale, che nulla hanno a che vedere con la loro professionalità. Così accanto all’espressione diretta dell’odio (hate speech), proliferano sulla rete altre forme di cyberbullismo come la pornovendetta (revenge porn) con la condivisione di immagini intime a volte create con “app” che “spogliano” artificialmente foto di persone normalmente vestite; il colpire l’aspetto fisico (body shaming) per umiliarne la dignità di donna non per quello che dicono ma per quello che sono; l’intrusione vandalica in una videoconferenza di chi non ne condivide la finalità con insulti e minacce nei confronti di relatori e partecipanti specie se donne (zoombombing, zoom raiding o meetbombing); le molestie vocali con apprezzamenti non richiesti (catcalling). 

“L’odio contro le donne e il loro giornalismo, l’attacco sessista, le minacce, gli insulti beceri, scrive nell’introduzione il giornalista e saggista Vittorio Roidi, Presidente della Fondazione sul giornalismo “Paolo Murialdi”, sono parte di un quadro che non avevamo mai visto. Difendere le giornaliste insultate e minacciate significa combattere il malaffare economico, politico e social che si nasconde dietro questa odiosa persecuzione. Ed è battaglia che devono combattere soprattutto i maschi, perché fra di loro si trovano gli odiatori”. Una donna che “parla” attraverso i media, che esprime le sue opinioni, per alcuni può generare una sovversione pericolosa che potrebbe minare il ruolo, ritenuto essenziale, dell’uomo, della virilità necessaria al buon andamento della Società.

Siamo purtroppo ancora lontani dal considerare la parità di genere naturale nell’attribuzione di ruoli di vertice e di responsabilità affrancando la donna dal ruolo di “regina del focolare” al quale l’ha relegata il maschilismo imperante che neanche i movimenti del ’68 sono riusciti a scardinare,

Di chi è la responsabilità dei messaggi violenti diffusi online che hanno trasformato i social da ottimo mezzo di comunicazione a luogo dove vengono espresse le opinioni di persone che credono di compensare con gli insulti, definendoli espressione di libertà di pensiero, i loro limiti culturali?

La risposta è nelle testimonianze della parlamentare, Presidente della Camera dei Deputati dal 2013 al 2018, Laura Boldrini (Dalle parole discendono le azioni); della Commissaria AgCom Elisa Giomi (La cultura dello stupro digitale); del Coordinatore della Rete nazionale per il contrasto ai discorsi e ai fenomeni d’odio Federico Faloppa (Donne all’incrocio dell’odio); della Co-fondatrice di “Vox Osservatorio italiano sui Diritti” Silvia Brena (Mappa dell’intolleranza. Così le donne sono da sempre nel mirino); del linguista Tullio De Mauro (L’inventario dell’odio. Le parole per ferire) e nelle interviste rilasciate dall’inviata di Rainews Angela Caponnetto, impegnata a smascherare le fake news che circolano sul tema dei migranti; dalla direttrice de “Il Giornale di Brescia” Nunzia Vallini, che in un lungo post editoriale ha definito l’uscita del quotidiano dall’utilizzo dei social network il “lockdown contro il virus delle male parole”; dall’inviata e corrispondente di  Sky Tg24 Monica Napoli, impegnata sui fronti più scottanti della cronaca e della politica; dalla redattrice del settimanale “Oggi” Marianna Aprile, bersaglio degli odiatori per un difetto di pronuncia e per un neo sul viso; dalla fondatrice e direttrice della testata “Il tacco d’Italia” Marilù Mastrogiovanni, alla quale è stata assegnata una protezione permanente, attaccata su internet dalla criminalità organizzata; dalla direttrice del magazine “Focus on Africa” Antonella Napoli, costretta a ridurre la sua presenza sui social; dalla giornalista sportiva della “Gazzetta dello Sport” Elisabetta Esposito, minacciata dalle tifoserie per essersi occupata di giustizia sportiva.

Silvia Garambois e Paola Rizzi con questo libro si augurano di poter presto “contare su un approccio scientifico a quello che nella vita delle professioniste dell’informazione rischia di rappresentare un limite alla propria libertà di informare, che si và ad aggiungere alle minacce personali e alle querele temerarie”.

Partendo dal presupposto che sui social si scrive fuori da ogni controllo, sottolineano Silvia Garambois e Paola Rizzi, anche utilizzando termini scurrili, anche la magistratura a volte tende a considerare erroneamente le minacce e gli insulti verbali cose da poco, dei peccati veniali che non configurerebbero il reato di diffamazione perché il contenuto dei social in genere priva dell’autorevolezza tipica delle testate giornalistiche o di altre fonti accreditate tutti gli scritti postati su internet.

“#Stai zitta giornalista”, oltre che un libro di denuncia, è un testo di riflessione che lascia trapelare un cambio di rotta, una speranza nel futuro perché “i tempi sono decisamente maturi perché nelle redazioni online e offline si ragioni di moderazione dei social network, di team dedicati, di legislazione e di scorte mediatiche per la salvaguardia del lavoro di tutti e di tutte”.

La scrittrice Michela Murgia, tra i bersagli privilegiati degli odiatori per il suo impegno contro il sessismo, nel suo ultimo libro edito da Einaudi “Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire più” (titolo che ricorda quando nel corso di una trasmissione televisiva le è stato intimato da un noto psichiatra ‘Zitta. Zitta e ascolta’ perché aveva osato confutare alcune sue dichiarazioni ritenute sessiste) dopo aver ricordato che “di tutte le cose che le donne possono fare al mondo, parlare è ancora considerata la più sovversiva”, dichiara di avere l’ambizione “che tra dieci anni una ragazza o un ragazzo, trovando il suo libro su una bancarella, possa pensare sorridendo che per fortuna queste frasi non le dice più nessuno”.

Vittorio Esposito

 

Le parole che discriminano e offendono possono far male. Molto male. Possono perfino uccidere, come purtroppo, stando alle cronache, è accaduto non solo a dei minori. E che le parole possano far male lo sanno bene coloro che quotidianamente utilizzano frasi usualmente impiegate che, anche se apparentemente non offensive, nascondono messaggi intrisi di pregiudizi nei confronti delle donne specie se hanno una particolare visibilità sociale per la “professione” che svolgono.

Negli ultimi anni, sotto forma soprattutto di minacce sessiste, si è scatenato nella rete, sotto svariate forme, l’odio (l’hate speech online espresso tramite i mezzi di comunicazione social – Fecebook, Twitter, Instagram, ecc. – con i quali gli “odiatori” riescono ad esternare il peggio del loro essere rivelando chi veramente sono) contro giornaliste impegnate su fronti come l’immigrazione, la politica, il crimine organizzato e donne in posizioni particolarmente esposte – come ministre, esponenti di forze politiche o protagoniste di fatti di cronaca – per sminuirne le competenze professionali.

Il libro “#stai zitta giornalista! Dall’hate speech allo zoombombing quando le parole imbavagliano” (Edizioni All Around, Collana “Studi” – Fondazione sul giornalismo “Paolo Murialdi”, pag 135, Euro 15,00) delle giornaliste, da sempre in prima linea nella promozione di attività in difesa della dignità delle donne in ogni ambito sociale e in particolare sui temi della professione giornalistica, Silvia Garambois, esperta di problemi dell’informazione e questione femminile e già Caporedattore a “L’Unità”, e Paola Rizzi, co-autrice di volumi collettanei sulle questioni di genere che a “L’Unità” si è occupata di politica, cronaca e cultura, analizza come e perché l’odio espresso in rete abbia assunto sempre più importanza politica, oltre che dal punto di vista sociologico, attraverso l’analisi effettuata da “GiULiA”, acronimo di Giornaliste Unite Libere Autonome, presieduta da Silvia Garambois, sui risultati delle indagini effettuate da organismi nazionali e internazionali (Vox Diritti, la Commissione Cox, ONU, OSCE, Unesco, ICF) per monitorare il “fenomeno” valutando anche l’efficacia degli attuali mezzi di contrasto ai reati online e la testimonianza di sette giornaliste che hanno vissuto e vivono l’offesa sulla loro pelle.

 “La critica ad una donna professionista, quindi anche a una giornalista, sottolineano le autrici, si pratica con il discredito, prima sottolineando il suo genere, il suo sesso, il suo corpo e poi screditando anche quello, dando per scontato che essere una donna sia già di per sé una colpa o una diminuzione e che per questo motivo non potrebbe fare quella professione o dire quelle cose”.

Diverse sono le modalità con le quali i termini “offensivi” vengono usati da chi – convinto  dell’esistenza di un rapporto gerarchico che vuole la donna in posizione subordinata all’uomo –  attraverso volgarità, oscenità, insulti e minacce esprime la sua incapacità di fermarsi a riflettere che l’atteggiamento violento, verbale o scritto, è una chiara dichiarazione di sessismo di chi vuole vivere in un sistema sociale maschilista e misogino che non lascia spazio alla parità di genere dalla quale si sente minacciato. Il processo di denigrazione delle giornaliste è parte di quello messo in atto contro le “donne” in genere attraverso la costruzione, in particolare sulle piattaforme sociali, di “immagini” tendenti a svilirne la dignità evidenziando dettagli, quasi sempre correlati all’aspetto fisico o alla sfera psicologica o sessuale, che nulla hanno a che vedere con la loro professionalità. Così accanto all’espressione diretta dell’odio (hate speech), proliferano sulla rete altre forme di cyberbullismo come la pornovendetta (revenge porn) con la condivisione di immagini intime a volte create con “app” che “spogliano” artificialmente foto di persone normalmente vestite; il colpire l’aspetto fisico (body shaming) per umiliarne la dignità di donna non per quello che dicono ma per quello che sono; l’intrusione vandalica in una videoconferenza di chi non ne condivide la finalità con insulti e minacce nei confronti di relatori e partecipanti specie se donne (zoombombing, zoom raiding o meetbombing); le molestie vocali con apprezzamenti non richiesti (catcalling). 

“L’odio contro le donne e il loro giornalismo, l’attacco sessista, le minacce, gli insulti beceri, scrive nell’introduzione il giornalista e saggista Vittorio Roidi, Presidente della Fondazione sul giornalismo “Paolo Murialdi”, sono parte di un quadro che non avevamo mai visto. Difendere le giornaliste insultate e minacciate significa combattere il malaffare economico, politico e social che si nasconde dietro questa odiosa persecuzione. Ed è battaglia che devono combattere soprattutto i maschi, perché fra di loro si trovano gli odiatori”. Una donna che “parla” attraverso i media, che esprime le sue opinioni, per alcuni può generare una sovversione pericolosa che potrebbe minare il ruolo, ritenuto essenziale, dell’uomo, della virilità necessaria al buon andamento della Società.

Siamo purtroppo ancora lontani dal considerare la parità di genere naturale nell’attribuzione di ruoli di vertice e di responsabilità affrancando la donna dal ruolo di “regina del focolare” al quale l’ha relegata il maschilismo imperante che neanche i movimenti del ’68 sono riusciti a scardinare,

Di chi è la responsabilità dei messaggi violenti diffusi online che hanno trasformato i social da ottimo mezzo di comunicazione a luogo dove vengono espresse le opinioni di persone che credono di compensare con gli insulti, definendoli espressione di libertà di pensiero, i loro limiti culturali?

La risposta è nelle testimonianze della parlamentare, Presidente della Camera dei Deputati dal 2013 al 2018, Laura Boldrini (Dalle parole discendono le azioni); della Commissaria AgCom Elisa Giomi (La cultura dello stupro digitale); del Coordinatore della Rete nazionale per il contrasto ai discorsi e ai fenomeni d’odio Federico Faloppa (Donne all’incrocio dell’odio); della Co-fondatrice di “Vox Osservatorio italiano sui Diritti” Silvia Brena (Mappa dell’intolleranza. Così le donne sono da sempre nel mirino); del linguista Tullio De Mauro (L’inventario dell’odio. Le parole per ferire) e nelle interviste rilasciate dall’inviata di Rainews Angela Caponnetto, impegnata a smascherare le fake news che circolano sul tema dei migranti; dalla direttrice de “Il Giornale di Brescia” Nunzia Vallini, che in un lungo post editoriale ha definito l’uscita del quotidiano dall’utilizzo dei social network il “lockdown contro il virus delle male parole”; dall’inviata e corrispondente di  Sky Tg24 Monica Napoli, impegnata sui fronti più scottanti della cronaca e della politica; dalla redattrice del settimanale “Oggi” Marianna Aprile, bersaglio degli odiatori per un difetto di pronuncia e per un neo sul viso; dalla fondatrice e direttrice della testata “Il tacco d’Italia” Marilù Mastrogiovanni, alla quale è stata assegnata una protezione permanente, attaccata su internet dalla criminalità organizzata; dalla direttrice del magazine “Focus on Africa” Antonella Napoli, costretta a ridurre la sua presenza sui social; dalla giornalista sportiva della “Gazzetta dello Sport” Elisabetta Esposito, minacciata dalle tifoserie per essersi occupata di giustizia sportiva.

Silvia Garambois e Paola Rizzi con questo libro si augurano di poter presto “contare su un approccio scientifico a quello che nella vita delle professioniste dell’informazione rischia di rappresentare un limite alla propria libertà di informare, che si và ad aggiungere alle minacce personali e alle querele temerarie”.

Partendo dal presupposto che sui social si scrive fuori da ogni controllo, sottolineano Silvia Garambois e Paola Rizzi, anche utilizzando termini scurrili, anche la magistratura a volte tende a considerare erroneamente le minacce e gli insulti verbali cose da poco, dei peccati veniali che non configurerebbero il reato di diffamazione perché il contenuto dei social in genere priva dell’autorevolezza tipica delle testate giornalistiche o di altre fonti accreditate tutti gli scritti postati su internet.

“#Stai zitta giornalista”, oltre che un libro di denuncia, è un testo di riflessione che lascia trapelare un cambio di rotta, una speranza nel futuro perché “i tempi sono decisamente maturi perché nelle redazioni online e offline si ragioni di moderazione dei social network, di team dedicati, di legislazione e di scorte mediatiche per la salvaguardia del lavoro di tutti e di tutte”.

La scrittrice Michela Murgia, tra i bersagli privilegiati degli odiatori per il suo impegno contro il sessismo, nel suo ultimo libro edito da Einaudi “Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire più” (titolo che ricorda quando nel corso di una trasmissione televisiva le è stato intimato da un noto psichiatra ‘Zitta. Zitta e ascolta’ perché aveva osato confutare alcune sue dichiarazioni ritenute sessiste) dopo aver ricordato che “di tutte le cose che le donne possono fare al mondo, parlare è ancora considerata la più sovversiva”, dichiara di avere l’ambizione “che tra dieci anni una ragazza o un ragazzo, trovando il suo libro su una bancarella, possa pensare sorridendo che per fortuna queste frasi non le dice più nessuno”.

Vittorio Esposito

 

Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli