La promessa di Ignazio: Segre presidente morale

La staffetta etica del Secolo Breve per la Repubblica avviene in un giorno a suo modo storico per la nostra democrazia. Quando il “camerata Larissa”, com’era chiamato ai tempi della Contestazione allorché le piazze eruttavano violenza tra neri e rossi a inizio anni Settanta crogiolo del terrorismo, e che a “Porta a Porta” una sera a chi gli dava del fascista rispose con gli occhi saettanti fiele “mi vuole forse lusingare?”, da pochi minuti diventato presidente del Senato definisce Liliana Segre “presidente morale” dell’assemblea, e cita un grande presidente degli italiani, Sandro Pertini, campione dell’antifascismo con una sua frase memorabile: “Nella vita talvolta è necessario saper lottare non solo senza paura, ma anche senza speranza”.

Ci voleva Ignazio Benito Maria La Russa, 75enne siciliano da Paternò cresciuto politicamente a Milano, con un discorso alto a concludere la traiettoria dei postfascisti iniziata oltre mezzo secolo fa, quand’erano fuori dall’arco costituzionale, adesso insediatisi ai vertici dello Stato. Giorgia Meloni sarà premier, il cofondatore di Fratelli d’Italia sullo scranno della seconda carica dello Stato.

È un La Russa emozionato che ha preparato il discorso d’investitura, ma da bravo avvocato che ha imparato bene la dispositio ciceroniana parla a braccio, quello che dona un mazzo di rose bianche a Liliana Segre, che ha inaugurato la XIX^ legislatura come meglio non si poteva. Tutti i senatori applaudono in piedi colei che a 8 anni veniva sradicata dal suo banco di scuola per le ripugnanti legge razziste volute dal fascismo per genuflettersi a Hitler, prima di finire a 14 anni nell’infernale mattatoio di Auschwitz-Birkenau. Lei richiama i valori della Costituzione ricordando la “mitezza” della politica tanta cara a Bobbio, e richiama Pietro Calamandrei e quel testamento di 100 mila morti caduti nella lotta per la libertà. La stessa che anela il popolo ucraino e cui aspira ogni uomo che vuole l’autodeterminazione, un secolo dopo la Marcia su Roma che inaugurò la dittatura.

Questa ragazzina di 92 anni parla di simboli come Matteotti, di valori autentici della Repubblica, di date nelle quali riconoscersi come il 25 Aprile festa della Liberazione, il 1° Maggio festa del lavoro, il 2 Giugno festa della Repubblica, nella “consapevolezza che il Paese ci guarda”, prima di cedere il testimone in un incredibile specchio riflesso della democrazia dell’alternanza, e finalmente matura, all’ex missino che fu a capo dei ragazzi di Almirante.

La Russa non si sottrae alla responsabilità dicendole che “non c’è una sola parola di quello che ha detto Liliana Segre che non abbia meritato il mio applauso”. Ringrazia chi l’ha votato (e chi non l’ha fatto), anche all’esterno del perimetro del Centrodestra; si richiama al presidente Mattarella e ricorda il servizio come ministro della Difesa quando era Capo delle forze armate Giorgio Napolitano ( e le bare dei soldati caduti in Afghanistan). Ringrazia Maria Elisabetta Alberti Casellati, rende omaggio al Papa, e promette “totale rispetto alle istituzioni”. Cita il nome dell’ispettore Luigi Calabresi, e quelli dei militanti di destra Sergio Ramelli e di sinistra Fausto e Iaio, vittime della violenza nella notte della Repubblica. Ricorda i giudici Falcone e Borsellino e il ruolo di Luciano Violante. Quanto alle date del 25 Aprile, 1° Maggio e 2 Giugno dice “che hanno bisogno di essere celebrate da tutti”. Finalmente, ci voleva il “camerata Larissa” per concludere il percorso di pacificazione.

La staffetta etica del Secolo Breve per la Repubblica avviene in un giorno a suo modo storico per la nostra democrazia. Quando il “camerata Larissa”, com’era chiamato ai tempi della Contestazione allorché le piazze eruttavano violenza tra neri e rossi a inizio anni Settanta crogiolo del terrorismo, e che a “Porta a Porta” una sera a chi gli dava del fascista rispose con gli occhi saettanti fiele “mi vuole forse lusingare?”, da pochi minuti diventato presidente del Senato definisce Liliana Segre “presidente morale” dell’assemblea, e cita un grande presidente degli italiani, Sandro Pertini, campione dell’antifascismo con una sua frase memorabile: “Nella vita talvolta è necessario saper lottare non solo senza paura, ma anche senza speranza”.

Ci voleva Ignazio Benito Maria La Russa, 75enne siciliano da Paternò cresciuto politicamente a Milano, con un discorso alto a concludere la traiettoria dei postfascisti iniziata oltre mezzo secolo fa, quand’erano fuori dall’arco costituzionale, adesso insediatisi ai vertici dello Stato. Giorgia Meloni sarà premier, il cofondatore di Fratelli d’Italia sullo scranno della seconda carica dello Stato.

È un La Russa emozionato che ha preparato il discorso d’investitura, ma da bravo avvocato che ha imparato bene la dispositio ciceroniana parla a braccio, quello che dona un mazzo di rose bianche a Liliana Segre, che ha inaugurato la XIX^ legislatura come meglio non si poteva. Tutti i senatori applaudono in piedi colei che a 8 anni veniva sradicata dal suo banco di scuola per le ripugnanti legge razziste volute dal fascismo per genuflettersi a Hitler, prima di finire a 14 anni nell’infernale mattatoio di Auschwitz-Birkenau. Lei richiama i valori della Costituzione ricordando la “mitezza” della politica tanta cara a Bobbio, e richiama Pietro Calamandrei e quel testamento di 100 mila morti caduti nella lotta per la libertà. La stessa che anela il popolo ucraino e cui aspira ogni uomo che vuole l’autodeterminazione, un secolo dopo la Marcia su Roma che inaugurò la dittatura.

Questa ragazzina di 92 anni parla di simboli come Matteotti, di valori autentici della Repubblica, di date nelle quali riconoscersi come il 25 Aprile festa della Liberazione, il 1° Maggio festa del lavoro, il 2 Giugno festa della Repubblica, nella “consapevolezza che il Paese ci guarda”, prima di cedere il testimone in un incredibile specchio riflesso della democrazia dell’alternanza, e finalmente matura, all’ex missino che fu a capo dei ragazzi di Almirante.

La Russa non si sottrae alla responsabilità dicendole che “non c’è una sola parola di quello che ha detto Liliana Segre che non abbia meritato il mio applauso”. Ringrazia chi l’ha votato (e chi non l’ha fatto), anche all’esterno del perimetro del Centrodestra; si richiama al presidente Mattarella e ricorda il servizio come ministro della Difesa quando era Capo delle forze armate Giorgio Napolitano ( e le bare dei soldati caduti in Afghanistan). Ringrazia Maria Elisabetta Alberti Casellati, rende omaggio al Papa, e promette “totale rispetto alle istituzioni”. Cita il nome dell’ispettore Luigi Calabresi, e quelli dei militanti di destra Sergio Ramelli e di sinistra Fausto e Iaio, vittime della violenza nella notte della Repubblica. Ricorda i giudici Falcone e Borsellino e il ruolo di Luciano Violante. Quanto alle date del 25 Aprile, 1° Maggio e 2 Giugno dice “che hanno bisogno di essere celebrate da tutti”. Finalmente, ci voleva il “camerata Larissa” per concludere il percorso di pacificazione.

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