La quinta corona (Ir)reale

Potevano percularci nelle prime tre stagioni e ci sono andati piano. Tanto che tra gli spettatori incuriositi e puntualissimi c’era anche lei, Her Majesty, divertita (si è saputo) dalla serie dove si raccontava la sua vita. Già la quarta aveva sufficienti testimoni oculari per mettere in un file i fatti e nell’altro la verità romanzata, alleggerita, ritoccata per non urtare le Loro Altezze riportanto fedelmente le loro bassezze.

L’attesa di questa quinta stagione, i dubbi sulla sesta (che poi ci sarà), lo stop alle riprese come rispetto per la memoria della regina, il fatto stesso che la regina e il principe Filippo non la vedranno quest’anno, i ritocchi al cast, e le vicente odierne della famiglia reale che non risparmia colpi alla nostra quotidianità, hanno contribuito a creare un’aspettativa negli spettatori che probabilmente lascerà il posto a quel seto insipido delle cose fatte a metà.
L’atto quinto di The Crown lo abbiamo visto in anteprima. Su Netflix ci sarà da domani. E sì, ci duole dirlo, ma non vale prendere un giorno di ferie per gustarlo in pace. Chi l’ha visto, domani sera, darà più soddisfazioni.

Siamo nel decennio più turbolento per la Corona: gli anni ’90. Siamo nella parte più intrecciata della storia tra Carlo e la moglie Diana, principessa del Galles, che in questa serie perderà la vita. Per Peter Morgan, creatore della saga, è una doppietta. La narrazione della morte di Lady D, non scevra di un certo tot di polemiche era già nel suo curriculum con The Queen, con Helen Mirren, di cui fu sceneggiatore.

Sarà per il carico da novanta di aspettativa, sarà che ormai di come sono andate le cose siamo al corrente tutti, ma la sensazione in questi dieci zoppicanti episodi è che il non detto, o meglio il non detto a dovere, supera malamente ciò che è detto, con il risultato di non contribuire a dovere in quella che avrebbe potuto essere l’edizione più significativa di tutta una storia.

Elisabetta, il cui volto stavolta è quello di Imelda Staunton, si trova in una gabbia dorata difficile da evadere, nella quale le notizie arrivano talmente edulcorate da non farla render conto di quanto la sua istituzione sia in crisi nera. Il problema principale sembra essere la ristrutturazione del Britannia, lo yacht reale, costato al regno qualcosa come 14 milioni di sterline, col Paese in recessione, i sudditi imbestialiti, e lei alterata alla sola idea che si dubiti sia una buona pensata. La resa qui è decente. Si fa capire il freddo che circondava i rapporti istituzionali, ma nulla di che.

«Gli anziani sono disillusi e i giovani viziati e perduti» è quanto esce dalla bocca di Jonny Lee Miller nei panni del primo ministro John Major parlando della famiglia reale. E questo esprime la volontà degli autori nei confronti dello spettatore: vorrebbero che anche noi la pensassimo così. Ma poi non osano.
Dove osano? Sicuramente nel raccontare la fine romance tra il principe Filippo – perfettamente incarnato da Jonathan Pryce – e Penny Romsey, moglie del suo figlioccio, legame che la Corona ha sempre negato e che renderebbe propaganda il legame di ferro tra la regina e il suo principe. Osano, ma già meno, nel racconto del divorzio tra Carlo e Diana. Dominic West non fa venire la pelle d’oca come avrebbe potuto John O’Connor. La richiesta di divorzio a mammà è piazzata mentre lei striglia un cavallo. Questo è divino. E probabilmente non è andata così, ma rende l’idea e il profilo psicologico di entrambi.

Osicchiano anche nel profilo di Diana, che ha saputo sia nella vita che in The Crown prendersi tutto lo spazio. Diana è nella fase in cui si rende conto di essere Lady D, del suo potere sui media, della sua capacità di manipolarli. La testa alle 11 e 50, lo sguardo cucciolo, l’andamento lento sono resi alla perfezione da Elizabeth Debicki, alle prese con le crisi bulimiche, con gli amori e le confessioni innocenti ma mirate ai media e ai maggiordomi chiacchieroni. Osano anche nel ripetere a più riprese, mettendo frasi in bocca ai vari protagonisti, quello che è il messaggio chiave della serie: i Windsor sono Windsor perché sono una ditta. Spazio per le emozioni non c’è. E osano anche tirando in ballo il tampax gate. Ci provano, quantomeno.

Però non ci riescono. Il tutto rimanda a superficialità e sontuosità senza mai entrare a fondo delle storie che sono sempre accarezzate piano, quasi a non voler disturbare nessuno con interpretazioni intense e degne di nota. Voto: più regale che regale. Spoiler: l’incidentenel quale perde la vita Lady D non c’è. Non aspettatevelo.

Potevano percularci nelle prime tre stagioni e ci sono andati piano. Tanto che tra gli spettatori incuriositi e puntualissimi c’era anche lei, Her Majesty, divertita (si è saputo) dalla serie dove si raccontava la sua vita. Già la quarta aveva sufficienti testimoni oculari per mettere in un file i fatti e nell’altro la verità romanzata, alleggerita, ritoccata per non urtare le Loro Altezze riportanto fedelmente le loro bassezze.

L’attesa di questa quinta stagione, i dubbi sulla sesta (che poi ci sarà), lo stop alle riprese come rispetto per la memoria della regina, il fatto stesso che la regina e il principe Filippo non la vedranno quest’anno, i ritocchi al cast, e le vicente odierne della famiglia reale che non risparmia colpi alla nostra quotidianità, hanno contribuito a creare un’aspettativa negli spettatori che probabilmente lascerà il posto a quel seto insipido delle cose fatte a metà.
L’atto quinto di The Crown lo abbiamo visto in anteprima. Su Netflix ci sarà da domani. E sì, ci duole dirlo, ma non vale prendere un giorno di ferie per gustarlo in pace. Chi l’ha visto, domani sera, darà più soddisfazioni.

Siamo nel decennio più turbolento per la Corona: gli anni ’90. Siamo nella parte più intrecciata della storia tra Carlo e la moglie Diana, principessa del Galles, che in questa serie perderà la vita. Per Peter Morgan, creatore della saga, è una doppietta. La narrazione della morte di Lady D, non scevra di un certo tot di polemiche era già nel suo curriculum con The Queen, con Helen Mirren, di cui fu sceneggiatore.

Sarà per il carico da novanta di aspettativa, sarà che ormai di come sono andate le cose siamo al corrente tutti, ma la sensazione in questi dieci zoppicanti episodi è che il non detto, o meglio il non detto a dovere, supera malamente ciò che è detto, con il risultato di non contribuire a dovere in quella che avrebbe potuto essere l’edizione più significativa di tutta una storia.

Elisabetta, il cui volto stavolta è quello di Imelda Staunton, si trova in una gabbia dorata difficile da evadere, nella quale le notizie arrivano talmente edulcorate da non farla render conto di quanto la sua istituzione sia in crisi nera. Il problema principale sembra essere la ristrutturazione del Britannia, lo yacht reale, costato al regno qualcosa come 14 milioni di sterline, col Paese in recessione, i sudditi imbestialiti, e lei alterata alla sola idea che si dubiti sia una buona pensata. La resa qui è decente. Si fa capire il freddo che circondava i rapporti istituzionali, ma nulla di che.

«Gli anziani sono disillusi e i giovani viziati e perduti» è quanto esce dalla bocca di Jonny Lee Miller nei panni del primo ministro John Major parlando della famiglia reale. E questo esprime la volontà degli autori nei confronti dello spettatore: vorrebbero che anche noi la pensassimo così. Ma poi non osano.
Dove osano? Sicuramente nel raccontare la fine romance tra il principe Filippo – perfettamente incarnato da Jonathan Pryce – e Penny Romsey, moglie del suo figlioccio, legame che la Corona ha sempre negato e che renderebbe propaganda il legame di ferro tra la regina e il suo principe. Osano, ma già meno, nel racconto del divorzio tra Carlo e Diana. Dominic West non fa venire la pelle d’oca come avrebbe potuto John O’Connor. La richiesta di divorzio a mammà è piazzata mentre lei striglia un cavallo. Questo è divino. E probabilmente non è andata così, ma rende l’idea e il profilo psicologico di entrambi.

Osicchiano anche nel profilo di Diana, che ha saputo sia nella vita che in The Crown prendersi tutto lo spazio. Diana è nella fase in cui si rende conto di essere Lady D, del suo potere sui media, della sua capacità di manipolarli. La testa alle 11 e 50, lo sguardo cucciolo, l’andamento lento sono resi alla perfezione da Elizabeth Debicki, alle prese con le crisi bulimiche, con gli amori e le confessioni innocenti ma mirate ai media e ai maggiordomi chiacchieroni. Osano anche nel ripetere a più riprese, mettendo frasi in bocca ai vari protagonisti, quello che è il messaggio chiave della serie: i Windsor sono Windsor perché sono una ditta. Spazio per le emozioni non c’è. E osano anche tirando in ballo il tampax gate. Ci provano, quantomeno.

Però non ci riescono. Il tutto rimanda a superficialità e sontuosità senza mai entrare a fondo delle storie che sono sempre accarezzate piano, quasi a non voler disturbare nessuno con interpretazioni intense e degne di nota. Voto: più regale che regale. Spoiler: l’incidentenel quale perde la vita Lady D non c’è. Non aspettatevelo.

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