La Repubblica Romana di Vincenzi

E’ come essere dentro gli avvenimenti e partecipare a quella vera e propria “chanson de geste” nazionale che fu il nostro Risorgimento, nel 1848 con la prima guerra d’indipendenza e nel 49 con la Repubblica Romana. Sono talmente vivi gli avvenimenti, i personaggi, i colori, le atmosfere, che Stefano Vincenzi fa rivivere nel suo romanzo storico, da far riemergere sensazioni e ricordi che credevamo addormentati nella memoria del nostro popolo. I protagonisti delle vicende emergono come eroi, perché tali realmente furono, ma anche e soprattutto come uomini e donne in carne ed ossa, con passioni terrene, visioni personali, contrasti, eppure capaci di superarsi e di “fare la Storia” (cosa che a molto pochi è data) perché alla fine trascinati al servizio di un ideale che tutto faceva superare e fondere nell’azione. La prima guerra di indipendenza e la Repubblica Romana furono la parte più sfortunata del nostro riscatto nazionale, ma anche la più coraggiosa.
Vincenzi ci porta a conoscere da vicino i grandi protagonisti, come Garibaldi, Mazzini o Pio IX e i comprimari significativi, dalla bella Gigogin alla principessa di Belgioioso passando per Ciceruacchio, tratteggiati nella loro vita, il loro ruolo, i loro amori e i loro dissapori. Il mosaico che ne esce è convincente e coinvolgente, perché oltre ad una penna appuntita e a un grande mestiere (sua è la grande trilogia sull’Impero Romano d’Oriente) Vincenzi rinuncia all’uso dell ”io narrante” per far svolgere il romanzo (molto storicamente preciso) in parallelo, seguendo contemporaneamente le storie personali dei protagonisti fino a quando gli eventi li riuniscono assieme. Nel romanzo emerge chiaro il cinismo interessato di Pio IX e delle grandi potenze di allora, soprattutto della Francia.
Interessantissima è la narrazione dei non facili rapporti tra Mazzini e Garibaldi, uniti dall’ideale, ma divisi dalla formazione e dal carattere, ma soprattutto dalla ben maggiore concretezza del generale. Per effetto dell’attenzione focalizzata sugli avvenimenti di Roma, viene un po’ sottaciuto il ruolo fondamentale della monarchia Sabauda, che rischiò, unica tra le dinastie regnanti, di perdere il trono per perseguire l’Unità Italiana e il ruolo di Vittorio Emanuele II dopo l’abdicazione di Carlo Alberto, che, di nuovo unico, rifiutò di abrogare lo Statuto Albertino dopo la sconfitta finale di Novara. La storia è puntualmente rispettata nel romanzo di Vincenzi, ma è soprattuto l’epica che viene esaltata, perché l’autore sa trasmettere una commozione nel descrivere gli avvenimenti, che risulta viva perché lui stesso per primo l’ha provata. Amore e morte individuali sullo sfondo di un dramma comune. Il libro si chiude sulla fine dell’avventura che osò sfidare il regime ormai poliziesco del Papa-Re, ma nel modo in cui i protagonisti reagiscono al disastro, si capisce che alla fine saranno loro a vincere. Un gran bel libro insomma, da far leggere ai figli, per le virtù civiche che vi si trovano, l’ispirazione e la classica orditura letteraria.
E’ come essere dentro gli avvenimenti e partecipare a quella vera e propria “chanson de geste” nazionale che fu il nostro Risorgimento, nel 1848 con la prima guerra d’indipendenza e nel 49 con la Repubblica Romana. Sono talmente vivi gli avvenimenti, i personaggi, i colori, le atmosfere, che Stefano Vincenzi fa rivivere nel suo romanzo storico, da far riemergere sensazioni e ricordi che credevamo addormentati nella memoria del nostro popolo. I protagonisti delle vicende emergono come eroi, perché tali realmente furono, ma anche e soprattutto come uomini e donne in carne ed ossa, con passioni terrene, visioni personali, contrasti, eppure capaci di superarsi e di “fare la Storia” (cosa che a molto pochi è data) perché alla fine trascinati al servizio di un ideale che tutto faceva superare e fondere nell’azione. La prima guerra di indipendenza e la Repubblica Romana furono la parte più sfortunata del nostro riscatto nazionale, ma anche la più coraggiosa.
Vincenzi ci porta a conoscere da vicino i grandi protagonisti, come Garibaldi, Mazzini o Pio IX e i comprimari significativi, dalla bella Gigogin alla principessa di Belgioioso passando per Ciceruacchio, tratteggiati nella loro vita, il loro ruolo, i loro amori e i loro dissapori. Il mosaico che ne esce è convincente e coinvolgente, perché oltre ad una penna appuntita e a un grande mestiere (sua è la grande trilogia sull’Impero Romano d’Oriente) Vincenzi rinuncia all’uso dell ”io narrante” per far svolgere il romanzo (molto storicamente preciso) in parallelo, seguendo contemporaneamente le storie personali dei protagonisti fino a quando gli eventi li riuniscono assieme. Nel romanzo emerge chiaro il cinismo interessato di Pio IX e delle grandi potenze di allora, soprattutto della Francia.
Interessantissima è la narrazione dei non facili rapporti tra Mazzini e Garibaldi, uniti dall’ideale, ma divisi dalla formazione e dal carattere, ma soprattutto dalla ben maggiore concretezza del generale. Per effetto dell’attenzione focalizzata sugli avvenimenti di Roma, viene un po’ sottaciuto il ruolo fondamentale della monarchia Sabauda, che rischiò, unica tra le dinastie regnanti, di perdere il trono per perseguire l’Unità Italiana e il ruolo di Vittorio Emanuele II dopo l’abdicazione di Carlo Alberto, che, di nuovo unico, rifiutò di abrogare lo Statuto Albertino dopo la sconfitta finale di Novara. La storia è puntualmente rispettata nel romanzo di Vincenzi, ma è soprattuto l’epica che viene esaltata, perché l’autore sa trasmettere una commozione nel descrivere gli avvenimenti, che risulta viva perché lui stesso per primo l’ha provata. Amore e morte individuali sullo sfondo di un dramma comune. Il libro si chiude sulla fine dell’avventura che osò sfidare il regime ormai poliziesco del Papa-Re, ma nel modo in cui i protagonisti reagiscono al disastro, si capisce che alla fine saranno loro a vincere. Un gran bel libro insomma, da far leggere ai figli, per le virtù civiche che vi si trovano, l’ispirazione e la classica orditura letteraria.
Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli