La riforma sull’autonomia e le polemiche I dubbi di Meloni: “No fughe in avanti”

 

Il mantra governativo sull’autonomia è che “nessuno sarà lasciato indietro”. Ma se Roma frena e Giorgia Meloni sibillina ci mette davanti il presidenzialismo, che contempla la modifica della Costituzione, il ministro per le Autonomie Roberto Calderoli e il leghismo ortodosso di osservanza zaiana dovrebbero cominciare a preoccuparsi. Più che di crepe nel governo sull’autonomia differenziata siamo a un passo dallo stallo programmatico. Pare di nuovo andare in scena la stessa sceneggiatura delle passate legislature. Si parte con i proclami, si prosegue con le interviste rassicuranti e le strategie concilianti, ma quando si arriva al setaccio governativo dove si soppesano i pro e contro, o più prosaicamente si fanno i conti della serva, c’è altro di più urgente cui prestare attenzione. E l’autonomia slitta. “In realtà i lavori procedono spediti”, ripete convinto Calderoli. Dice di avere le spalle grosse e di avere messo in conto le resistenze politiche che non cambieranno la traiettoria della riforma. Essa sarà virtuosa per il futuro dell’Italia, come avviene per le nazioni in cui prevale la forma federale. Ma più che dall’alzata di scudi dell’opposizione, che in parlamento è fragile perché disunita, e dei presidenti di regione del campo avverso (su tutti Stefano Bonaccini, che puntando alla segreteria Pd afferma che “scuola e sanità” non possono far parte del pacchetto autonomista perché programmi e investimenti dovranno essere gli stessi a Bolzano a Crotone; ammonisce di non essere contrario in via pregiudiziale, ma che l’autonomia non deve aumentare il gap tra le regioni ricche e quelle meno fortunate); il ministro Calderoli dovrebbe essere in ansia per le dichiarazioni sull’argomento di alcuni ministri (come Antonio Tajani, per il quale non devono dilatarsi le “differenze tra Nord e Sud”) e per le parole dei presidenti di regione meridionali che dovrebbero fargli venire qualche dubbio. Calderoli è un politico di lungo corso ed avendo già cominciato a fare buon viso a cattivo gioco sa che la partita è in salita. Il convoglio della riforma autonomista, la legge bandiera della Lega sulla quale in tanti, a cominciare da Luca Zaia, si sono spesi dopo il referendum lombardo-veneto del 2017, non è partito come avrebbe voluto. A Venezia, a novembre, aveva annunciato: “Entro fine anno la bozza della legge andrà in Consiglio dei ministri”. Aveva appena presentato in sede di Conferenza delle Regioni una bozza, composta di nove articoli, per attuare il percorso di riconoscimento di un’autonomia differenziata delle regioni a statuto ordinario che ne facciano richiesta. Ma a fine 2022 non solo l’esecutivo non l’ha presa in mano, ma nella conferenza stampa di chiusura d’anno, durata la bellezza di tre ore, la premier Giorgia Meloni non ha dedicato volutamente un secondo all’autonomia differenziata. Sterzata allora di Calderoli: “La bozza della legge è stata trasmessa alla presidenza del Consiglio, in tempi celeri ci sarà l’approvazione e quindi ci saranno i necessari passaggi parlamentari”. L’obiettivo del ministro è di arrivare entro la fine 2023 con la legge di bilancio che prevede i “Livelli essenziali delle prestazioni”, i cosiddetti Lep, senza i quali non si va da nessuna parte. Sono le forche caudine della riforma. Del resto, la stessa Meloni il 5 dicembre intervenendo al Festival delle Regioni aveva piantato i suoi paletti: “Si farà, ma niente fughe in avanti”. Un’affermazione in cui c’è un programma di legislatura. Ma una volta definiti i Lep, con il minimo garantito per tutte le regioni, bisognerà mettere mano alla spesa storica, ai fabbisogni e i costi standard. Insomma, un lavoro certosino. “Chi è contro l’autonomia è contro la Costituzione”, tuona il governatore Luca Zaia, mentre l’ex titolare dell’Autonomia, Francesco Boccia, osserva che la trasmissione del decreto legge al governo senza portarlo prima in Conferenza Stato-Regioni e in Conferenza unificata è uno sgarbo istituzionale. Così come Mara Carfagna, presidente di Azione, attacca che “Salvini per difendere l’ autonomia modello Calderoli offende sindaci, assessori e amministratori del Sud accusandoli in blocco di “cercare alibi” per non essere allineati sul ddl: è una picconata alla dignità del Mezzogiorno”. “L’autonomia non vuole e non spaccherà il Paese”, replica il ministro. Ma per molti il silenzio di Meloni sul tema autonomista, mentre preme sul presidenzialismo, è eloquente. Certo, la maggioranza di centrodestra ha i numeri per votare la legge. Anche a costo di spaccare l’Italia?

 

Il mantra governativo sull’autonomia è che “nessuno sarà lasciato indietro”. Ma se Roma frena e Giorgia Meloni sibillina ci mette davanti il presidenzialismo, che contempla la modifica della Costituzione, il ministro per le Autonomie Roberto Calderoli e il leghismo ortodosso di osservanza zaiana dovrebbero cominciare a preoccuparsi. Più che di crepe nel governo sull’autonomia differenziata siamo a un passo dallo stallo programmatico. Pare di nuovo andare in scena la stessa sceneggiatura delle passate legislature. Si parte con i proclami, si prosegue con le interviste rassicuranti e le strategie concilianti, ma quando si arriva al setaccio governativo dove si soppesano i pro e contro, o più prosaicamente si fanno i conti della serva, c’è altro di più urgente cui prestare attenzione. E l’autonomia slitta. “In realtà i lavori procedono spediti”, ripete convinto Calderoli. Dice di avere le spalle grosse e di avere messo in conto le resistenze politiche che non cambieranno la traiettoria della riforma. Essa sarà virtuosa per il futuro dell’Italia, come avviene per le nazioni in cui prevale la forma federale. Ma più che dall’alzata di scudi dell’opposizione, che in parlamento è fragile perché disunita, e dei presidenti di regione del campo avverso (su tutti Stefano Bonaccini, che puntando alla segreteria Pd afferma che “scuola e sanità” non possono far parte del pacchetto autonomista perché programmi e investimenti dovranno essere gli stessi a Bolzano a Crotone; ammonisce di non essere contrario in via pregiudiziale, ma che l’autonomia non deve aumentare il gap tra le regioni ricche e quelle meno fortunate); il ministro Calderoli dovrebbe essere in ansia per le dichiarazioni sull’argomento di alcuni ministri (come Antonio Tajani, per il quale non devono dilatarsi le “differenze tra Nord e Sud”) e per le parole dei presidenti di regione meridionali che dovrebbero fargli venire qualche dubbio. Calderoli è un politico di lungo corso ed avendo già cominciato a fare buon viso a cattivo gioco sa che la partita è in salita. Il convoglio della riforma autonomista, la legge bandiera della Lega sulla quale in tanti, a cominciare da Luca Zaia, si sono spesi dopo il referendum lombardo-veneto del 2017, non è partito come avrebbe voluto. A Venezia, a novembre, aveva annunciato: “Entro fine anno la bozza della legge andrà in Consiglio dei ministri”. Aveva appena presentato in sede di Conferenza delle Regioni una bozza, composta di nove articoli, per attuare il percorso di riconoscimento di un’autonomia differenziata delle regioni a statuto ordinario che ne facciano richiesta. Ma a fine 2022 non solo l’esecutivo non l’ha presa in mano, ma nella conferenza stampa di chiusura d’anno, durata la bellezza di tre ore, la premier Giorgia Meloni non ha dedicato volutamente un secondo all’autonomia differenziata. Sterzata allora di Calderoli: “La bozza della legge è stata trasmessa alla presidenza del Consiglio, in tempi celeri ci sarà l’approvazione e quindi ci saranno i necessari passaggi parlamentari”. L’obiettivo del ministro è di arrivare entro la fine 2023 con la legge di bilancio che prevede i “Livelli essenziali delle prestazioni”, i cosiddetti Lep, senza i quali non si va da nessuna parte. Sono le forche caudine della riforma. Del resto, la stessa Meloni il 5 dicembre intervenendo al Festival delle Regioni aveva piantato i suoi paletti: “Si farà, ma niente fughe in avanti”. Un’affermazione in cui c’è un programma di legislatura. Ma una volta definiti i Lep, con il minimo garantito per tutte le regioni, bisognerà mettere mano alla spesa storica, ai fabbisogni e i costi standard. Insomma, un lavoro certosino. “Chi è contro l’autonomia è contro la Costituzione”, tuona il governatore Luca Zaia, mentre l’ex titolare dell’Autonomia, Francesco Boccia, osserva che la trasmissione del decreto legge al governo senza portarlo prima in Conferenza Stato-Regioni e in Conferenza unificata è uno sgarbo istituzionale. Così come Mara Carfagna, presidente di Azione, attacca che “Salvini per difendere l’ autonomia modello Calderoli offende sindaci, assessori e amministratori del Sud accusandoli in blocco di “cercare alibi” per non essere allineati sul ddl: è una picconata alla dignità del Mezzogiorno”. “L’autonomia non vuole e non spaccherà il Paese”, replica il ministro. Ma per molti il silenzio di Meloni sul tema autonomista, mentre preme sul presidenzialismo, è eloquente. Certo, la maggioranza di centrodestra ha i numeri per votare la legge. Anche a costo di spaccare l’Italia?
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