La sbornia democratica

Ci mancava Giorgio Gori, sinistrorso moderato dell’ultima ora, a spiegare che Antonio Pazeri, l’uomo al centro del Qatargate e delle mazzetteche hanno inquinato le battaglie della sinistra sui diritti umani, non è affar loro ma affar di Articolo Uno, la creatora da zero virgola inventata da Pier Luigi Bersani per prendersi i resti di un Pd in crisi. Detto che il distinguo da uno come Gori non ce l’aspettavamo, perché è una scemenza cosmica, visto che Panzeri se sta con Speranza è solo per dire di essere uno di sinistra, non certo per prenderne le distanze, il problema è molto più serio.
C’è un pezzo di politica italiana, il Partito democratico, che sta sotto il 15 per cento (e per ora è anche troppo) che non sa più come fare a camminare su questa terra. Perché un partito di scemenze ne può fare molte, tutti le fanno, ma pensare di scegliere la strada del distinguo sulla tangentopoli europea che tira in ballo i principi fondanti dell’homo democraticus è la più grande gaffe che oggi i Dem, in vigilia di congresso, e in caduta libera nei sondaggi, possono immaginare.
Quello che ci si aspetta è proprio il contrario: anche se Panzeri è uscito dal Pd, noi tutti, comunità democratica italiana, ci sentiamo in dovere di scusarci con glin elettori, con i cittadini, con i nostri militanti per avere lasciato degli spazi vuoti fra la politica e la realtà, che abbiano anche solo fatto immaginare a nostri esponenti di primo livello di poter mangiare sui diritti umani e sui migranti.
Ma non lo faranno, perché come sempre il pesce puzza dalla testa. E il segretario del Pd, Enrico Letta, da quando è tornato dalla Francia dove si era autoesiliato (evidentemente per finta) dopo l’ascesa al potere di Matteo Renzi, ormai anni fa, altro non fa che rivendicare una supremazia morale della sua sinistra, priva di fatti reali, salvo poi mostrarsi al mondo come il capo, pardon leader, politico che non ha idea di quel che succeda nel suo sottoscala.
Oggin L’identità pubblica un nuovo filone dell’inchiesta Qatargate. Destinata a far tremare il Parlamento europeo. Tiriamo in ballo la Francia, nuove figure, nuovi personaggi. E abbiamo la convinzione che questa storia sia solo all’inizio. Perché la più banale delle verità è che c’è un paese arabo, lontano dalla democrazia, che ha tentato in questi anni di diventare un satellite (o forse un’astronave madre) dell’Europa. Forte solo del suo fondo sovrano e dei nuovi miliardi di euro, sapendo bene che un Occidente in crisi ci sarebbe cascato con tutte le scarpe. E così è. Al di là dei sacchi di quattrini trovati nelle case dei protagonisti, c’è proprio l’impressione di un sistema che aveva come obiettivo portare l’Emirato dentro l’Occidente, operazione fortunatamente fallita ma che fino all’inizio dei Mondiali è rimasta sorto traccia. E che solo gli inquirenti stanno portando alla luce.
Ora, metteteci tutti il garantismo che volete, ma è evidente che la sinistra sta morendo dentro i veleni di questa inchiesta. Perché essa tocca il cuore del patto non scritto fra un popolo e i suoi rappresentanti. E la sinistra, intesa come popolo, tutto può accettare ma non questo. Invece al vertice del Pd ci sono ancora figure ambigue, gente che fa distinguo, che spera che passi la nuttata, che confida nella memoriq brevev dell’epoca dei social, quella in cui le informazioni sono istantanee e universali, a differenza di un tempo, ma anche quella in cui la percezione è dell’impunità per assuefazione.
Non sarà così. Stavolta no. Per un motivo molto semplice. E cioè che quanto è avvenuto e sta nelle carte di Strasburgo e Bruxelles è il finale di una partita durata dieci anni. Una partita in cui la sinistra è vissuta solo per restaurare un potere. Un potere nel nome del quale avrebbe dovuto esistere per destino, e non per le sue idee. Avrebbe dovuto sedere al governo per una sorta di predestinazione morale. Un fatto equivoco per una democrazia, definitivamente demolito dalla presa di coscienza che ciò che professava non era veri. E, caro Gori, questo un leader della sinistra deve saperlo. Perché può esistere il malaffare in politica, c’è dalla notter dei tempi, ma non può esistere l’illusione che non ti sfiori, che sia altro da te,quando è evidente che esso si è annidato nel vuoto politico di questi anni. Dando modo na qualcuno, nel nome degli ideali, di essere simbolo della distanza che regna fra i progressisti europei, fra parole e fatti.
Ci mancava Giorgio Gori, sinistrorso moderato dell’ultima ora, a spiegare che Antonio Pazeri, l’uomo al centro del Qatargate e delle mazzetteche hanno inquinato le battaglie della sinistra sui diritti umani, non è affar loro ma affar di Articolo Uno, la creatora da zero virgola inventata da Pier Luigi Bersani per prendersi i resti di un Pd in crisi. Detto che il distinguo da uno come Gori non ce l’aspettavamo, perché è una scemenza cosmica, visto che Panzeri se sta con Speranza è solo per dire di essere uno di sinistra, non certo per prenderne le distanze, il problema è molto più serio.
C’è un pezzo di politica italiana, il Partito democratico, che sta sotto il 15 per cento (e per ora è anche troppo) che non sa più come fare a camminare su questa terra. Perché un partito di scemenze ne può fare molte, tutti le fanno, ma pensare di scegliere la strada del distinguo sulla tangentopoli europea che tira in ballo i principi fondanti dell’homo democraticus è la più grande gaffe che oggi i Dem, in vigilia di congresso, e in caduta libera nei sondaggi, possono immaginare.
Quello che ci si aspetta è proprio il contrario: anche se Panzeri è uscito dal Pd, noi tutti, comunità democratica italiana, ci sentiamo in dovere di scusarci con glin elettori, con i cittadini, con i nostri militanti per avere lasciato degli spazi vuoti fra la politica e la realtà, che abbiano anche solo fatto immaginare a nostri esponenti di primo livello di poter mangiare sui diritti umani e sui migranti.
Ma non lo faranno, perché come sempre il pesce puzza dalla testa. E il segretario del Pd, Enrico Letta, da quando è tornato dalla Francia dove si era autoesiliato (evidentemente per finta) dopo l’ascesa al potere di Matteo Renzi, ormai anni fa, altro non fa che rivendicare una supremazia morale della sua sinistra, priva di fatti reali, salvo poi mostrarsi al mondo come il capo, pardon leader, politico che non ha idea di quel che succeda nel suo sottoscala.
Oggin L’identità pubblica un nuovo filone dell’inchiesta Qatargate. Destinata a far tremare il Parlamento europeo. Tiriamo in ballo la Francia, nuove figure, nuovi personaggi. E abbiamo la convinzione che questa storia sia solo all’inizio. Perché la più banale delle verità è che c’è un paese arabo, lontano dalla democrazia, che ha tentato in questi anni di diventare un satellite (o forse un’astronave madre) dell’Europa. Forte solo del suo fondo sovrano e dei nuovi miliardi di euro, sapendo bene che un Occidente in crisi ci sarebbe cascato con tutte le scarpe. E così è. Al di là dei sacchi di quattrini trovati nelle case dei protagonisti, c’è proprio l’impressione di un sistema che aveva come obiettivo portare l’Emirato dentro l’Occidente, operazione fortunatamente fallita ma che fino all’inizio dei Mondiali è rimasta sorto traccia. E che solo gli inquirenti stanno portando alla luce.
Ora, metteteci tutti il garantismo che volete, ma è evidente che la sinistra sta morendo dentro i veleni di questa inchiesta. Perché essa tocca il cuore del patto non scritto fra un popolo e i suoi rappresentanti. E la sinistra, intesa come popolo, tutto può accettare ma non questo. Invece al vertice del Pd ci sono ancora figure ambigue, gente che fa distinguo, che spera che passi la nuttata, che confida nella memoriq brevev dell’epoca dei social, quella in cui le informazioni sono istantanee e universali, a differenza di un tempo, ma anche quella in cui la percezione è dell’impunità per assuefazione.
Non sarà così. Stavolta no. Per un motivo molto semplice. E cioè che quanto è avvenuto e sta nelle carte di Strasburgo e Bruxelles è il finale di una partita durata dieci anni. Una partita in cui la sinistra è vissuta solo per restaurare un potere. Un potere nel nome del quale avrebbe dovuto esistere per destino, e non per le sue idee. Avrebbe dovuto sedere al governo per una sorta di predestinazione morale. Un fatto equivoco per una democrazia, definitivamente demolito dalla presa di coscienza che ciò che professava non era veri. E, caro Gori, questo un leader della sinistra deve saperlo. Perché può esistere il malaffare in politica, c’è dalla notter dei tempi, ma non può esistere l’illusione che non ti sfiori, che sia altro da te,quando è evidente che esso si è annidato nel vuoto politico di questi anni. Dando modo na qualcuno, nel nome degli ideali, di essere simbolo della distanza che regna fra i progressisti europei, fra parole e fatti.
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