La Scala tra Russia e Politica

Il “Boris Godunov” presentato alla Scala, nonostante tutti i distinguo e gli addolcimenti dei giorni scorsi, è un’opera sul potere, in questo memore, più che dell’attualità storica, dell’influenza che Shakespeare ebbe su Puskin e Musorgskij, soprattutto con il “Riccardo III”. Ne è ben consapevole Ildar Abdrazakov, nel ruolo del titolo: un protagonista aspro e autoritario nella prima parte dell’opera, sofferentemente umano nella seconda. Possiede una voce che sa essere suadente, con fraseggi delicati e intimistici, in un continuo e ammirevole sforzo nel tendere la declamazione verso il canto più che al parlato. Certo, vocalmente parlando non ha l’allure aristocratica di un Nicolaj Ghiaurov, ma supplisce con la potenza drammatica nella scena della straziante allucinazione segnata dal pentimento per l’assassinio dello zarevic: le sferzanti frustate cromatiche, i ritmi incalzanti, ci restituiscono una “scena della follia” che ha pochi eguali nella storia del melodramma.
Forse si deve arrivare fino al “Wozzeck” di Alban Berg per trovarne di altrettanto viscerali e coinvolgenti. Nelle parti minori Norbert Ernst è un Vasilij Šujskij mellifluo e insinuante, perfetto ritratto di un politico intrigante dei nostri giorni. Stanislav Trofimov è un Varlaam al tempo stesso fresco e troppo inerte, Ain Anger un Pimen un po’ flemmatico e senza eccessivi infingimenti, che ricorda più il Sarastro mozartiano che il Grande Inquisitore de “I fratelli Karamazov” (come forse era negli intendimenti di Musorgskij). Voci dense d’espressività nel fraseggio, e qui si vede la mano del direttore musicale, quelle di Dmitry Golovnin (Grigorij), Lilly Jørstad (Fëdor), Anna Denisova (Ksenija). Riccardo Chailly ha scelto la prima versione dell’opera, proposta nell’edizione critica di Evgenij Levasev, che ha restituito 23 battute di musica mai sentita prima, situate tra la scena dell’incoronazione il risveglio e il sogno di Grigorij. L’orchestra e il coro della Scala (quest’ultimo in grande forma) concorrono a potenziare il testo con ricercata brutalità e freschezza barbariche. La sapienza di Chailly rifulge al momento della scena della morte di Boris, dove lo zar invita al perdono evocando musicalmente un tema di redenzione, con un rullo di timpano che lentamente si spegne, prolungato con una corona verso l’infinito. Si conferma direttore raffinato, apprezzato come è in tutti i teatri e le sale da concerto che contano: speriamo che Gennaro Sangiuliano lo coinvolga nella programmazione musicale del suo ministero culturale, come ha già fatto con la super patinata Beatrice Venezi.
Il regista Kaspar Holten dà allo spettatore due letture della fosca vicenda: inizialmente assistiamo a ciò che accade a Boris in una prospettiva esterna, mettendo cioè in preminenza il contesto delle situazioni e dei personaggi che lo evocano. Nella seconda lo spettatore viene immerso in una prospettiva interna, nel mondo visionario dello zar ormai prossimo alla follia. Ciò spiega il motivo ricorrente dei fantasma insanguinato che torna dal passato a tormentare la sua anima. Altro protagonista, fra le visioni più azzeccate della sua regia, è il monaco Pimen, che incarna il richiamo alla verità e l’esigenza di testimoniarla, rappresentata da una scena che prevede ampi fogli cartacei, ovvero il fiume della Storia, l’autentica protagonista della vicenda teatrale.

Il “Boris Godunov” presentato alla Scala, nonostante tutti i distinguo e gli addolcimenti dei giorni scorsi, è un’opera sul potere, in questo memore, più che dell’attualità storica, dell’influenza che Shakespeare ebbe su Puskin e Musorgskij, soprattutto con il “Riccardo III”. Ne è ben consapevole Ildar Abdrazakov, nel ruolo del titolo: un protagonista aspro e autoritario nella prima parte dell’opera, sofferentemente umano nella seconda. Possiede una voce che sa essere suadente, con fraseggi delicati e intimistici, in un continuo e ammirevole sforzo nel tendere la declamazione verso il canto più che al parlato. Certo, vocalmente parlando non ha l’allure aristocratica di un Nicolaj Ghiaurov, ma supplisce con la potenza drammatica nella scena della straziante allucinazione segnata dal pentimento per l’assassinio dello zarevic: le sferzanti frustate cromatiche, i ritmi incalzanti, ci restituiscono una “scena della follia” che ha pochi eguali nella storia del melodramma.
Forse si deve arrivare fino al “Wozzeck” di Alban Berg per trovarne di altrettanto viscerali e coinvolgenti. Nelle parti minori Norbert Ernst è un Vasilij Šujskij mellifluo e insinuante, perfetto ritratto di un politico intrigante dei nostri giorni. Stanislav Trofimov è un Varlaam al tempo stesso fresco e troppo inerte, Ain Anger un Pimen un po’ flemmatico e senza eccessivi infingimenti, che ricorda più il Sarastro mozartiano che il Grande Inquisitore de “I fratelli Karamazov” (come forse era negli intendimenti di Musorgskij). Voci dense d’espressività nel fraseggio, e qui si vede la mano del direttore musicale, quelle di Dmitry Golovnin (Grigorij), Lilly Jørstad (Fëdor), Anna Denisova (Ksenija). Riccardo Chailly ha scelto la prima versione dell’opera, proposta nell’edizione critica di Evgenij Levasev, che ha restituito 23 battute di musica mai sentita prima, situate tra la scena dell’incoronazione il risveglio e il sogno di Grigorij. L’orchestra e il coro della Scala (quest’ultimo in grande forma) concorrono a potenziare il testo con ricercata brutalità e freschezza barbariche. La sapienza di Chailly rifulge al momento della scena della morte di Boris, dove lo zar invita al perdono evocando musicalmente un tema di redenzione, con un rullo di timpano che lentamente si spegne, prolungato con una corona verso l’infinito. Si conferma direttore raffinato, apprezzato come è in tutti i teatri e le sale da concerto che contano: speriamo che Gennaro Sangiuliano lo coinvolga nella programmazione musicale del suo ministero culturale, come ha già fatto con la super patinata Beatrice Venezi.
Il regista Kaspar Holten dà allo spettatore due letture della fosca vicenda: inizialmente assistiamo a ciò che accade a Boris in una prospettiva esterna, mettendo cioè in preminenza il contesto delle situazioni e dei personaggi che lo evocano. Nella seconda lo spettatore viene immerso in una prospettiva interna, nel mondo visionario dello zar ormai prossimo alla follia. Ciò spiega il motivo ricorrente dei fantasma insanguinato che torna dal passato a tormentare la sua anima. Altro protagonista, fra le visioni più azzeccate della sua regia, è il monaco Pimen, che incarna il richiamo alla verità e l’esigenza di testimoniarla, rappresentata da una scena che prevede ampi fogli cartacei, ovvero il fiume della Storia, l’autentica protagonista della vicenda teatrale.

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