Politica

“La sinistra è lontana dal popolo E in Italia va peggio che a Madrid”

di Edoardo Sirignano -

FAUSTO BERTINOTTI EX PRESIDENTE CAMERA DEI DEPUTATI


di EDOARDO SIRIGNANO

“In Italia va peggio che a Madrid. In Spagna una semplice battuta d’arresto, dovuta a un fenomeno globale e incontrollabile. Qui, invece, la sinistra non esiste. Bisogna ripartire da capo. Sbagliate ipotesi revisionistiche. Se l’alternativa tarda ad arrivare, occorre passare subito alla rivolta. Altrimenti rischiamo di essere battuti dai mostri del nuovo millennio”. A dirlo Fausto Bertinotti, ex presidente della Camera e leader di Rifondazione Comunista.

Sanchez perde le elezioni e si dimette. Avanza, al contrario, la destra, come già accaduto in altre parti del continente…

La Spagna francamente era uno di quei luoghi dove l’aggregazione di sinistra poteva aspettarsi un risultato migliore, avendo perseguito una politica, seppure con i limiti del governo Sanchez, basata su un’agenda sociale in linea con le grandi tradizioni social-democratiche europee. Basti pensare al salario minimo, alle integrazioni di reddito sulla casa, alle proposte per quanto concerne i giovani. Evidentemente neanche questo basta.

Perché?

C’è un qualcosa che si è spezzato nel rapporto tra il popolo e la rappresentanza politica, fenomeno d’altronde che già si era visto negli Stati Uniti. Ci sono delle ragioni profonde di destrutturazione delle culture popolari e di penetrazione di quelle delle paure. È come se una parte di popolo non si sentisse più protetta, come se l’essere umano appartenesse a un mondo in cui gli frana la terra sotto ai piedi e quindi si aggrappa a quello che può, all’autorità, all’odio verso l’altro, aspetti su cui la destra ha lavorato molto meglio della sinistra.

Le preoccupa che una forza come Vox adesso sia diventata ago della bilancia?

Serpeggia, sottotraccia e in forme diverse, una destra populista e reazionaria. La cultura estrema del rancore viene vista come la soluzione con cui cancellare l’inquietudine, scaricandola appunto contro il nemico interno.

Quale la differenza tra la sinistra italiana e quella iberica?

In Spagna la sinistra perde, ma non scompare. In Italia, invece, non esiste. Questa è la differenza basilare.

C’è qualcosa da rivedere?

Nulla! Bisogna cominciare da capo. Ipotesi revisionistiche possono essere utili quando c’è una storia potente, seppure arrivata a un punto di crisi. Quest’ultima, infatti, se corretta può proseguire un percorso. Qui, invece, c’è da costruire dalle fondamenta una nuova idea di alternativa di società. Parliamo, stavolta, di smacchi che non riguardano le politiche, ma il campo delle teorie socioculturali, delle dottrine. Abbiamo a che fare con degli interrogativi su dove va il mondo, su quale sia il destino dell’umanità. Siamo al tempo dell’Apocalisse, non come catastrofe obbligata, ma come out to out.

Se non maturano le grandi scelte, cosa succederà?

Cresce la formula di Gramsci fascinosa e inquietante: “Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”. Bisognerebbe essere consapevoli di abitare in un pianeta popolato da mostri e pensare come affrontarli.
Il problema, però, è che quelli che una volta venivano chiamati compagni, oggi, non rappresentano più i ceti meno abbienti.

Possiamo dire che i metalmeccanici, gli studenti e la piccola borghesia hanno cambiato modelli?

Le categorie, a cui fa riferimento, non sono più utilizzabili. Il tempo del partito comunista, di quello socialista, laburista, dell’Unione Sovietica, della rivoluzione contro il colonialismo, della solidarietà con la guerra del Vietnam è finito. Quelle soggettività politiche del Novecento, nate intorno al conflitto di classe, sono state battute. Essendo stato sconfitto un secolo, vengono scossi potentemente i suoi protagonisti. Hanno perso la loro forza. Sono nudi di fronte alla grande rivoluzione capitalistica.

Quando ritorneranno a esserci condizioni favorevoli per la sinistra?

Fino a che non ci sarà una vera alternativa, si continuerà a ballare.

Sono anni, però, che aspettiamo l’alternativa. Come, intanto, sopravvivere?

In attesa dell’alternativa, vale la rivolta, come nella recentissima stagione francese. Si può perdere nelle urne e vincere nelle piazze. Macron riesce a spuntarla nei seggi, ma per due mesi è sotto assedio.

Qualora l’Ucraina non dovesse vincere la guerra, potrebbe cambiare lo scenario?

Questa ipotesi non esiste. La guerra la perdono tutti.

La chiave per battere le destre, a suo parere, è la rivolta. Come prepararsi alle prossime europee?

Bisogna essere predisposti all’imprevisto. Il Natale di lotta a Londra non se lo aspettava nessuno. Se la politica guarda alla società forse può scorgere un futuro, se guarda invece al cielo della politique politicienne la vedo male.

La Francia, però, ha sempre avuto nel suo dna la rivoluzione. L’Italia storicamente è meno propensa alle piazze…

Superiamo questo luogo comune. L’Italia ha avuto il più lungo, denso, esteso e radicale conflitto sociale d’Europa nel dopoguerra, che è durato non qualche mese, come il maggio francese, ma un decennio. Basta aprire un qualsiasi registro sociale e prendere un mese a caso per trovare almeno tre scioperi generali, dieci provinciali e cinquanta manifestazioni di piazza. Non è vera la vulgata secondo cui l’Italia, per dna, è inadatta al conflitto sociale.


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