La storia della penna a sfera

E’ una via di mezzo, tra biografia e racconto, il libro di Giulio Levi (“La straordinaria storia della penna a sfera”, Ed. Diarkos), sulle origini e l’enorme successo mondiale dell’invenzione di László Bíró. Una vicenda affascinante di ingegno e determinazione, cominciata in Ungheria all’inizio degli anni Trenta del Novecento.

La ricostruzione di Levi si dipana attraverso intrighi commerciali, battaglie legali e mosse spregiudicate, in uno scenario internazionale con lo sfondo delle leggi razziali e della Seconda guerra mondiale, fino ai giorni nostri.

Tra le invenzioni che resero celebre il giornalista László Bíró (Budapest, 1899-Buenos Aires, 1985) vi fu in particolare la “penna a sfera”, chiamata poi “biro”, in suo onore. Il lavoro di reporter indusse Biro a ricercare uno strumento per scrivere che fosse più efficace della penna stilografica che, pur essendo diffusa all’epoca, presentava vari inconvenienti: l’inchiostro spesso macchiava i fogli, aveva tempi lunghi per asciugarsi e doveva essere ricaricata con una certa frequenza. Così Bíró provò a sostituire l’inchiostro usato per scrivere con quello delle rotative che stampavano i giornali; ma questo, essendo viscoso rendeva la scrittura poco scorrevole.

Sembra che l’idea definitiva ebbe origine osservando alcuni bambini che giocavano con delle biglie per la strada: le palline dopo aver attraversato una pozzanghera rotolavano,  lasciando una riga di fango uniforme. Ebbe così l’intuizione geniale: inserire all’estremità di una cartuccia d’inchiostro una piccola sfera metallica, libera di ruotare; la rotazione prelevava l’inchiostro dalla cartuccia e lo depositava sulla carta. L’invenzione venne perfezionata insieme al fratello György, un chimico, il quale sviluppò la formula di un inchiostro a rapida 

asciugatura e viscosità adeguata. Il 15 giugno 1938 i due fratelli crearono un prototipo e lo brevettarono in Ungheria e in Gran Bretagna.

Le sperimentazioni di Bíró, però, vennero interrotte per il precipitare degli avvenimenti: si avvicinava la Seconda guerra mondiale e, assieme alla famiglia di origine ebraica, per evitare persecuzioni, fuggì prima in Spagna, poi in Argentina, dove si stabilì definitivamente; e dove avviò la produzione della penna con il contributo di vari esperti, fra tutti Juan Jorge Meyne, con il quale fondò la società “Biro Meyne Biro”. Per l’approdo delle penne sul mercato argentino, invece, bisognerà attendere il 1945, quando Bíró commercializzò la propria invenzione, prima con i nomi di “Eterpen” e “Stratopen”, poi con quello definitivo di “Birome” (acronimo di “Biro y Meyne”).

Le pionieristiche intuizioni di Bíró, non furono seguite dal successo industriale e commerciale; per questo l’inventore, ormai disilluso, cedette il brevetto al barone italiano, naturalizzato francese, Marcel Bich. Il barone intendeva creare uno strumento di scrittura che fosse pratico ed economico, utilizzando materiali meno costosi, facilitando il passaggio dell’inchiostro dal tubo alla sfera. A partire dal 1950, Bich commercializzò la penna a sfera in tutto il mondo. Giulio Levi, nel ricostruire la storia di Bíró, ricorda che è stato inventore, artista, sognatore, idealista, poco versato negli affari, addirittura ingenuo nella vita pratica, acuto osservatore del mondo che lo circondava, traeva soddisfazione dal puro atto creativo di inventare. Lo interessava molto meno quello che poteva far seguito a una invenzione: la commercializzazione e il guadagno. Per quanto riguarda Bich, Levi annota che è stato un “self made man”, partito dal niente, nonostante il titolo nobiliare ereditato, uomo ricco di idee e di intuizioni per il commercio e per la creazione di una gigantesca potenza industriale più che al puro atto di inventare o di migliorare un prodotto; si rivelò poliedrico nelle sue attività e nelle sue passioni (lo sport, la famiglia, la cultura). Sfruttò fino in fondo un’invenzione non sua e lasciò ai suoi discendenti un impero industriale, nato grazie alla sua versione della penna a sfera.

MD

E’ una via di mezzo, tra biografia e racconto, il libro di Giulio Levi (“La straordinaria storia della penna a sfera”, Ed. Diarkos), sulle origini e l’enorme successo mondiale dell’invenzione di László Bíró. Una vicenda affascinante di ingegno e determinazione, cominciata in Ungheria all’inizio degli anni Trenta del Novecento.

La ricostruzione di Levi si dipana attraverso intrighi commerciali, battaglie legali e mosse spregiudicate, in uno scenario internazionale con lo sfondo delle leggi razziali e della Seconda guerra mondiale, fino ai giorni nostri.

Tra le invenzioni che resero celebre il giornalista László Bíró (Budapest, 1899-Buenos Aires, 1985) vi fu in particolare la “penna a sfera”, chiamata poi “biro”, in suo onore. Il lavoro di reporter indusse Biro a ricercare uno strumento per scrivere che fosse più efficace della penna stilografica che, pur essendo diffusa all’epoca, presentava vari inconvenienti: l’inchiostro spesso macchiava i fogli, aveva tempi lunghi per asciugarsi e doveva essere ricaricata con una certa frequenza. Così Bíró provò a sostituire l’inchiostro usato per scrivere con quello delle rotative che stampavano i giornali; ma questo, essendo viscoso rendeva la scrittura poco scorrevole.

Sembra che l’idea definitiva ebbe origine osservando alcuni bambini che giocavano con delle biglie per la strada: le palline dopo aver attraversato una pozzanghera rotolavano,  lasciando una riga di fango uniforme. Ebbe così l’intuizione geniale: inserire all’estremità di una cartuccia d’inchiostro una piccola sfera metallica, libera di ruotare; la rotazione prelevava l’inchiostro dalla cartuccia e lo depositava sulla carta. L’invenzione venne perfezionata insieme al fratello György, un chimico, il quale sviluppò la formula di un inchiostro a rapida 

asciugatura e viscosità adeguata. Il 15 giugno 1938 i due fratelli crearono un prototipo e lo brevettarono in Ungheria e in Gran Bretagna.

Le sperimentazioni di Bíró, però, vennero interrotte per il precipitare degli avvenimenti: si avvicinava la Seconda guerra mondiale e, assieme alla famiglia di origine ebraica, per evitare persecuzioni, fuggì prima in Spagna, poi in Argentina, dove si stabilì definitivamente; e dove avviò la produzione della penna con il contributo di vari esperti, fra tutti Juan Jorge Meyne, con il quale fondò la società “Biro Meyne Biro”. Per l’approdo delle penne sul mercato argentino, invece, bisognerà attendere il 1945, quando Bíró commercializzò la propria invenzione, prima con i nomi di “Eterpen” e “Stratopen”, poi con quello definitivo di “Birome” (acronimo di “Biro y Meyne”).

Le pionieristiche intuizioni di Bíró, non furono seguite dal successo industriale e commerciale; per questo l’inventore, ormai disilluso, cedette il brevetto al barone italiano, naturalizzato francese, Marcel Bich. Il barone intendeva creare uno strumento di scrittura che fosse pratico ed economico, utilizzando materiali meno costosi, facilitando il passaggio dell’inchiostro dal tubo alla sfera. A partire dal 1950, Bich commercializzò la penna a sfera in tutto il mondo. Giulio Levi, nel ricostruire la storia di Bíró, ricorda che è stato inventore, artista, sognatore, idealista, poco versato negli affari, addirittura ingenuo nella vita pratica, acuto osservatore del mondo che lo circondava, traeva soddisfazione dal puro atto creativo di inventare. Lo interessava molto meno quello che poteva far seguito a una invenzione: la commercializzazione e il guadagno. Per quanto riguarda Bich, Levi annota che è stato un “self made man”, partito dal niente, nonostante il titolo nobiliare ereditato, uomo ricco di idee e di intuizioni per il commercio e per la creazione di una gigantesca potenza industriale più che al puro atto di inventare o di migliorare un prodotto; si rivelò poliedrico nelle sue attività e nelle sue passioni (lo sport, la famiglia, la cultura). Sfruttò fino in fondo un’invenzione non sua e lasciò ai suoi discendenti un impero industriale, nato grazie alla sua versione della penna a sfera.

MD

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