LA STRADA DELLA DISCORDIA

Un braccio di ferro che dura da mesi. In palio c’è la realizzazione di una strada di circa 13 chilometri, che dai 660 arriva fino ai 1.600 metri di altitudine, un faraonico asse viario forestale e camionabile tra Malga Tuglia e il rifugio Chiampizzulon, a ridosso di Sappada, il cui Comune, tuttavia, non ha voce in capitolo. La avversano gruppi spontanei sorti, soprattutto in rete, appoggiati da personaggi di spicco della vallata, gente comune, gruppi ambientalisti e anche dal Caì che in Friuli Venezia Giulia conta 18mila associati. Il gruppo più numero su Fb annovera già 5 mila partecipanti e si chiama “Salviamo i sentieri Cai 227 e 288”, il primo dei quali sarà praticamente distrutto per fare posto alla camionabile. A nulla è servito il pressing, le assemblee, gli appelli e gli inviti alla Comunità di Montagna della Carnia ove sono state presentate le “palesi problematiche idrogeologiche e valanghife che sconsigliano la realizzazione di una strada a 1.600 metri di quota, in un territorio selvaggio e insidioso e dunque foriero di possibili gravi problematiche alla futura viabilità”.
Secondo i gruppi contrari all’opera, “dopo l’incontro di agosto con la Comunità di Montagna e il sopralluogo della stessa in loco con la promessa di rivedersi per trovare una soluzione condivisa, disattendendo ogni impegno di dialogo abbiamo appreso da un comunicato stampa dei sindaci di Forni Avoltri, Rigolato, Prato Carnico, Comeglians e Ovaro e dalla Comunità di Montagna della Carnia che la strada purtroppo si farà. Per questo ci sentiamo davvero presi in giro. Noi vogliamo soltanto risposte rassicuranti, che ci sono state negate, per evitare uno sfregio ambientale”. La contestazione non riguarda tutto l’asse viario, ma soltanto il tratto di 3 chilometri in quota, ritenuto “devastante dal punto di vista paesaggistico, ambientale e idrogeologico con evidenti ricadute sui conti pubblici”. Oggi, è in programma il vertice forse decisivo tra i Comitati e i rappresentanti della Regione.
Un incontro programmato a Tolmezzo e che si preannuncia caldo. “Si tratta – dichiara l’avvocato Barbara Puschiasis – di un summit molto atteso, anche se avremmo preferito fosse stato convocato prima del loro comunicato, com’era stato promesso, in cui informavano di volere andare avanti comunque, senza interpellarci. Confidiamo di registrare un atteggiamento collaborativo e responsabile per una soluzione in conformità con lo sviluppo sostenibile della montagna”. E se dovessero replicare picche? “Noi – è la replica della Puschiasis – in questa malaugurata sorte andremmo avanti per le vie legali, anche perché questa che stiamo effettuando non è una battaglia di principio o ideologica, ma è semplicemente la richiesta della revisione di un progetto sulla scorta di documentazione scientifica, e dunque oggettiva, che abbiamo esibito. Confidiamo nella volontà delle amministrazioni locali di intessere con noi un dialogo schietto, ma proficuo”. Ma c’è anche dell’altro che ha risvolti sulla vita complessiva di quelle comunità. Chi avversa quell’opera, infatti, rimarca anche che una strada così pensata, così faraonica, fa a pugni con una realtà dove i paesi muoiono, i giovani se ne vanno, il lavoro latita come pure i servizi e lo stato delle strade della viabilità primaria manifestano costanti, quotidiane criticità, per non parlare delle strade forestali in strutturale degrado e abbandono, “tanto che nella maggior parte dei casi – si legge in un comunicato di Salviamo i sentieri 227-228 – evidenziano, in tutto o in parte, cedimenti tali da pregiudicarne la percorribilità in sicurezza”. Insomma, i Comitati si chiedono se davvero era necessaria la realizzazione di questa infrastruttura in un ambiente incontaminato e dove ci sono palesi criticità oggettive e vincoli idrogeologici che ne pregiudicano sicurezza e integrità. È circostanza ormai tristemente nota – insiste il Comitato – che le strade di montagna cadano a pezzi, che si devastino aree naturali incontaminate in pregiudizio della sicurezza e dei conti pubblici, anziché curare il patrimonio esistente e creare servizi a beneficio di tutti gli abitanti.
E si chiedono pure come mai siano stati utilizzati fondi Vaia visto che lungo il percorso fin qui realizzato non c’era bisogno di interventi di messa in sicurezza. “Viene il dubbio – sostiene Enrico Agostinis, studioso del territorio montano – che l’urgenza insita nella procedura Vaia servisse forse anche per gli affidamenti diretti”.
Tra l’altro, i 3 chilometri sotto accusa attraversano anche tre canaloni che hanno pareti alte anche 400 metri e che spesso scaricano massi, detriti, tronchi d’alberi. E un altro aspetto non di secondaria importanza concerne il fatto che questo tratto non avrà nulla a che fare con la viabilità per il turismo lento e sostenibile giacché si tratta di una strada forestale di primo livello che, come prevede il bando Psr, dovrà essere aperta al pubblico transito di mezzi a motore e adeguata anche al passaggio di autotreni. Il Comitato demolisca pure le motivazioni del progetto, definendo i contenuti “degni di un romanzo”. Infatti, rimarca il Comitato, si parla di funzione “tagliafuoco” della strada quando essa non si inserisce in un bosco bensì sulle pendici rocciose del monte Pleros ove periodicamente cadono massi di dimensioni non trascurabili. Inoltre, sullo stesso tratto non è possibile realizzare alcuna opera acquedottistica e questo alla luce dei vincoli urbanistici e idrogeologici esistenti, “per non parlare dell’assenza di una fonte da cui attingere l’acqua, così come del fatto che nessun bosco di produzione esiste tra la Malga Tuglia e il Rifugio Chiampizzulon”.
Lungo quei tre chilometri c’è soltanto bosco di protezione molto rado, fatto di larici che per loro natura zono indenni dal bostrico e non sono stati danneggiata da Vaia. L’avvocato Puschiasis parla, dunque, di “miopia politica” e di “incapacità di dialogare degli amministratori pubblici”.
Come dire anche che “ciò rappresenta la prova evidente di come i soldi pubblici possano essere impiegati senza ascoltare la voce delle comunità, anche locali, e di come siano utilizzati impropriamente i termini Sostenibilità e Tutela dell’ambiente per giustificare, invece, opere che perseguono finalità opposte. Confidiamo che domani (oggi per chi legge ndr) la Regione e la buona amministrazione prevalgano per la ricerca di una soluzione condivisa e sostenibile”.

Un braccio di ferro che dura da mesi. In palio c’è la realizzazione di una strada di circa 13 chilometri, che dai 660 arriva fino ai 1.600 metri di altitudine, un faraonico asse viario forestale e camionabile tra Malga Tuglia e il rifugio Chiampizzulon, a ridosso di Sappada, il cui Comune, tuttavia, non ha voce in capitolo. La avversano gruppi spontanei sorti, soprattutto in rete, appoggiati da personaggi di spicco della vallata, gente comune, gruppi ambientalisti e anche dal Caì che in Friuli Venezia Giulia conta 18mila associati. Il gruppo più numero su Fb annovera già 5 mila partecipanti e si chiama “Salviamo i sentieri Cai 227 e 288”, il primo dei quali sarà praticamente distrutto per fare posto alla camionabile. A nulla è servito il pressing, le assemblee, gli appelli e gli inviti alla Comunità di Montagna della Carnia ove sono state presentate le “palesi problematiche idrogeologiche e valanghife che sconsigliano la realizzazione di una strada a 1.600 metri di quota, in un territorio selvaggio e insidioso e dunque foriero di possibili gravi problematiche alla futura viabilità”.
Secondo i gruppi contrari all’opera, “dopo l’incontro di agosto con la Comunità di Montagna e il sopralluogo della stessa in loco con la promessa di rivedersi per trovare una soluzione condivisa, disattendendo ogni impegno di dialogo abbiamo appreso da un comunicato stampa dei sindaci di Forni Avoltri, Rigolato, Prato Carnico, Comeglians e Ovaro e dalla Comunità di Montagna della Carnia che la strada purtroppo si farà. Per questo ci sentiamo davvero presi in giro. Noi vogliamo soltanto risposte rassicuranti, che ci sono state negate, per evitare uno sfregio ambientale”. La contestazione non riguarda tutto l’asse viario, ma soltanto il tratto di 3 chilometri in quota, ritenuto “devastante dal punto di vista paesaggistico, ambientale e idrogeologico con evidenti ricadute sui conti pubblici”. Oggi, è in programma il vertice forse decisivo tra i Comitati e i rappresentanti della Regione.
Un incontro programmato a Tolmezzo e che si preannuncia caldo. “Si tratta – dichiara l’avvocato Barbara Puschiasis – di un summit molto atteso, anche se avremmo preferito fosse stato convocato prima del loro comunicato, com’era stato promesso, in cui informavano di volere andare avanti comunque, senza interpellarci. Confidiamo di registrare un atteggiamento collaborativo e responsabile per una soluzione in conformità con lo sviluppo sostenibile della montagna”. E se dovessero replicare picche? “Noi – è la replica della Puschiasis – in questa malaugurata sorte andremmo avanti per le vie legali, anche perché questa che stiamo effettuando non è una battaglia di principio o ideologica, ma è semplicemente la richiesta della revisione di un progetto sulla scorta di documentazione scientifica, e dunque oggettiva, che abbiamo esibito. Confidiamo nella volontà delle amministrazioni locali di intessere con noi un dialogo schietto, ma proficuo”. Ma c’è anche dell’altro che ha risvolti sulla vita complessiva di quelle comunità. Chi avversa quell’opera, infatti, rimarca anche che una strada così pensata, così faraonica, fa a pugni con una realtà dove i paesi muoiono, i giovani se ne vanno, il lavoro latita come pure i servizi e lo stato delle strade della viabilità primaria manifestano costanti, quotidiane criticità, per non parlare delle strade forestali in strutturale degrado e abbandono, “tanto che nella maggior parte dei casi – si legge in un comunicato di Salviamo i sentieri 227-228 – evidenziano, in tutto o in parte, cedimenti tali da pregiudicarne la percorribilità in sicurezza”. Insomma, i Comitati si chiedono se davvero era necessaria la realizzazione di questa infrastruttura in un ambiente incontaminato e dove ci sono palesi criticità oggettive e vincoli idrogeologici che ne pregiudicano sicurezza e integrità. È circostanza ormai tristemente nota – insiste il Comitato – che le strade di montagna cadano a pezzi, che si devastino aree naturali incontaminate in pregiudizio della sicurezza e dei conti pubblici, anziché curare il patrimonio esistente e creare servizi a beneficio di tutti gli abitanti.
E si chiedono pure come mai siano stati utilizzati fondi Vaia visto che lungo il percorso fin qui realizzato non c’era bisogno di interventi di messa in sicurezza. “Viene il dubbio – sostiene Enrico Agostinis, studioso del territorio montano – che l’urgenza insita nella procedura Vaia servisse forse anche per gli affidamenti diretti”.
Tra l’altro, i 3 chilometri sotto accusa attraversano anche tre canaloni che hanno pareti alte anche 400 metri e che spesso scaricano massi, detriti, tronchi d’alberi. E un altro aspetto non di secondaria importanza concerne il fatto che questo tratto non avrà nulla a che fare con la viabilità per il turismo lento e sostenibile giacché si tratta di una strada forestale di primo livello che, come prevede il bando Psr, dovrà essere aperta al pubblico transito di mezzi a motore e adeguata anche al passaggio di autotreni. Il Comitato demolisca pure le motivazioni del progetto, definendo i contenuti “degni di un romanzo”. Infatti, rimarca il Comitato, si parla di funzione “tagliafuoco” della strada quando essa non si inserisce in un bosco bensì sulle pendici rocciose del monte Pleros ove periodicamente cadono massi di dimensioni non trascurabili. Inoltre, sullo stesso tratto non è possibile realizzare alcuna opera acquedottistica e questo alla luce dei vincoli urbanistici e idrogeologici esistenti, “per non parlare dell’assenza di una fonte da cui attingere l’acqua, così come del fatto che nessun bosco di produzione esiste tra la Malga Tuglia e il Rifugio Chiampizzulon”.
Lungo quei tre chilometri c’è soltanto bosco di protezione molto rado, fatto di larici che per loro natura zono indenni dal bostrico e non sono stati danneggiata da Vaia. L’avvocato Puschiasis parla, dunque, di “miopia politica” e di “incapacità di dialogare degli amministratori pubblici”.
Come dire anche che “ciò rappresenta la prova evidente di come i soldi pubblici possano essere impiegati senza ascoltare la voce delle comunità, anche locali, e di come siano utilizzati impropriamente i termini Sostenibilità e Tutela dell’ambiente per giustificare, invece, opere che perseguono finalità opposte. Confidiamo che domani (oggi per chi legge ndr) la Regione e la buona amministrazione prevalgano per la ricerca di una soluzione condivisa e sostenibile”.

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