La strage di Erba: i testimoni dimenticati

“Siamo innocenti, non li abbiamo uccisi noi. Ora confidiamo nella revisione del processo”. Sono le parole, affidate a L’Identità attraverso l’avvocato Fabio Schembri, di Olindo Romano e Rosa Bazzi, i due coniugi di 60 e 58 anni condannati all’ergastolo per la strage di Erba, avvenuta l’11 dicembre 2006, quando i vigili del fuoco, allarmati per un incendio, si trovarono davanti a uno dei peggiori delitti della storia d’Italia. Sul quale, nonostante la verità giudiziaria, restano alcuni elementi controversi che ora potrebbero cambiare le sorti dei coniugi Romano. Olindo e Rosa sono in galera da sedici anni, ma oggi intravedono la possibilità di poter lasciare quella cella da innocenti. L’avvocato Schembri e il collegio difensivo, infatti, sono pronti a presentare alla Corte d’Appello di Brescia l’istanza di revisione del processo. Nel ricorso, che verrà depositato a gennaio, i legali di Olindo e Rosa hanno alcuni assi nella manica, tra cui due nuove testimonianze e alcune perizie scientifiche, che dimostrerebbero come non siano stati Olindo e Rosa a compiere il massacro nella corte di via Diaz, ad accanirsi su quei cinque corpi, di tre donne, un uomo e un bambino, dilaniati dalle coltellate e riversi nel sangue. Raffaella Castagna, trent’anni e proprietaria dell’appartamento, fu massacrata con decine di fendenti e poi sgozzata. Stessa sorte per sua madre Paola Galli, di 70. Fu tagliata la lingua a Valeria Cherubini, una vicina di casa di 55 anni. La scena più raccapricciante sul divano: il piccolo Youssef Marzouk, due anni e figlio di Raffaella, finito con due coltellate alla gola. Riverso sul pavimento Mario Frigerio, 65 anni e marito di Valeria, ancora esanime, quasi soffocato dal suo stesso sangue ma vivo. Con lui, gli assassini commisero un grave errore, perché la profonda coltellata alla gola non gli recise la carotide. Grazie a una malformazione congenita, Frigerio riuscì a sopravvivere. Gli inquirenti, in attesa che l’uomo si risvegliasse da un delicato intervento chirurgico e potesse indicare i responsabili dei delitti, concentrarono le indagini sul marito di Raffaella e padre di Youssef, Azouz Marzouk, un tunisino di 25 anni coinvolto all’epoca in giri di droga e uscito di galera. Quella pista investigativa, legata al mondo dello spaccio, però fu abbandonata subito, perché Azouz aveva un alibi di ferro: si trovava in Tunisia. Le attenzioni si rivolsero allora sulla strana coppia di inquilini del piano terra. Ed emerse che Rosa e Olindo potevano avere un movente. Negli ultimi mesi, infatti, erano coinvolti in liti per questioni condominiali proprio con la famiglia Marzouk. Addirittura Raffaella era stata aggredita da Rosa per un vaso caduto sul bucato della donna e aveva intentato una causa civile di risarcimento, la cui udienza era fissata pochi giorni dopo la strage. E i coniugi Romano, secondo gli investigatori, erano esasperati da quei vicini di casa ingombranti. I due, inoltre, avevano dei tagli sospetti: Olindo alla mano e al braccio, Rosa a un dito. I sospetti accrebbero quando, arrivati sulla scena, esibirono come alibi uno scontrino del McDonald, per dimostrare che erano fuori a cena. Tanto più che sulla base dell’orario avrebbero avuto tutto il tempo di compiere il massacro, cambiarsi i vestiti e andare al ristorante. La prova decisiva contro i coniugi fu una piccola traccia ematica sul battitacco della portiera della loro auto. Dal dna risultò che il sangue era della Cherubini. L’unica prova scientifica del caso, visto che non ci sono segni della presenza di Rosa e Olindo sulla scena del delitto, chiuse il cerchio con la testimonianza di Frigerio, che risvegliatosi dal coma, con un filo di voce continuava a ripetere “Ottolino”, finché indicò in Olindo l’uomo che lo aveva aggredito. Per la coppia scattò l’arresto, seguito dalla confessione, che i due poi ritrattarono, accusando gli investigatori di averli indotti ad addossarsi la colpa. Inclemente la condanna all’ergastolo. Eppure Rosa e Olindo non si sono arresi alla colpevolezza e il collegio difensivo ha ora alcune consulenze tecniche che, dallo studio della disposizione delle macchie di sangue, smentirebbero la ricostruzione del delitto, oltre a una serie di elementi scientifici. Inoltre nell’istanza di revisione sono riportati due testimoni chiave a discapit. Il tunisino Abdi Kais, amico di Azouz e residente nell’appartamento del massacro, che “ha parlato di gravi litigi avvenuti prima della strage, liti per droga culminate addirittura nell’accoltellamento del fratello di Azouz. Inoltre ha detto di aver ricevuto l’ordine di eliminare alcuni elementi del gruppo rivale e che nell’abitazione della Castagna venivano custoditi i proventi dello spaccio di droga”, spiega l’avvocato Schembri. Un movente, questo, più compatibile con la ferocia della strage, che si legherebbe a un regolamento di conti. L’altro teste è Giovanni Tartaglia, ex maresciallo dei carabinieri di Como, che ha partecipato alle indagini. “Ci ha garantito che tutte le intercettazione ambientali si svolsero regolarmente, eppure sono sparite proprio quelle in ospedale nei giorni in cui Frigerio arrivò a indicare Olindo”, precisa l’avvocato. “Frigerio ricevette diverse visite dai carabinieri. Cosa si dissero? Tanto più che il sopravvissuto inizialmente disse di essere stato aggredito da un uomo non del posto e di carnagione olivastra, ma poi, dopo le visite, cambiò versione e indicò Olindo”, dice Schembri. Se la Corte, sulla base dell’istanza, riaprirà il processo, il collegio chiederà l’analisi di reperti rimasti senza corrispondenza, tra cui una ciocca di capelli sulla felpa di Youssef e un’impronta palmare.

“Siamo innocenti, non li abbiamo uccisi noi. Ora confidiamo nella revisione del processo”. Sono le parole, affidate a L’Identità attraverso l’avvocato Fabio Schembri, di Olindo Romano e Rosa Bazzi, i due coniugi di 60 e 58 anni condannati all’ergastolo per la strage di Erba, avvenuta l’11 dicembre 2006, quando i vigili del fuoco, allarmati per un incendio, si trovarono davanti a uno dei peggiori delitti della storia d’Italia. Sul quale, nonostante la verità giudiziaria, restano alcuni elementi controversi che ora potrebbero cambiare le sorti dei coniugi Romano. Olindo e Rosa sono in galera da sedici anni, ma oggi intravedono la possibilità di poter lasciare quella cella da innocenti. L’avvocato Schembri e il collegio difensivo, infatti, sono pronti a presentare alla Corte d’Appello di Brescia l’istanza di revisione del processo. Nel ricorso, che verrà depositato a gennaio, i legali di Olindo e Rosa hanno alcuni assi nella manica, tra cui due nuove testimonianze e alcune perizie scientifiche, che dimostrerebbero come non siano stati Olindo e Rosa a compiere il massacro nella corte di via Diaz, ad accanirsi su quei cinque corpi, di tre donne, un uomo e un bambino, dilaniati dalle coltellate e riversi nel sangue. Raffaella Castagna, trent’anni e proprietaria dell’appartamento, fu massacrata con decine di fendenti e poi sgozzata. Stessa sorte per sua madre Paola Galli, di 70. Fu tagliata la lingua a Valeria Cherubini, una vicina di casa di 55 anni. La scena più raccapricciante sul divano: il piccolo Youssef Marzouk, due anni e figlio di Raffaella, finito con due coltellate alla gola. Riverso sul pavimento Mario Frigerio, 65 anni e marito di Valeria, ancora esanime, quasi soffocato dal suo stesso sangue ma vivo. Con lui, gli assassini commisero un grave errore, perché la profonda coltellata alla gola non gli recise la carotide. Grazie a una malformazione congenita, Frigerio riuscì a sopravvivere. Gli inquirenti, in attesa che l’uomo si risvegliasse da un delicato intervento chirurgico e potesse indicare i responsabili dei delitti, concentrarono le indagini sul marito di Raffaella e padre di Youssef, Azouz Marzouk, un tunisino di 25 anni coinvolto all’epoca in giri di droga e uscito di galera. Quella pista investigativa, legata al mondo dello spaccio, però fu abbandonata subito, perché Azouz aveva un alibi di ferro: si trovava in Tunisia. Le attenzioni si rivolsero allora sulla strana coppia di inquilini del piano terra. Ed emerse che Rosa e Olindo potevano avere un movente. Negli ultimi mesi, infatti, erano coinvolti in liti per questioni condominiali proprio con la famiglia Marzouk. Addirittura Raffaella era stata aggredita da Rosa per un vaso caduto sul bucato della donna e aveva intentato una causa civile di risarcimento, la cui udienza era fissata pochi giorni dopo la strage. E i coniugi Romano, secondo gli investigatori, erano esasperati da quei vicini di casa ingombranti. I due, inoltre, avevano dei tagli sospetti: Olindo alla mano e al braccio, Rosa a un dito. I sospetti accrebbero quando, arrivati sulla scena, esibirono come alibi uno scontrino del McDonald, per dimostrare che erano fuori a cena. Tanto più che sulla base dell’orario avrebbero avuto tutto il tempo di compiere il massacro, cambiarsi i vestiti e andare al ristorante. La prova decisiva contro i coniugi fu una piccola traccia ematica sul battitacco della portiera della loro auto. Dal dna risultò che il sangue era della Cherubini. L’unica prova scientifica del caso, visto che non ci sono segni della presenza di Rosa e Olindo sulla scena del delitto, chiuse il cerchio con la testimonianza di Frigerio, che risvegliatosi dal coma, con un filo di voce continuava a ripetere “Ottolino”, finché indicò in Olindo l’uomo che lo aveva aggredito. Per la coppia scattò l’arresto, seguito dalla confessione, che i due poi ritrattarono, accusando gli investigatori di averli indotti ad addossarsi la colpa. Inclemente la condanna all’ergastolo. Eppure Rosa e Olindo non si sono arresi alla colpevolezza e il collegio difensivo ha ora alcune consulenze tecniche che, dallo studio della disposizione delle macchie di sangue, smentirebbero la ricostruzione del delitto, oltre a una serie di elementi scientifici. Inoltre nell’istanza di revisione sono riportati due testimoni chiave a discapit. Il tunisino Abdi Kais, amico di Azouz e residente nell’appartamento del massacro, che “ha parlato di gravi litigi avvenuti prima della strage, liti per droga culminate addirittura nell’accoltellamento del fratello di Azouz. Inoltre ha detto di aver ricevuto l’ordine di eliminare alcuni elementi del gruppo rivale e che nell’abitazione della Castagna venivano custoditi i proventi dello spaccio di droga”, spiega l’avvocato Schembri. Un movente, questo, più compatibile con la ferocia della strage, che si legherebbe a un regolamento di conti. L’altro teste è Giovanni Tartaglia, ex maresciallo dei carabinieri di Como, che ha partecipato alle indagini. “Ci ha garantito che tutte le intercettazione ambientali si svolsero regolarmente, eppure sono sparite proprio quelle in ospedale nei giorni in cui Frigerio arrivò a indicare Olindo”, precisa l’avvocato. “Frigerio ricevette diverse visite dai carabinieri. Cosa si dissero? Tanto più che il sopravvissuto inizialmente disse di essere stato aggredito da un uomo non del posto e di carnagione olivastra, ma poi, dopo le visite, cambiò versione e indicò Olindo”, dice Schembri. Se la Corte, sulla base dell’istanza, riaprirà il processo, il collegio chiederà l’analisi di reperti rimasti senza corrispondenza, tra cui una ciocca di capelli sulla felpa di Youssef e un’impronta palmare.

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