“La trattativa Stato-mafia comincia adesso, vedrete chi tremerà e oggi esulta”

“La vera Trattativa inizia con Matteo Messina Denaro in carcere. C’è più di qualcuno che fa solo finta di gioire per il suo arresto. Se parla può cambiare il Paese. Sono in tanti a tremare”. A dirlo Antonio Ingroia, ex procuratore, noto per aver lavorato a stretto contatto con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e per combattuto Cosa Nostra, nonché i suoi principali protagonisti.

 

Cosa la colpisce di più dell’arresto?
Voglio capire bene quale è il contesto in cui è maturato. È singolare che Messina Denaro sia stato catturato in Sicilia dove stava ricoverato da un pezzo. Per un latitante accorto, come, lui sembra più di una semplice imprudenza.

 

Qualcuno sostiene che si sia consegnato…
Non lo escludo. Lo capiremo bene, comunque, solo nei prossimi giorni, quando sarà fatta piena chiarezza sulla vicenda. C’è un punto di contatto con Bernardo Provenzano, ovvero che più che le forze dell’ordine è la malattia a fermare i capi mafia. Il primo venne preso vecchio e malato. Stessa sorte è toccata al suo successsore.

 

Non le sembra strano che l’operazione sia avvenuta a poche ore dall’anniversario della cattura di Totò Riina?
È una coincidenza singolare. Detto ciò, non è un elemento per dire che siamo di fronte a un qualcosa di pilotato.

 

Ci sono altre correlazioni tra oggi e l’11 aprile del 2006, giorno in cui è finito dietro le sbarre Provenzano?
A parte il dato cronologico che ricorda Riina, quanto accaduto oggi mi fa pensare tanto al blitz di Provenzano, preso senza particolari resistenze. Esiste, ancora oggi, il dubbio che quest’ultimo possa essersi consegnato di spontanea volontà. Entrambi i latitanti, d’altronde, si trovano in una clinica malati e deboli. Speriamo, comunque, che stavolta ci siano subito particolari che permettano di far luce su quanto accaduto.

 

Considerando la sua lunga esperienza da magistrato in Sicilia, possiamo che la Mafia è stata sconfitta?
Assolutamente no! La mafia non era solo Matteo Messina Denaro. Possiamo dire che è stata sconfitta la stagione stragista e l’ala corleonese, quella di Riina, Provenzano, Bagarella e Graviano, seppelliti in carcere dagli ergastoli e appunto del loro ultimo erede, preso in mattinata mentre gli stavano somministrando delle cure contro un cancro. Al di là dell’icona che si sta costruendo in queste ultime ore, stiamo parlando di chi non è mai stato il capo dei capi. Cosa Nostra, oggi, è cambiata. È moderata, finanziaria, affarista, governata e organizzata in modo federato fra i vari rappresentanti del territorio.

 

Come combatterla?
Alzando, innanzitutto, l’attenzione. Da cittadino ed ex magistrato, non posso far altro che congratularmi con chi ha portato avanti le indagini, che poi hanno consentito all’arresto del latitante. Nel contempo, però, mi preoccupa il trionfalismo di rito. Si potrebbe, infatti, consolidare nell’opinione pubblica l’idea sbagliata che dopo quest’operazione la partita sia chiusa e sia opportuno occuparsi d’altro. La Mafia c’è ed è un problema più di prima. È la priorità e dovrà ancora esserlo per chi governa. Ecco perché serve immediatamente un impegno serio e non un approccio burocratico. Spesso l’Antimafia finisce per essere, purtroppo, solo informative o peggio ancora si perde in una ritualità, che agevola l’impunità di chi tira i fili del sistema.

 

Il capitolo della Trattativa, invece, è possibile metterlo definitivamente in soffitta?
No! C’è sempre. Possiamo dire, piuttosto, che ha cambiato tavolo. Prima la mafia utilizzava come strumento di pressione le armi. Oggi, al contrario, lo fa soprattutto col silenzio. Anzi, posso tranquillamente sostenere che con Matteo Messina Denaro in carcere, che tratta appunto il suo non aprir bocca, inizi il secondo capitolo. Stiamo parlando, infatti, di chi sa verità indicibili sui grandi misteri del nostro Paese dagli anni Ottanta fino ai nostri giorni. Questo boss è a conoscenza dei mandanti, anche esterni, della stagione stragista del 1992-1993, della Trattativa, del famoso papello di Riina, delle ragioni più segrete ed occulte per cui vennero uccisi Falcone e Borsellino, del motivo per il quale la strategia si spostò verso il Nord Italia con i fattacci di Roma, Firenze e Milano, del tentato omicidio nei confronti del questore Rino Germanà, che andò lui personalmente a sparare, di cosa era stato detto al senatore Vincenzo Inzerillo, di tutti i contenuti dell’agenda rossa, di ogni rapporto comprovato fra Cosa Nostra, la massoneria e i servizi segreti.

 

Cosa ne pensa dell’esultanza trasversale da parte di tutte le forze politiche?
È abbastanza di maniera. Fa parte del cosiddetto canovaccio.
Tutti si dichiarano felici e contenti quando viene arrestato il capo Mafia di turno. Ritengo, però, che viste le verità, di cui è depositario Matteo Messina Denaro, la gioia non è sincera per tutti. C’è più di qualche politico, perché non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, che manifesta ipocrisia. Anzi trema perché pensa che finalmente possa esserci qualcuno che possa vuotare il sacco.

“La vera Trattativa inizia con Matteo Messina Denaro in carcere. C’è più di qualcuno che fa solo finta di gioire per il suo arresto. Se parla può cambiare il Paese. Sono in tanti a tremare”. A dirlo Antonio Ingroia, ex procuratore, noto per aver lavorato a stretto contatto con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e per combattuto Cosa Nostra, nonché i suoi principali protagonisti.

 

Cosa la colpisce di più dell’arresto?
Voglio capire bene quale è il contesto in cui è maturato. È singolare che Messina Denaro sia stato catturato in Sicilia dove stava ricoverato da un pezzo. Per un latitante accorto, come, lui sembra più di una semplice imprudenza.

 

Qualcuno sostiene che si sia consegnato…
Non lo escludo. Lo capiremo bene, comunque, solo nei prossimi giorni, quando sarà fatta piena chiarezza sulla vicenda. C’è un punto di contatto con Bernardo Provenzano, ovvero che più che le forze dell’ordine è la malattia a fermare i capi mafia. Il primo venne preso vecchio e malato. Stessa sorte è toccata al suo successsore.

 

Non le sembra strano che l’operazione sia avvenuta a poche ore dall’anniversario della cattura di Totò Riina?
È una coincidenza singolare. Detto ciò, non è un elemento per dire che siamo di fronte a un qualcosa di pilotato.

 

Ci sono altre correlazioni tra oggi e l’11 aprile del 2006, giorno in cui è finito dietro le sbarre Provenzano?
A parte il dato cronologico che ricorda Riina, quanto accaduto oggi mi fa pensare tanto al blitz di Provenzano, preso senza particolari resistenze. Esiste, ancora oggi, il dubbio che quest’ultimo possa essersi consegnato di spontanea volontà. Entrambi i latitanti, d’altronde, si trovano in una clinica malati e deboli. Speriamo, comunque, che stavolta ci siano subito particolari che permettano di far luce su quanto accaduto.

 

Considerando la sua lunga esperienza da magistrato in Sicilia, possiamo che la Mafia è stata sconfitta?
Assolutamente no! La mafia non era solo Matteo Messina Denaro. Possiamo dire che è stata sconfitta la stagione stragista e l’ala corleonese, quella di Riina, Provenzano, Bagarella e Graviano, seppelliti in carcere dagli ergastoli e appunto del loro ultimo erede, preso in mattinata mentre gli stavano somministrando delle cure contro un cancro. Al di là dell’icona che si sta costruendo in queste ultime ore, stiamo parlando di chi non è mai stato il capo dei capi. Cosa Nostra, oggi, è cambiata. È moderata, finanziaria, affarista, governata e organizzata in modo federato fra i vari rappresentanti del territorio.

 

Come combatterla?
Alzando, innanzitutto, l’attenzione. Da cittadino ed ex magistrato, non posso far altro che congratularmi con chi ha portato avanti le indagini, che poi hanno consentito all’arresto del latitante. Nel contempo, però, mi preoccupa il trionfalismo di rito. Si potrebbe, infatti, consolidare nell’opinione pubblica l’idea sbagliata che dopo quest’operazione la partita sia chiusa e sia opportuno occuparsi d’altro. La Mafia c’è ed è un problema più di prima. È la priorità e dovrà ancora esserlo per chi governa. Ecco perché serve immediatamente un impegno serio e non un approccio burocratico. Spesso l’Antimafia finisce per essere, purtroppo, solo informative o peggio ancora si perde in una ritualità, che agevola l’impunità di chi tira i fili del sistema.

 

Il capitolo della Trattativa, invece, è possibile metterlo definitivamente in soffitta?
No! C’è sempre. Possiamo dire, piuttosto, che ha cambiato tavolo. Prima la mafia utilizzava come strumento di pressione le armi. Oggi, al contrario, lo fa soprattutto col silenzio. Anzi, posso tranquillamente sostenere che con Matteo Messina Denaro in carcere, che tratta appunto il suo non aprir bocca, inizi il secondo capitolo. Stiamo parlando, infatti, di chi sa verità indicibili sui grandi misteri del nostro Paese dagli anni Ottanta fino ai nostri giorni. Questo boss è a conoscenza dei mandanti, anche esterni, della stagione stragista del 1992-1993, della Trattativa, del famoso papello di Riina, delle ragioni più segrete ed occulte per cui vennero uccisi Falcone e Borsellino, del motivo per il quale la strategia si spostò verso il Nord Italia con i fattacci di Roma, Firenze e Milano, del tentato omicidio nei confronti del questore Rino Germanà, che andò lui personalmente a sparare, di cosa era stato detto al senatore Vincenzo Inzerillo, di tutti i contenuti dell’agenda rossa, di ogni rapporto comprovato fra Cosa Nostra, la massoneria e i servizi segreti.

 

Cosa ne pensa dell’esultanza trasversale da parte di tutte le forze politiche?
È abbastanza di maniera. Fa parte del cosiddetto canovaccio.
Tutti si dichiarano felici e contenti quando viene arrestato il capo Mafia di turno. Ritengo, però, che viste le verità, di cui è depositario Matteo Messina Denaro, la gioia non è sincera per tutti. C’è più di qualche politico, perché non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, che manifesta ipocrisia. Anzi trema perché pensa che finalmente possa esserci qualcuno che possa vuotare il sacco.

Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli