La Ue e quella strana idea di concorrenza Germania regina degli aiuti, Italia Cenerentola

 

L’Europa a due velocità esiste già. Ma c’entrano davvero poco le chiacchiere che si facevano quando si temeva la deflazione dell’euro, la pandemia era solo uno spunto cinematografico e la guerra in Ucraina era solo un conflitto più o meno sotterraneo e, comunque, confinato in una dimensione regionale. L’Ue a due velocità esiste perché ci sono alcuni Stati membri che foraggiano le proprie economie senza farsi troppi problemi e altri, come l’Italia, dove anche solo evocare gli “aiuti di Stato” ha la valenza, nel consesso comunitario, di una bestemmia in chiesa. La Commissione ha approvato le 170 misure di sostegno che i Paesi membri hanno attuato per sostenere le loro economie in conseguenza della guerra. Ebbene, i numeri parlano chiarissimo: il 70% dei 540 miliardi che gli Stati hanno utilizzato per dare linfa e respiro alle proprie aziende e al loro tessuto produttivo è stato investito da Germania e Francia. La quota italiana di aiuti di Stato è pari a quella della Danimarca, il cui Pil è pari a poco più di un quinto di quello dell’Italia.
I numeri
Li ha forniti Arianna Podestà, portavoce per la Concorrenza in seno alla Commissione. Podestà ha parlato in un briefing con la stampa, ieri, a Bruxelles. Berlino, da sola, ha notificato all’esecutivo Ue quasi la metà degli aiuti approvati su scala comunitaria e pari, complessivamente, alla cifra astronomica di 540 miliardi. La quota tedesca di aiuti di Stato è stata pari al 49,33% del totale. Segue la Francia, con il 29,92% degli interventi a sostegno della sua stessa economia. Le misure approvate per l’Italia non arrivano nemmeno al 5% del totale e si fermano al 4,75%. Giusto un pugno di decimali in più di quelli toccati alla Danimarca (4,5%). Ma con la differenza che il prodotto interno lordo di Copenhagen (398 mld di dollari nel 2021) è di pochissimo superiore a quello della sola Lombardia (368 mld). Se si prende in considerazione questo parametro, diventa interessante anche il caso della Finlandia che si è accaparrata il 3,2% degli aiuti di Stato con un prodotto interno lordo da 297,3 mld mentre la Spagna, con un Pil di 1.427 mld, non è andata oltre l’1,8%. Si capisce che, a “parità” di percentuali, l’impatto sulle economie locali sia completamente differente. Insomma, i “nordici”, di solito così ligi alle regole e così austeri, hanno fatto man bassa di deroghe mentre i mediterranei, assistenzialisti e statalisti, si sono rivelati più severi (con se stessi…) degli altri Paesi.
Disuniti nella diversità
La guerra in Ucraina ha scosso le fondamenta stesse della coesione europea. I Paesi europei si sono scoperti dipendenti dai fornitori esteri di materie prime energetiche. Germania e Italia sono state le nazioni più esposte ai rapporti con la Russia. L’approccio, però, è stato completamente diverso. Berlino e Roma hanno guidato i due schieramenti che si sono combattuti sull’ipotesi di un price cap che avrebbe sterilizzato la speculazione che, in estate, ha portato il prezzo del gas oltre i 200 euro al Mwh al Ttf di Amsterdam. Però mentre Mario Draghi sbatteva i pugni sul tavolo per convincere gli alleati della necessità di mostrare i muscoli ai mercati, Olaf Scholz procedeva a una delle più impressionanti nazionalizzazioni della storia recente. Con un investimento da otto miliardi di euro, lo Stato tedesco ha rilevato il 99% delle azioni di Uniper, il colosso del gas. La nazionalizzazione, avviata in estate, è stata completata tre giorni prima di Natale con l’ok della Commissione. Contestualmente all’acquisto delle azioni, è stato avviata la costituzione di un mega fondo da 25 mld per “coprire i requisiti patrimoniali attuali e futuri”. A Parigi, intanto, Macron avviava la nazionalizzazione di Electricité de France: totale, dieci miliardi. Polemiche: zero.
Divisi alla meta
Il tema, però, non è quello della recriminazione. È invece legato al futuro prossimo dell’Europa. Dopo il Covid, dopo la crisi energetica (che è lungi dall’aver esaurito i suoi effetti sulle economie continentali), è arrivata l’ultima mazzata: l’Inflaction Reduction Act con il quale l’alleato americano richiama in patria i produttori e le grandi aziende, strizzando l’occhio anche alle grandi imprese europee del green e dell’hitech, che fossero intenzionate a investire sul suolo Usa dove potrebbero avere accesso a mercati importanti e a cospicui fondi di sostegno. L’Ue deve reagire. Ma come? Ecco, la divisione. L’ennesima. Lo strumento dovrebbe essere quello del debito comune, come si è fatto con il Next Generation Ue. Ma la Germania non ne vuol sapere. La tiritera ideologica è sempre la stessa: non si può accumulare debito, che è brutto come il peccato (e difatti la parola tedesca è uguale per entrambi i termini). In realtà, Berlino ha un bilancio che le consente di agire liberamente (e pesantemente) a tutela della propria economia. Perché dovrebbe accollarsi esposizioni creditizie per altri? Il rischio, dunque, è quello di una divisione proprio nel momento in cui la Ue avrebbe potuto (e dovuto…) recitare un ruolo da protagonista su scala mondiale. Insomma, il fallimento dell’idea di Europa è dietro l’angolo. E stavolta non sarebbe colpa dei “soliti” Piigs.

 

L’Europa a due velocità esiste già. Ma c’entrano davvero poco le chiacchiere che si facevano quando si temeva la deflazione dell’euro, la pandemia era solo uno spunto cinematografico e la guerra in Ucraina era solo un conflitto più o meno sotterraneo e, comunque, confinato in una dimensione regionale. L’Ue a due velocità esiste perché ci sono alcuni Stati membri che foraggiano le proprie economie senza farsi troppi problemi e altri, come l’Italia, dove anche solo evocare gli “aiuti di Stato” ha la valenza, nel consesso comunitario, di una bestemmia in chiesa. La Commissione ha approvato le 170 misure di sostegno che i Paesi membri hanno attuato per sostenere le loro economie in conseguenza della guerra. Ebbene, i numeri parlano chiarissimo: il 70% dei 540 miliardi che gli Stati hanno utilizzato per dare linfa e respiro alle proprie aziende e al loro tessuto produttivo è stato investito da Germania e Francia. La quota italiana di aiuti di Stato è pari a quella della Danimarca, il cui Pil è pari a poco più di un quinto di quello dell’Italia.
I numeri
Li ha forniti Arianna Podestà, portavoce per la Concorrenza in seno alla Commissione. Podestà ha parlato in un briefing con la stampa, ieri, a Bruxelles. Berlino, da sola, ha notificato all’esecutivo Ue quasi la metà degli aiuti approvati su scala comunitaria e pari, complessivamente, alla cifra astronomica di 540 miliardi. La quota tedesca di aiuti di Stato è stata pari al 49,33% del totale. Segue la Francia, con il 29,92% degli interventi a sostegno della sua stessa economia. Le misure approvate per l’Italia non arrivano nemmeno al 5% del totale e si fermano al 4,75%. Giusto un pugno di decimali in più di quelli toccati alla Danimarca (4,5%). Ma con la differenza che il prodotto interno lordo di Copenhagen (398 mld di dollari nel 2021) è di pochissimo superiore a quello della sola Lombardia (368 mld). Se si prende in considerazione questo parametro, diventa interessante anche il caso della Finlandia che si è accaparrata il 3,2% degli aiuti di Stato con un prodotto interno lordo da 297,3 mld mentre la Spagna, con un Pil di 1.427 mld, non è andata oltre l’1,8%. Si capisce che, a “parità” di percentuali, l’impatto sulle economie locali sia completamente differente. Insomma, i “nordici”, di solito così ligi alle regole e così austeri, hanno fatto man bassa di deroghe mentre i mediterranei, assistenzialisti e statalisti, si sono rivelati più severi (con se stessi…) degli altri Paesi.
Disuniti nella diversità
La guerra in Ucraina ha scosso le fondamenta stesse della coesione europea. I Paesi europei si sono scoperti dipendenti dai fornitori esteri di materie prime energetiche. Germania e Italia sono state le nazioni più esposte ai rapporti con la Russia. L’approccio, però, è stato completamente diverso. Berlino e Roma hanno guidato i due schieramenti che si sono combattuti sull’ipotesi di un price cap che avrebbe sterilizzato la speculazione che, in estate, ha portato il prezzo del gas oltre i 200 euro al Mwh al Ttf di Amsterdam. Però mentre Mario Draghi sbatteva i pugni sul tavolo per convincere gli alleati della necessità di mostrare i muscoli ai mercati, Olaf Scholz procedeva a una delle più impressionanti nazionalizzazioni della storia recente. Con un investimento da otto miliardi di euro, lo Stato tedesco ha rilevato il 99% delle azioni di Uniper, il colosso del gas. La nazionalizzazione, avviata in estate, è stata completata tre giorni prima di Natale con l’ok della Commissione. Contestualmente all’acquisto delle azioni, è stato avviata la costituzione di un mega fondo da 25 mld per “coprire i requisiti patrimoniali attuali e futuri”. A Parigi, intanto, Macron avviava la nazionalizzazione di Electricité de France: totale, dieci miliardi. Polemiche: zero.
Divisi alla meta
Il tema, però, non è quello della recriminazione. È invece legato al futuro prossimo dell’Europa. Dopo il Covid, dopo la crisi energetica (che è lungi dall’aver esaurito i suoi effetti sulle economie continentali), è arrivata l’ultima mazzata: l’Inflaction Reduction Act con il quale l’alleato americano richiama in patria i produttori e le grandi aziende, strizzando l’occhio anche alle grandi imprese europee del green e dell’hitech, che fossero intenzionate a investire sul suolo Usa dove potrebbero avere accesso a mercati importanti e a cospicui fondi di sostegno. L’Ue deve reagire. Ma come? Ecco, la divisione. L’ennesima. Lo strumento dovrebbe essere quello del debito comune, come si è fatto con il Next Generation Ue. Ma la Germania non ne vuol sapere. La tiritera ideologica è sempre la stessa: non si può accumulare debito, che è brutto come il peccato (e difatti la parola tedesca è uguale per entrambi i termini). In realtà, Berlino ha un bilancio che le consente di agire liberamente (e pesantemente) a tutela della propria economia. Perché dovrebbe accollarsi esposizioni creditizie per altri? Il rischio, dunque, è quello di una divisione proprio nel momento in cui la Ue avrebbe potuto (e dovuto…) recitare un ruolo da protagonista su scala mondiale. Insomma, il fallimento dell’idea di Europa è dietro l’angolo. E stavolta non sarebbe colpa dei “soliti” Piigs.
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