La verità sul Mes

 

di FRANCESCO CARRARO
A volte vien da chiedersi se, in ultima analisi, il problema del MES sia davvero il MES. Da un lato, ci sono le pressioni affinché il Governo (buon ultimo, tra tutti gli esecutivi della UE) ratifichi la riforma del “meccanismo” entrato in vigore nel luglio del 2012 e modificato nell’estate del 2019. Dall’altro, c’è la riluttanza a farlo, esibita o malcelata, di alcune componenti della maggioranza. Entrambe le istanze, in realtà, sono motivate più da pulsioni astratte ed emotive che da argomentazioni concrete e razionali: per molti entusiasti, aderire al MES significa innanzitutto “sentirsi” ancor più europeisti, e dimostrarlo ai nostri partner; come dire che dell’Unione non si butta via niente. Nel contempo, per non pochi scettici, rifiutare il MES vuol dire rinverdire le proprie (presunte) ascendenze sovraniste. Sul piano pratico, la funzione del cosiddetto “Fondo salvastati” è quella di accordare prestiti agli Stati se e quando questi ultimi si trovino in difficoltà nell’accesso ai Mercati.

Non è per Paesi “normali”

Vero che aderire al trattato non significa accedere agli “aiuti”. Ma è altrettanto vero che le due linee di credito di cui dispone il Mes (soprattutto la seconda, la c.d. ECCL: Enhanced Conditions Credit Line) contemplano pesanti condizionalità e occhiute attività di sorveglianza “post-programma” a carico dei paesi eventualmente “bisognosi”. E l’Italia, purtroppo, a causa del suo debito monstre, sembra la candidata ideale alla linea di credito ECCL. Ma a ben vedere, il Mes non è roba da paesi “normali”, per così dire, sul piano della sovranità monetaria. Esso è uno scudo concepibile solo in uno Stato (o in un insieme di Stati) “depotenziato”, come il nostro, in due prerogative cruciali: la politica finanziaria e di indebitamento (libera da paletti esogeni, quali sono i parametri di Maastricht e il pareggio di bilancio) e la disponibilità di una moneta “domestica” creata da una Banca Centrale (possibilmente alle dipendenze del Ministero del Tesoro). Di più: il MES è un’arma di cui non si sentirebbe la necessità neppure nella Ue, se alla BCE non fosse stato tassativamente inibito senza se e senza ma (dall’articolo 123 del Trattato di Lisbona) di svolgere le funzioni classiche di una Banca centrale prestatrice di ultima istanza.

Vizi antichi

Che il format fosse intrinsecamente viziato, lo sapevano benissimo, fin da principio, gli “architetti” del sistema Ue-euro come perfettamente spiegato da Giuliano Amato in una memorabile intervista: «Molti economisti, specie americani, ci hanno detto: guardate che non ci riuscirete, non vi funzionerà, se vi succede qualche problema che investe anche uno solo dei vostri Paesi non avrete gli strumenti centrali che per esempio noi negli Stati Uniti abbiamo che può intervenire il governo centrale, riequilibrare con la finanza nazionale le difficoltà delle finanze locali. La vostra banca centrale se non è una banca centrale di uno Stato non può assolvere alla stessa funzione che assolve una banca centrale di uno Stato che, quando lo Stato lo decide, diventa il pagatore senza limiti di ultima istanza. In realtà, noi non abbiamo voluto credere a questi argomenti, abbiamo avuto fiducia nella nostra capacità di auto coordinarci e abbiamo addirittura stabilito dei vincoli nei nostri trattati che impedissero di aiutare chi era in difficoltà e abbiamo previsto che l’UE non assuma la responsabilità degli impegni degli Stati, che la banca centrale non possa comprare direttamente i titoli pubblici dei singoli Stati, che non ci possano essere facilitazioni creditizie o finanziarie per i singoli Stati. Insomma moneta unica dell’euro zona, ma ciascuno deve essere in grado di provvedere a se stesso. Era davvero difficile che funzionasse e ne abbiamo visto tutti i problemi».

Perché non si sono fermati?

Una domanda, a questo punto, sorge spontanea: perché non si sono fermati? E la risposta è semplice, per quanto avvilente: proprio perché sapevano che ciò avrebbe portato a un punto in cui una “cosa” come il Mes sarebbe stata non solo proponibile, ma giustificabile e giustificata; nonché accettabile e accettata. There is no alternative, avrebbe detto Margaret Thatcher. Un proverbiale stratagemma dell’antichissima strategia militare cinese potrebbe riassumere così l’esperimento in questione: far salire qualcuno sul tetto, e poi togliere la scala. In conclusione, rifiutarsi di ratificare il trattato del Mes può rappresentare una comprensibile battaglia di principio. L’importante, però, è sapere che la relativa guerra è già stata perduta da tempo. Magari pure con la parziale connivenza di chi oggi si intesta la battaglia contro il Mes.

 

di FRANCESCO CARRARO
A volte vien da chiedersi se, in ultima analisi, il problema del MES sia davvero il MES. Da un lato, ci sono le pressioni affinché il Governo (buon ultimo, tra tutti gli esecutivi della UE) ratifichi la riforma del “meccanismo” entrato in vigore nel luglio del 2012 e modificato nell’estate del 2019. Dall’altro, c’è la riluttanza a farlo, esibita o malcelata, di alcune componenti della maggioranza. Entrambe le istanze, in realtà, sono motivate più da pulsioni astratte ed emotive che da argomentazioni concrete e razionali: per molti entusiasti, aderire al MES significa innanzitutto “sentirsi” ancor più europeisti, e dimostrarlo ai nostri partner; come dire che dell’Unione non si butta via niente. Nel contempo, per non pochi scettici, rifiutare il MES vuol dire rinverdire le proprie (presunte) ascendenze sovraniste. Sul piano pratico, la funzione del cosiddetto “Fondo salvastati” è quella di accordare prestiti agli Stati se e quando questi ultimi si trovino in difficoltà nell’accesso ai Mercati.

Non è per Paesi “normali”

Vero che aderire al trattato non significa accedere agli “aiuti”. Ma è altrettanto vero che le due linee di credito di cui dispone il Mes (soprattutto la seconda, la c.d. ECCL: Enhanced Conditions Credit Line) contemplano pesanti condizionalità e occhiute attività di sorveglianza “post-programma” a carico dei paesi eventualmente “bisognosi”. E l’Italia, purtroppo, a causa del suo debito monstre, sembra la candidata ideale alla linea di credito ECCL. Ma a ben vedere, il Mes non è roba da paesi “normali”, per così dire, sul piano della sovranità monetaria. Esso è uno scudo concepibile solo in uno Stato (o in un insieme di Stati) “depotenziato”, come il nostro, in due prerogative cruciali: la politica finanziaria e di indebitamento (libera da paletti esogeni, quali sono i parametri di Maastricht e il pareggio di bilancio) e la disponibilità di una moneta “domestica” creata da una Banca Centrale (possibilmente alle dipendenze del Ministero del Tesoro). Di più: il MES è un’arma di cui non si sentirebbe la necessità neppure nella Ue, se alla BCE non fosse stato tassativamente inibito senza se e senza ma (dall’articolo 123 del Trattato di Lisbona) di svolgere le funzioni classiche di una Banca centrale prestatrice di ultima istanza.

Vizi antichi

Che il format fosse intrinsecamente viziato, lo sapevano benissimo, fin da principio, gli “architetti” del sistema Ue-euro come perfettamente spiegato da Giuliano Amato in una memorabile intervista: «Molti economisti, specie americani, ci hanno detto: guardate che non ci riuscirete, non vi funzionerà, se vi succede qualche problema che investe anche uno solo dei vostri Paesi non avrete gli strumenti centrali che per esempio noi negli Stati Uniti abbiamo che può intervenire il governo centrale, riequilibrare con la finanza nazionale le difficoltà delle finanze locali. La vostra banca centrale se non è una banca centrale di uno Stato non può assolvere alla stessa funzione che assolve una banca centrale di uno Stato che, quando lo Stato lo decide, diventa il pagatore senza limiti di ultima istanza. In realtà, noi non abbiamo voluto credere a questi argomenti, abbiamo avuto fiducia nella nostra capacità di auto coordinarci e abbiamo addirittura stabilito dei vincoli nei nostri trattati che impedissero di aiutare chi era in difficoltà e abbiamo previsto che l’UE non assuma la responsabilità degli impegni degli Stati, che la banca centrale non possa comprare direttamente i titoli pubblici dei singoli Stati, che non ci possano essere facilitazioni creditizie o finanziarie per i singoli Stati. Insomma moneta unica dell’euro zona, ma ciascuno deve essere in grado di provvedere a se stesso. Era davvero difficile che funzionasse e ne abbiamo visto tutti i problemi».

Perché non si sono fermati?

Una domanda, a questo punto, sorge spontanea: perché non si sono fermati? E la risposta è semplice, per quanto avvilente: proprio perché sapevano che ciò avrebbe portato a un punto in cui una “cosa” come il Mes sarebbe stata non solo proponibile, ma giustificabile e giustificata; nonché accettabile e accettata. There is no alternative, avrebbe detto Margaret Thatcher. Un proverbiale stratagemma dell’antichissima strategia militare cinese potrebbe riassumere così l’esperimento in questione: far salire qualcuno sul tetto, e poi togliere la scala. In conclusione, rifiutarsi di ratificare il trattato del Mes può rappresentare una comprensibile battaglia di principio. L’importante, però, è sapere che la relativa guerra è già stata perduta da tempo. Magari pure con la parziale connivenza di chi oggi si intesta la battaglia contro il Mes.
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