La volevamo violenta e silenziosa

La premessa, che più che premessa è un paradosso, è esplicitata nel trailer, che mi aveva sedotto, come spesso succede, nella visione del film precedente, facendomi mettere in agenda di vedermi questo thriller natalizio, così per immaginarmi un “c’è chi sta peggio”, qualora il mio non fosse dei migliori (e ci sta pure), era così riassumibile: Vigilia di Natale, quel momento così trepidamente atteso da milioni di bambini in tutto il mondo. C’è chi Babbo Natale lo aspetta preparando con diligenza il latte coi biscotti da lasciare sul tavolino vicino al caminetto e chi invece farebbe carte false per poterlo conoscere live. Ma cosa accadrebbe se l’uomo con barba bianca posticcia e cappello rosso carico di doni non fosse il portatore del bene e della felicità, bensì un cinghialotto più simile un po’ brutal punk, con una certa forma di alcolismo e dei modi non proprio da fascia protetta?
Uno lo sa, e se ama quel genere, fa la fila ed entra in sala per godersi il nuovo film di Tommy Wirkola, dal titolo “Una notte violenta e silenziosa”. E la sua lettura così personale del suo Babbo Natale — interpretato dall’attore David Harbour.
A parer mio la prima parte sembra avere tutte le carte in regola per conquistare il pubblico con gli ingredienti che uno si aspetta di trovare in un film con un titolo simile. A maggior ragione se il trailer è fatto bene. Un giorno vorrei incontrare chi è che monta i trailer proprio perché spesso e volentieri sono degli autentici mascalzoni che raccontano egregiamente in pochi secondi una storia che chi ha a disposizione 120 minuti non fa altrettanto bene. Ecco, di questo film vale la pena il trailer. Il resto si lascia guardare. Ma niente di più.
Torniamo agli ingredienti: azione, melò, pulp e citazionismo postmoderno incorniciano quello che si può definire, un autentico, iconico Deadpool con tanto di slitta, renne e sacco di iuta che, si capisce senza troppi giri di telecamera, il suo lavoro lo fa con tanto impegno quanto sdegno. Che se poi ci pensiamo, al netto della narrazione in cui tutti siamo caduti fin dall’infanzia, sappiamo bene che il mito di Babbo Natale non nasce certo da quei nobili intenti morali rifilati dalle fiabe, ma da banalissime quanto banali necessità commerciali che hanno dato vita a una delle aziende mai entrate in crisi dalla loro nascita. E questo, il protagonista, lo sbatte subito in faccia allo spettatore fin dai primi frame, quindi non è questo che c’è da scoprire, questo è l’antipasto di un menu che però resta un po’ lì tra il potrei ma non faccio, perché negli ingredienti manca una certa dose di spice, di mordente.
Diciamocelo così come è e come si vede: vuole apparire come un film natalizio che sì, da subito se la prende coi film natalizi. Ma poi, la magia del Natale rende tutti più buoni. Tranne me che invece sognavo l’inferno. E invece mi sono ritrovato un film intrappolato in una serie di cortocircuiti narrativi un po’ come quando troppe file di luci si mettono su una presa a ciabatta e al momento l’albero sembra una succursale di Napoli a capodanno, poi salta tutto e non trovi nemmeno i cinesi aperti per salvare il salvabile. Così è.
Il regista di Seven Sisters si mette a dirigere un film che vuole essere al tempo stesso contaminazione e riflessione sui generi cinematografici, ma che poi non riesce, suo malgrado a uscire dalla trappola. Una notte violenta e silenziosa è infatti già dal titolo una dichiarazione di intenti, un cocktail potenzialmente esplosivo, solo che non basta riproporre le citazioni di “mamma ho perso l’aereo”, benché a conti fatti siano i momenti più up della pellicola. E lo sto dicendo bene, perché sento pure io lo spirito del Natale. Se no direi che è una cozzaglia di scopiazzature con la volontà di essere feroce e irriverente ma senza il coraggio necessario.
Ha poco mordente anche la scena in cui a un certo punto del film, una squadra di mercenari entra nel comprensorio abitato da famiglie benestanti e prende in ostaggio tutti i presenti. Come se ci fosse altro da fare nel giorno di Natale.
E come in tutti i film di Natale che si rispettino, la sola a saper tenere testa alla banda sembra essere una ragazzina, la più innocua e cazzuta di tutti.
Il rischio di perdere l’identità quando ci sono in mezzo tutti questi linguaggi cinematografici costretti a coesistere all’interno della stessa storia è enorme, e purtroppo ogni volta che ci provano, nessuno ne esce particolarmente felice.

La premessa, che più che premessa è un paradosso, è esplicitata nel trailer, che mi aveva sedotto, come spesso succede, nella visione del film precedente, facendomi mettere in agenda di vedermi questo thriller natalizio, così per immaginarmi un “c’è chi sta peggio”, qualora il mio non fosse dei migliori (e ci sta pure), era così riassumibile: Vigilia di Natale, quel momento così trepidamente atteso da milioni di bambini in tutto il mondo. C’è chi Babbo Natale lo aspetta preparando con diligenza il latte coi biscotti da lasciare sul tavolino vicino al caminetto e chi invece farebbe carte false per poterlo conoscere live. Ma cosa accadrebbe se l’uomo con barba bianca posticcia e cappello rosso carico di doni non fosse il portatore del bene e della felicità, bensì un cinghialotto più simile un po’ brutal punk, con una certa forma di alcolismo e dei modi non proprio da fascia protetta?
Uno lo sa, e se ama quel genere, fa la fila ed entra in sala per godersi il nuovo film di Tommy Wirkola, dal titolo “Una notte violenta e silenziosa”. E la sua lettura così personale del suo Babbo Natale — interpretato dall’attore David Harbour.
A parer mio la prima parte sembra avere tutte le carte in regola per conquistare il pubblico con gli ingredienti che uno si aspetta di trovare in un film con un titolo simile. A maggior ragione se il trailer è fatto bene. Un giorno vorrei incontrare chi è che monta i trailer proprio perché spesso e volentieri sono degli autentici mascalzoni che raccontano egregiamente in pochi secondi una storia che chi ha a disposizione 120 minuti non fa altrettanto bene. Ecco, di questo film vale la pena il trailer. Il resto si lascia guardare. Ma niente di più.
Torniamo agli ingredienti: azione, melò, pulp e citazionismo postmoderno incorniciano quello che si può definire, un autentico, iconico Deadpool con tanto di slitta, renne e sacco di iuta che, si capisce senza troppi giri di telecamera, il suo lavoro lo fa con tanto impegno quanto sdegno. Che se poi ci pensiamo, al netto della narrazione in cui tutti siamo caduti fin dall’infanzia, sappiamo bene che il mito di Babbo Natale non nasce certo da quei nobili intenti morali rifilati dalle fiabe, ma da banalissime quanto banali necessità commerciali che hanno dato vita a una delle aziende mai entrate in crisi dalla loro nascita. E questo, il protagonista, lo sbatte subito in faccia allo spettatore fin dai primi frame, quindi non è questo che c’è da scoprire, questo è l’antipasto di un menu che però resta un po’ lì tra il potrei ma non faccio, perché negli ingredienti manca una certa dose di spice, di mordente.
Diciamocelo così come è e come si vede: vuole apparire come un film natalizio che sì, da subito se la prende coi film natalizi. Ma poi, la magia del Natale rende tutti più buoni. Tranne me che invece sognavo l’inferno. E invece mi sono ritrovato un film intrappolato in una serie di cortocircuiti narrativi un po’ come quando troppe file di luci si mettono su una presa a ciabatta e al momento l’albero sembra una succursale di Napoli a capodanno, poi salta tutto e non trovi nemmeno i cinesi aperti per salvare il salvabile. Così è.
Il regista di Seven Sisters si mette a dirigere un film che vuole essere al tempo stesso contaminazione e riflessione sui generi cinematografici, ma che poi non riesce, suo malgrado a uscire dalla trappola. Una notte violenta e silenziosa è infatti già dal titolo una dichiarazione di intenti, un cocktail potenzialmente esplosivo, solo che non basta riproporre le citazioni di “mamma ho perso l’aereo”, benché a conti fatti siano i momenti più up della pellicola. E lo sto dicendo bene, perché sento pure io lo spirito del Natale. Se no direi che è una cozzaglia di scopiazzature con la volontà di essere feroce e irriverente ma senza il coraggio necessario.
Ha poco mordente anche la scena in cui a un certo punto del film, una squadra di mercenari entra nel comprensorio abitato da famiglie benestanti e prende in ostaggio tutti i presenti. Come se ci fosse altro da fare nel giorno di Natale.
E come in tutti i film di Natale che si rispettino, la sola a saper tenere testa alla banda sembra essere una ragazzina, la più innocua e cazzuta di tutti.
Il rischio di perdere l’identità quando ci sono in mezzo tutti questi linguaggi cinematografici costretti a coesistere all’interno della stessa storia è enorme, e purtroppo ogni volta che ci provano, nessuno ne esce particolarmente felice.

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