L’abitudine al Palazzo e il “qui e ora” dell’opposizione che non c’è

Fatto il governo, bisogna fare l’opposizione. La parafrasi del marchese Massimo d’Azeglio fa ritorno a noi, perfetta anche per il tempo poco risorgimentale. In verità, i doveri dell’opposizione non dovrebbero interessare le nostre persone. Dovremmo, braccia conserte, scrutarla già all’opera.
Chi è abituato al “Palazzo”, oggettivamente fatica a immaginarsi nel nuovo ruolo gregario, poiché essere opposizione implica fatica, seconda fila, ancora di più riflessione sulla sconfitta.
Comprendere le ragioni che ti hanno infine costretto in un angolo; irrilevanti. Il potere, notava un suo residente, logora chi non ce l’ha. Altri l’hanno utilizzato in modo meno proficuo, dando la sensazione di cattivo uso. Magari altrettanto personale, clientelare, amicale, tuttavia disattendendo le promesse di mutamento dello status quo, il semplice indirizzo riformista che vantavano come segno di discontinuità, valore aggiunto.
Il punto riguarda soprattutto la Sinistra, la presenza, l’esistenza sua stessa. Si fatica, evocando il semplice contrassegno elettorale del Partito democratico, a intuire un senso di marcia verso la “democrazia progressiva”.
Sarà altrettanto vero che non ci sono problemi poiché non ci sono soluzioni, ma, storia nota, l’elettore esigente si aspetta qualcosa, non saranno “i domani che cantano”, ma almeno un cambio di passo complessivo. Paradossale che in presenza del tonfo si guardi il bicchiere mezzo pieno dell’astensione, immaginando che questi ultimi prima o poi verranno a te. L’opposizione improvvisa implica il qui e ora: ricominciare, possibilmente dopo aver fatto tabula rasa degli errori; anche azzerando i gruppi dirigenti.
Alla fine, temo, i discorsi sui massimi sistemi in tempi di semplificazione e tweet, è solo un modo di garantire l’autoconservazione. Ricattare i “tuoi” evocando lo spettro del masochismo; del “tafazzismo” direbbe chi aderisce al mediocre spirito del tempo. Guardando ai molti “Stati generali” per definire una prospettiva politicamente efficace, viene il dubbio che si trattasse di teatro d’autore in cerca di ulteriore legittimazione personale, con le “anime belle” del chiringuito cine-letterario-editoriale-televisivo.
La Destra sa farsi catalizzatore delle pulsioni regressive, fino a raggiungere trionfalmente i luoghi del governo; tutto questo rende risibile la pretesa virtuosità degli sconfitti.
Ignoriamo se nel metaverso fantastico i virtuosi del 17,5% stiano immaginando un “governo ombra”: opponendo Massimo Cacciari a Gennaro Sangiuliano.
Resta la sensazione che alle pulsioni populiste e antisistema, alla subcultura autoritaria che vede perfino in Putin e Orban beni rifugio, all’orgoglio rionale che si contrappone a “professoroni” e “radical chic”, gli occupanti da ieri fuori dal “Palazzo” abbiano innalzato un paesaggio di garantiti supponenti, in nome del gusto e dell’appartenenza, cooptati, spermatozoi d’oro estranei al vero sentire nazionale, senza nulla togliere all’oscenità dei nuovi arrivati.
Forse, in assenza di una riflessione antropologica, ogni possibilità di opposizione svanisce. La lotta di classe, ritenuta esclusiva dei “progressisti”, al momento è in comodato d’uso al composito condominio della Destra, nonostante si contendano i millesimi. Giorgia Meloni, sguardo da membro interno all’esame di maturità dei suoi ministri al Quirinale, è riuscita in un trasloco che molti avrebbero ritenuto improbabile. L’opposizione immobile all’ammezzato.

Fatto il governo, bisogna fare l’opposizione. La parafrasi del marchese Massimo d’Azeglio fa ritorno a noi, perfetta anche per il tempo poco risorgimentale. In verità, i doveri dell’opposizione non dovrebbero interessare le nostre persone. Dovremmo, braccia conserte, scrutarla già all’opera.
Chi è abituato al “Palazzo”, oggettivamente fatica a immaginarsi nel nuovo ruolo gregario, poiché essere opposizione implica fatica, seconda fila, ancora di più riflessione sulla sconfitta.
Comprendere le ragioni che ti hanno infine costretto in un angolo; irrilevanti. Il potere, notava un suo residente, logora chi non ce l’ha. Altri l’hanno utilizzato in modo meno proficuo, dando la sensazione di cattivo uso. Magari altrettanto personale, clientelare, amicale, tuttavia disattendendo le promesse di mutamento dello status quo, il semplice indirizzo riformista che vantavano come segno di discontinuità, valore aggiunto.
Il punto riguarda soprattutto la Sinistra, la presenza, l’esistenza sua stessa. Si fatica, evocando il semplice contrassegno elettorale del Partito democratico, a intuire un senso di marcia verso la “democrazia progressiva”.
Sarà altrettanto vero che non ci sono problemi poiché non ci sono soluzioni, ma, storia nota, l’elettore esigente si aspetta qualcosa, non saranno “i domani che cantano”, ma almeno un cambio di passo complessivo. Paradossale che in presenza del tonfo si guardi il bicchiere mezzo pieno dell’astensione, immaginando che questi ultimi prima o poi verranno a te. L’opposizione improvvisa implica il qui e ora: ricominciare, possibilmente dopo aver fatto tabula rasa degli errori; anche azzerando i gruppi dirigenti.
Alla fine, temo, i discorsi sui massimi sistemi in tempi di semplificazione e tweet, è solo un modo di garantire l’autoconservazione. Ricattare i “tuoi” evocando lo spettro del masochismo; del “tafazzismo” direbbe chi aderisce al mediocre spirito del tempo. Guardando ai molti “Stati generali” per definire una prospettiva politicamente efficace, viene il dubbio che si trattasse di teatro d’autore in cerca di ulteriore legittimazione personale, con le “anime belle” del chiringuito cine-letterario-editoriale-televisivo.
La Destra sa farsi catalizzatore delle pulsioni regressive, fino a raggiungere trionfalmente i luoghi del governo; tutto questo rende risibile la pretesa virtuosità degli sconfitti.
Ignoriamo se nel metaverso fantastico i virtuosi del 17,5% stiano immaginando un “governo ombra”: opponendo Massimo Cacciari a Gennaro Sangiuliano.
Resta la sensazione che alle pulsioni populiste e antisistema, alla subcultura autoritaria che vede perfino in Putin e Orban beni rifugio, all’orgoglio rionale che si contrappone a “professoroni” e “radical chic”, gli occupanti da ieri fuori dal “Palazzo” abbiano innalzato un paesaggio di garantiti supponenti, in nome del gusto e dell’appartenenza, cooptati, spermatozoi d’oro estranei al vero sentire nazionale, senza nulla togliere all’oscenità dei nuovi arrivati.
Forse, in assenza di una riflessione antropologica, ogni possibilità di opposizione svanisce. La lotta di classe, ritenuta esclusiva dei “progressisti”, al momento è in comodato d’uso al composito condominio della Destra, nonostante si contendano i millesimi. Giorgia Meloni, sguardo da membro interno all’esame di maturità dei suoi ministri al Quirinale, è riuscita in un trasloco che molti avrebbero ritenuto improbabile. L’opposizione immobile all’ammezzato.

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