Lacrime e tassi

Mettiamoci l’anima in pace: i tassi resteranno alti per tutto il 2023. La Fed ha parlato, la Bce seguirà a ruota. E i governi dell’area euro iniziano a tremare perché, con la prospettiva di una recessione imminente che coinvolgerà (almeno) la metà dei Paesi membri, il sistema produttivo continentale rischia scossoni serissimi. Anche perché, nel frattempo, Washington ha avviato, con l’Inflaction Reduction Act, quello è che sostanzialmente un piano gigantesco di rimpatrio della produzione, specialmente quella green e hitech. Che rischia di mettere all’angolo l’Unione europea, chiamata adesso a reagire per salvaguardare il suo tessuto industriale.
Dai verbali della riunione della Fed, tenutasi tra il 13 e il 14 dicembre scorso, emerge che non ci sarà nessun cedimento sulla linea strategica relativa al costo del denaro. “In considerazione del persistente e inaccettabile elevato livello di inflazione, diversi partecipanti hanno commentato che l’esperienza storica mette in guardia contro un allentamento prematuro della politica monetaria”. Cioè: fino a che il costo della vita negli States non calerà, scordatevi tagli al costo del denaro. Ci saranno delle conseguenze, serie, anche sulla produzione americana. Secondo gli economisti della Fed, “la crescita economica dovrebbe ancora rallentare notevolmente nel 2023 rispetto al ritmo della seconda metà”. I membri del board che hanno partecipato alla riunione, “hanno osservato che, sebbene il Pil reale sembri aver registrato una moderata ripresa nella seconda metà del 2022 dopo essere leggermente diminuito nella prima metà, l’attività economica sembra destinata ad espandersi nel 2023 a un ritmo ben al di sotto del suo tasso di crescita tendenziale”. Se questa è la posizione della Fed, la Bce trova un’ulteriore sponda alla linea ultrarigorista che è stata annunciata dalla governatrice Christine Lagarde nelle ultime settimane. Tassi su e dismissione dei titoli di Stato dei Paesi membri. Secondo gli osservatori, l’Italia è tra i Paesi che rischiano maggiormente per questo cambio di passo. E difatti il governo, per il tramite del ministro alla Difesa Guido Crosetto, ha fatto recapitare a Francoforte una dura reprimenda per le parole e le azioni promesse dalla banca centrale europea. Ma se Roma trema, gli altri governi europei non possono di certo dormire tra sette guanciali.
Il ministro dell’economia francese, Bruno Le Maire, ha festeggiato il calo dell’inflazione a Parigi che è scesa dal 6,2% al 5,9% di dicembre. Le Maire ha parlato di “prima manche vinta” contro il caro vita, “grazie allo scudo energetico deciso con il presidente Macron” che avrebbe consentito alla Francia di mantenere “un tasso di inflazione tra i più deboli della zona euro”. Tra le righe, Le Maire sembra voler mandare due messaggi a Francoforte. Da un lato svela, dopo i dati simili riportati da Spagna e Germania, che l’inflazione sta già scendendo e, forse, non è il caso di continuare a forzare la mano. Dall’altro ribadisce che la “colpa” degli aumenti è legata al caro energia e, dunque, le cause dell’inflazione Ue sono differenti da quella americana. Pertanto, bisognerà chiedersi se sia il caso di seguire la stessa terapia per due “malattie” che presentano gli stessi sintomi ma hanno cause diverse.
Se Francia, Germania e Spagna festeggiano il rallentamento dell’inflazione, l’Italia mette a segno un “pareggio” che non accontenta nessuno. Su base mensile, infatti, a dicembre i prezzi sono saliti dello 0,3%.
Ma il tasso annuale di inflazione scende all’11,6%, facendo segnare un -0,2% rispetto ai dati acquisiti a novembre (+11,8%).
Il carrello della spesa sembra aver placato, seppur di poco, la sua corsa. Secondo l’Istat, il rallentamento tendenziale dell’inflazione è dovuto ai prezzi dei beni energetici che fanno registrare una flessione (da +67,6% a +64,7% sull’anno). Colpisce, tra gli altri dati, la flessione del mercato dell’energia non regolamentata (giù di 6,6%, dal 69,9% al 63,3%).
Mettiamoci l’anima in pace: i tassi resteranno alti per tutto il 2023. La Fed ha parlato, la Bce seguirà a ruota. E i governi dell’area euro iniziano a tremare perché, con la prospettiva di una recessione imminente che coinvolgerà (almeno) la metà dei Paesi membri, il sistema produttivo continentale rischia scossoni serissimi. Anche perché, nel frattempo, Washington ha avviato, con l’Inflaction Reduction Act, quello è che sostanzialmente un piano gigantesco di rimpatrio della produzione, specialmente quella green e hitech. Che rischia di mettere all’angolo l’Unione europea, chiamata adesso a reagire per salvaguardare il suo tessuto industriale.
Dai verbali della riunione della Fed, tenutasi tra il 13 e il 14 dicembre scorso, emerge che non ci sarà nessun cedimento sulla linea strategica relativa al costo del denaro. “In considerazione del persistente e inaccettabile elevato livello di inflazione, diversi partecipanti hanno commentato che l’esperienza storica mette in guardia contro un allentamento prematuro della politica monetaria”. Cioè: fino a che il costo della vita negli States non calerà, scordatevi tagli al costo del denaro. Ci saranno delle conseguenze, serie, anche sulla produzione americana. Secondo gli economisti della Fed, “la crescita economica dovrebbe ancora rallentare notevolmente nel 2023 rispetto al ritmo della seconda metà”. I membri del board che hanno partecipato alla riunione, “hanno osservato che, sebbene il Pil reale sembri aver registrato una moderata ripresa nella seconda metà del 2022 dopo essere leggermente diminuito nella prima metà, l’attività economica sembra destinata ad espandersi nel 2023 a un ritmo ben al di sotto del suo tasso di crescita tendenziale”. Se questa è la posizione della Fed, la Bce trova un’ulteriore sponda alla linea ultrarigorista che è stata annunciata dalla governatrice Christine Lagarde nelle ultime settimane. Tassi su e dismissione dei titoli di Stato dei Paesi membri. Secondo gli osservatori, l’Italia è tra i Paesi che rischiano maggiormente per questo cambio di passo. E difatti il governo, per il tramite del ministro alla Difesa Guido Crosetto, ha fatto recapitare a Francoforte una dura reprimenda per le parole e le azioni promesse dalla banca centrale europea. Ma se Roma trema, gli altri governi europei non possono di certo dormire tra sette guanciali.
Il ministro dell’economia francese, Bruno Le Maire, ha festeggiato il calo dell’inflazione a Parigi che è scesa dal 6,2% al 5,9% di dicembre. Le Maire ha parlato di “prima manche vinta” contro il caro vita, “grazie allo scudo energetico deciso con il presidente Macron” che avrebbe consentito alla Francia di mantenere “un tasso di inflazione tra i più deboli della zona euro”. Tra le righe, Le Maire sembra voler mandare due messaggi a Francoforte. Da un lato svela, dopo i dati simili riportati da Spagna e Germania, che l’inflazione sta già scendendo e, forse, non è il caso di continuare a forzare la mano. Dall’altro ribadisce che la “colpa” degli aumenti è legata al caro energia e, dunque, le cause dell’inflazione Ue sono differenti da quella americana. Pertanto, bisognerà chiedersi se sia il caso di seguire la stessa terapia per due “malattie” che presentano gli stessi sintomi ma hanno cause diverse.
Se Francia, Germania e Spagna festeggiano il rallentamento dell’inflazione, l’Italia mette a segno un “pareggio” che non accontenta nessuno. Su base mensile, infatti, a dicembre i prezzi sono saliti dello 0,3%.
Ma il tasso annuale di inflazione scende all’11,6%, facendo segnare un -0,2% rispetto ai dati acquisiti a novembre (+11,8%).
Il carrello della spesa sembra aver placato, seppur di poco, la sua corsa. Secondo l’Istat, il rallentamento tendenziale dell’inflazione è dovuto ai prezzi dei beni energetici che fanno registrare una flessione (da +67,6% a +64,7% sull’anno). Colpisce, tra gli altri dati, la flessione del mercato dell’energia non regolamentata (giù di 6,6%, dal 69,9% al 63,3%).
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