L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Economia

Altro che Lagarde, dopo Davos ci vorrebbe un nuovo Bixio

La governatrice Bce in un mondo di rovine si aggrappa al Piano B

di Cristiana Flaminio -


Delle due l’una, madame Lagarde: è stata una settimana folle quella che s’è conclusa ieri a Davos. Per carità, glielo concediamo. Epperò o lei ci ha capito poco oppure ha compreso fino in fondo in che guaio s’è andata a cacciare l’Europa. Solo che non può dirla tutta. Lei, in fondo, è pur sempre una donna che arriva dalla politica alla guida di una delle più importanti banche centrali del mondo. E sa bene che ai politici suoi colleghi le cose vanno dette con tatto, con delicatezza. Non bisogna farli impaurire, non bisogna turbare la placida tranquillità degli elettori. Specialmente dei grandi elettori. Perciò lei continua a mantenere un atteggiamento a dir poco conservatore rispetto a un mondo di rovine.

Lagarde e Davos: come si cambia

Quel multilateralismo (che tale non era più, diciamocelo senza paura) su cui ha cantato il de profundis Mark Carney, un signore che prima di fare il premier del Canada era stato banchiere centrale nel Regno Unito. Lei, con Carney, non può essere d’accordo. Per un motivo banale ma sostanziale. Il Canada ha risorse energetiche proprie. Tante da poterle vendere persino agli altri, chissà magari anche alla Cina. Noi, invece, dopo aver pagato tanto per liberarci dalla padella della dipendenza dalla Russia, siamo finiti nella brace di quella americana. Tutta la prosopopea green non è servita a liberarci, almeno per ora. Perché i pannelli solari sono in mano al Dragone. Insomma, è normale che Lagarde debba dire che siamo tutti interdipendenti. Per non dire che è l’Europa ad avere un gravissimo problema (irrisolto) di dipendenza. E sì, poi ci si può provare a consolare asserendo che qualcuno (Trump, again) l’ha sparata alta sui dati di crescita. E che si tratta di numeri da “ripulire” dalla boria imperial-economista che ha allagato, letteralmente, Davos e le sue piste.

Qui o si fa l’Europa o si muore

Epperò il dato di fondo resta. L’America può dire ciò che vuole, può decidere di cambiare completamente l’andamento del mondo. E noi, allo stato attuale, non possiamo farci proprio niente. Ma Lagarde ha parlato dei piani B. Ed è qui che le cose si confondono ancora di più. L’Europa, in realtà, non ha alternative. Ci sarebbe da citare il buon vecchio Nino Bixio. Qui o si fa l’Europa o si muore. Ma bisognerebbe averne almeno un’oncia di quello spirito (realmente) rivoluzionario. Eppure non ci sarebbe da spedire i mille in Groenlandia quanto occorrerebbe mettere tutti di fronte all’unica opzione possibile. Fare l’integrazione, come ha già detto Panetta citando Draghi.

Integrazione unica via

Provare a fare dell’Ue una potenza economica che, tramite il suo peso, possa aumentare la sua competitività. Piegare i grandi e piccoli potentati ad accettare la competizione interna: una legge (e non tante), un mercato. Il darwinismo economico imposto a una generazione (che ha portato solo al risultato dell’inverno demografico e alla necessità di importare braccia da ovunque arrivassero nel mondo) dovrebbe essere più intelligentemente porto a quelle “aziende zombie” che continuano a vivacchiare congelando la concorrenza, dominando mercatini rionali e illudendosi così di poter contare qualcosa nel mondo. Questa sì che sarebbe una rivoluzione tanto “produttiva” quanto politica.

Il Piano B è già fallito

Il Piano B, semmai, sarebbe quello di restare legati a un vecchio mondo che muore. Quello delle Grete, delle mobilitazioni pro-ambiente che cercavano di nascondere una volontà di potenza esercitata per conto terzi. Trump, quel mondo, l’ha bombardato. “La fiducia è stata erosa”, disse a Davos madame Lagarde, la donna che mentre si aumentava lo stipendio impose ai governi di non dare troppi contributi alle famiglie per fronteggiare il caro vita all’inizio della crisi energetica insorta quando scoppiò la guerra (fortemente sostenuta da questa classe dirigente Ue) tra  Russia e Ucraina. La fiducia va riconquistata ma gli attori devono cambiare. I gattopardoni di Davos l’hanno capito, persino Schwaub ha trovato il coraggio di farsi da parte. Ora tocca a qualcun altro.


Torna alle notizie in home