L’altra Libia. La tragedia nascosta

O adesso o mai più. La Cirenaica – ma potremmo dire la Libia, vista l’estensione e l’importanza economica di questo territorio – ha fretta. Fretta di ricostruire il Paese a partire dalle infrastrutture, dalle strade, dalle abitazioni. E tra le priorità ci sono ovviamente anche gli ospedali. Ha fretta di leccarsi le ferite dopo lo scempio dell’Isis: il grumo di macerie cui l’estremismo islamista ha ridotto Bengasi rappresenta il paradigma più desolante, ma anche il punto di partenza della rinascita. E la Cirenaica vorrebbe che l’interlocutore privilegiato di questa scommessa di rilancio fosse l’Italia, che nel volgere di pochi anni ha ridotto l’import export a un quarto. L’alternativa – vista l’indifferenza se non addirittura l’ostracismo dell’Occidente e dell’America che hanno preferito favorire e appoggiare economicamente il governo fantoccio di Tripoli – è la Cina. “Se arrivano i cinesi – è il ritornello delle autorità cirenaiche – si mangiano davvero tutto”. Sono questi i temi al centro dei colloqui che la delegazione italiana, composta dal regista e scrittore Michelangelo Severgnini, dal membro del Pci, Emanuele Dessi e dall’ex senatore Pentastellato, Vito Petrocelli, ha avuto ieri a Bengasi con diversi esponenti del governo locale. E nel novero delle criticità non poteva mancare quella dell’emergenza migranti. “Ci hanno riferito – dichiara Dessi – che le stime parlano di 260 milioni di disperati per fame, guerra e siccità pronti a lasciare l’Africa attraverso il mare o la rotta balcanica. I centri di accoglienza sono in realtà Centri di detenzione che alla Cirenaica costano moltissimo in termini economici, nel mentre Tripoli riceve ingenti finanziamenti per questo settore e li usa per armare le milizie. La Cirenaica, ma anche l’Italia e l’Europa hanno tutto il vantaggio ad appoggiare in maniera concreta la Libia”. Sì, la Cirenaica ha fretta e “le nostre incertezza non aiutano. Servirebbe – dice ancora Dessi – una buona dose di coraggio, quello di affrancarsi da quanti parlano soltanto con Tripoli. In Cirenaica c’è tutto e paradossalmente manca tutto. Le possibilità di investimenti italiani spaziano dagli idrocarburi all’agricoltura, dalla settore farmaceutico a quello finanziario senza contare tutte le opere strutturali”. Il vantaggio sarebbe sicuramente reciproco. Un dato su tutti. Lo stipendio medio mensile in Cirenaica è di circa 500 euro al mese, mentre un litro di benzina costa soltanto due centesimi. Loro avrebbero interesse a vendere, noi ad acquistare idrocarburi. Ma anche il deserto rappresenta un’opportunità per le cosiddette rinnovabili (eolico e fotovoltaico in primis). L’accordo tra Gheddafi e Berlusconi oltre a prevedere il risarcimento di 5 miliardi da parte italiana, garantiva un minore arrivo di clandestini in Italia e la fornitura, da parte libica, di ingenti quantità di petrolio. Ecco, uno degli obiettivi della Cirenaica (il trattato fu discusso proprio a Bengasi) è quello di ripristinare quel feeling virtuoso. “L’Italia – sono ancora le parole di Dessi – ha un console che potrebbe favorire il rilascio dei visti in maniera bilaterale. È chiaro che una simile ipotesi favorire e faciliterebbe gli investimenti italiani, ma come ripetono qui, servirebbe coraggio e intraprendenza per favorire questo scambio vantaggioso per entrambi. Bengasi spera che il governo italiano colga tutti i vantaggi ad avviare una vera interlocuzione con i Paesi del Mediterraneo, trasformando quello che adesso sembrano soltanto problemi – come il fenomeno migratorio – in opportunità vere”. Dessi riferisce che Bengasi ancora non sa come il governo Meloni intende muoversi, ma se è vero che difende la sovranità nazionale avrebbe tutto l’interesse – dicono – a smarcarsi dall’asfissiante politica occidentale e tentare di imporne una sua fatta, come accadrebbe in questo caso, di accordi bilaterali veri. Gli incontri della delegazione italiana con le autorità di Bengasi hanno rappresentato anche l’occasione per parlare del periodo del colonialismo fascista, ma anche di quello post bellico della ricostruzione e dei buoni rapporti che si erano creati. Una conferenza stampa si è tenuta al mausoleo dell’eroe della Resistenza libica, Omar al-Mukhtr. “Le autorità – informa Dessi – ci hanno raccontato di quando il generale Graziani dava la caccia spietata e sanguinaria ai capi tribù. Quando riuscì a eliminare uno dei più importanti, pretese la sua testa che nel 1931 finì nel museo della colonizzazione. Bene, adesso il figlio di questo capo tribù, che ha 94 anni, vorrebbe riavere la testa del padre che rappresneta una sorta di reliquia. Bene, ci faremo portavoce presso il nostro governo perché la richiesta di questo attempato signore venga esaudita. Sarebbe anche un modo di chiudere simbolicamente una pagina triste per noi e per loro”.

O adesso o mai più. La Cirenaica – ma potremmo dire la Libia, vista l’estensione e l’importanza economica di questo territorio – ha fretta. Fretta di ricostruire il Paese a partire dalle infrastrutture, dalle strade, dalle abitazioni. E tra le priorità ci sono ovviamente anche gli ospedali. Ha fretta di leccarsi le ferite dopo lo scempio dell’Isis: il grumo di macerie cui l’estremismo islamista ha ridotto Bengasi rappresenta il paradigma più desolante, ma anche il punto di partenza della rinascita. E la Cirenaica vorrebbe che l’interlocutore privilegiato di questa scommessa di rilancio fosse l’Italia, che nel volgere di pochi anni ha ridotto l’import export a un quarto. L’alternativa – vista l’indifferenza se non addirittura l’ostracismo dell’Occidente e dell’America che hanno preferito favorire e appoggiare economicamente il governo fantoccio di Tripoli – è la Cina. “Se arrivano i cinesi – è il ritornello delle autorità cirenaiche – si mangiano davvero tutto”. Sono questi i temi al centro dei colloqui che la delegazione italiana, composta dal regista e scrittore Michelangelo Severgnini, dal membro del Pci, Emanuele Dessi e dall’ex senatore Pentastellato, Vito Petrocelli, ha avuto ieri a Bengasi con diversi esponenti del governo locale. E nel novero delle criticità non poteva mancare quella dell’emergenza migranti. “Ci hanno riferito – dichiara Dessi – che le stime parlano di 260 milioni di disperati per fame, guerra e siccità pronti a lasciare l’Africa attraverso il mare o la rotta balcanica. I centri di accoglienza sono in realtà Centri di detenzione che alla Cirenaica costano moltissimo in termini economici, nel mentre Tripoli riceve ingenti finanziamenti per questo settore e li usa per armare le milizie. La Cirenaica, ma anche l’Italia e l’Europa hanno tutto il vantaggio ad appoggiare in maniera concreta la Libia”. Sì, la Cirenaica ha fretta e “le nostre incertezza non aiutano. Servirebbe – dice ancora Dessi – una buona dose di coraggio, quello di affrancarsi da quanti parlano soltanto con Tripoli. In Cirenaica c’è tutto e paradossalmente manca tutto. Le possibilità di investimenti italiani spaziano dagli idrocarburi all’agricoltura, dalla settore farmaceutico a quello finanziario senza contare tutte le opere strutturali”. Il vantaggio sarebbe sicuramente reciproco. Un dato su tutti. Lo stipendio medio mensile in Cirenaica è di circa 500 euro al mese, mentre un litro di benzina costa soltanto due centesimi. Loro avrebbero interesse a vendere, noi ad acquistare idrocarburi. Ma anche il deserto rappresenta un’opportunità per le cosiddette rinnovabili (eolico e fotovoltaico in primis). L’accordo tra Gheddafi e Berlusconi oltre a prevedere il risarcimento di 5 miliardi da parte italiana, garantiva un minore arrivo di clandestini in Italia e la fornitura, da parte libica, di ingenti quantità di petrolio. Ecco, uno degli obiettivi della Cirenaica (il trattato fu discusso proprio a Bengasi) è quello di ripristinare quel feeling virtuoso. “L’Italia – sono ancora le parole di Dessi – ha un console che potrebbe favorire il rilascio dei visti in maniera bilaterale. È chiaro che una simile ipotesi favorire e faciliterebbe gli investimenti italiani, ma come ripetono qui, servirebbe coraggio e intraprendenza per favorire questo scambio vantaggioso per entrambi. Bengasi spera che il governo italiano colga tutti i vantaggi ad avviare una vera interlocuzione con i Paesi del Mediterraneo, trasformando quello che adesso sembrano soltanto problemi – come il fenomeno migratorio – in opportunità vere”. Dessi riferisce che Bengasi ancora non sa come il governo Meloni intende muoversi, ma se è vero che difende la sovranità nazionale avrebbe tutto l’interesse – dicono – a smarcarsi dall’asfissiante politica occidentale e tentare di imporne una sua fatta, come accadrebbe in questo caso, di accordi bilaterali veri. Gli incontri della delegazione italiana con le autorità di Bengasi hanno rappresentato anche l’occasione per parlare del periodo del colonialismo fascista, ma anche di quello post bellico della ricostruzione e dei buoni rapporti che si erano creati. Una conferenza stampa si è tenuta al mausoleo dell’eroe della Resistenza libica, Omar al-Mukhtr. “Le autorità – informa Dessi – ci hanno raccontato di quando il generale Graziani dava la caccia spietata e sanguinaria ai capi tribù. Quando riuscì a eliminare uno dei più importanti, pretese la sua testa che nel 1931 finì nel museo della colonizzazione. Bene, adesso il figlio di questo capo tribù, che ha 94 anni, vorrebbe riavere la testa del padre che rappresneta una sorta di reliquia. Bene, ci faremo portavoce presso il nostro governo perché la richiesta di questo attempato signore venga esaudita. Sarebbe anche un modo di chiudere simbolicamente una pagina triste per noi e per loro”.

Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli