L’amour fou per il Cinema

L’amour fou, il folle amore per il Cinema in tre ore di spettacolo purissimo: benvenuti a Babylon, la Hollywood di Damien Chazelle. Un film che è forse la più potente, scatenata, smodata, irrefrenabile, incontenibile, magnifica dichiarazione d’amore per la settima arte. Chazelle, regista geniale, autore dalla personalità fortissima, il più giovane cineasta ad aver vinto l’Oscar per la Miglior regia per La La Land, ti trascina in un turbinio forsennato, al ritmo di una colonna sonora pazzesca, in una corsa senza sosta, dalle stalle alle stelle. Un viaggio senza ritorno nel paradiso della Hollywood di fine anni ’20 che poi si rivela un inferno, un incubo senza uscita. Si salva solo chi lascia Babilonia, e torna alla vita normale. Tre ore percepite come la metà, tanto il ritmo, la regia (pura gioia per gli occhi, tra piani sequenza e guizzi della macchina da presa), le scenografie, le prove attoriali ti coinvolgono, ti tengono incollato alla poltrona, come sulle montagne russe.

Una celebrazione orgiastica della grandezza della Hollywood del cinema muto, con i suoi eccessi, i party faraonici, le montagne di cocaina, il sesso sfrenato. La festa che non finisce mai, a cui tutti vogliono partecipare. Ma che non fa prigionieri e che non lascia superstiti. Un abbraccio mortale tra fiumi di alcol, divi dall’ego ipertrofico, vizi e abusi, fino a mettere a rischio la propria vita. Pur di essere sul set, di godere di quella luce unica, sfavillante, che rende tutto dorato. Anche quanto di più abietto, volgare, ignobile. Tutti sono disposti a tutto pur di essere lì, mentre si gira. Davanti o dietro il ciak, non importa. E’ la molla che muove Manny Torres (Diego Calva, la grande sorpresa del film), l’amore per il mondo del cinema unito a un’ambizione senza pari, a fargli scalare la vetta degli studios partendo da semplice galoppino fino ad arrivare al potere vero, quello del produttore esecutivo. E’ la stessa fame di successo, una fame chimica, insaziabile, che muove Nelli LaRoy, bella e bravissima (Margot Robbie, altrettanto bella e bravissima) a prendersi tutta la scena, a catapultarsi in una fulminea quanto caduca carriera da star. E’ quella volontà di affermarsi a qualsiasi prezzo, che innesca la miccia del successo di Sidney Palmer (Jovan Adepo), funambolico trombettista afroamericano.

Sullo sfondo ci sono i giganti, come i registi arrivati dall’Europa con i loro set in esterni e l’orchestra che suona in tempo reale mentre tossici e scarti umani se le danno di santa ragione nelle vesti di comparse di un film in costume. Come Jack Conrad (Brad Pitt, che invecchia come il vino buono), il divo dei divi del muto che dovrà scontrarsi con l’avvento del sonoro. Come il boss della malavita James McKay (Tobey Maguire) che ha già tutto ma ama il cinema e si propone come (pessimo) sceneggiatore. James è anche il Virgilio della discesa agli inferi di Manny, in un bunker fatto a gironi danteschi, dove viene mostrato ogni eccesso immaginabile (con tinte horror). E’ la metafora di Hollywood, che infatti è Babilonia. Manny saprà fermarsi in tempo, salvarsi?

Ma il punto non è chi si salva e chi muore travolto, sepolto, strozzato nell’abbraccio fatale con il Cinema. Ma tutto l’amore per la settima arte che muove i personaggi e il film, come il Sole e l’altre stelle. L’amore di Chazelle, cinefilo che fa del metacinema fin dalle prime inquadrature, disseminando la sua pellicola di rimandi, tributi. Fino a ripetere nel suo film le sequenze di un film (il migliore, nel suo genere, ossia il musical, ma non facciamo spoiler) che poi viene mostrato. Fino alla sequenza finale, in cui l’amore per il Cinema (compreso quello italiano) diventa il film.

Non sappiamo quante nomination otterrà oggi, né quanti Oscar si aggiudicherà. Sappiamo però che gli americani non stanno amando particolarmente questo film. A fronte di un budget notevole, gli incassi negli States sono in odor di flop. Ma noi europei che abbiamo una nostra visione del cinema americano e del sogno americano, della Hollywood che fu, questo film lo adoriamo per la sua estrema, bulimica voglia di grandeur. Il party in cui veniamo immersi, sballottati, nella prima ora del film è un kolossal. E’ la più grande festa mai realizzata, con tanto di elefante finale. E quella stessa musica dionisiaca che ci scuote le membra tornerà poi sotto forma apollinea, in forma di ballad. Ma i temi che ci accompagnano durante la visione sono gli stessi (e rimandano anche a La La Land). E’ l’eterno ritorno della colonna sonora del sodale di Chazelle, Justin Hurwitz, (quasi) più bella del film.

L’amour fou, il folle amore per il Cinema in tre ore di spettacolo purissimo: benvenuti a Babylon, la Hollywood di Damien Chazelle. Un film che è forse la più potente, scatenata, smodata, irrefrenabile, incontenibile, magnifica dichiarazione d’amore per la settima arte. Chazelle, regista geniale, autore dalla personalità fortissima, il più giovane cineasta ad aver vinto l’Oscar per la Miglior regia per La La Land, ti trascina in un turbinio forsennato, al ritmo di una colonna sonora pazzesca, in una corsa senza sosta, dalle stalle alle stelle. Un viaggio senza ritorno nel paradiso della Hollywood di fine anni ’20 che poi si rivela un inferno, un incubo senza uscita. Si salva solo chi lascia Babilonia, e torna alla vita normale. Tre ore percepite come la metà, tanto il ritmo, la regia (pura gioia per gli occhi, tra piani sequenza e guizzi della macchina da presa), le scenografie, le prove attoriali ti coinvolgono, ti tengono incollato alla poltrona, come sulle montagne russe.

Una celebrazione orgiastica della grandezza della Hollywood del cinema muto, con i suoi eccessi, i party faraonici, le montagne di cocaina, il sesso sfrenato. La festa che non finisce mai, a cui tutti vogliono partecipare. Ma che non fa prigionieri e che non lascia superstiti. Un abbraccio mortale tra fiumi di alcol, divi dall’ego ipertrofico, vizi e abusi, fino a mettere a rischio la propria vita. Pur di essere sul set, di godere di quella luce unica, sfavillante, che rende tutto dorato. Anche quanto di più abietto, volgare, ignobile. Tutti sono disposti a tutto pur di essere lì, mentre si gira. Davanti o dietro il ciak, non importa. E’ la molla che muove Manny Torres (Diego Calva, la grande sorpresa del film), l’amore per il mondo del cinema unito a un’ambizione senza pari, a fargli scalare la vetta degli studios partendo da semplice galoppino fino ad arrivare al potere vero, quello del produttore esecutivo. E’ la stessa fame di successo, una fame chimica, insaziabile, che muove Nelli LaRoy, bella e bravissima (Margot Robbie, altrettanto bella e bravissima) a prendersi tutta la scena, a catapultarsi in una fulminea quanto caduca carriera da star. E’ quella volontà di affermarsi a qualsiasi prezzo, che innesca la miccia del successo di Sidney Palmer (Jovan Adepo), funambolico trombettista afroamericano.

Sullo sfondo ci sono i giganti, come i registi arrivati dall’Europa con i loro set in esterni e l’orchestra che suona in tempo reale mentre tossici e scarti umani se le danno di santa ragione nelle vesti di comparse di un film in costume. Come Jack Conrad (Brad Pitt, che invecchia come il vino buono), il divo dei divi del muto che dovrà scontrarsi con l’avvento del sonoro. Come il boss della malavita James McKay (Tobey Maguire) che ha già tutto ma ama il cinema e si propone come (pessimo) sceneggiatore. James è anche il Virgilio della discesa agli inferi di Manny, in un bunker fatto a gironi danteschi, dove viene mostrato ogni eccesso immaginabile (con tinte horror). E’ la metafora di Hollywood, che infatti è Babilonia. Manny saprà fermarsi in tempo, salvarsi?

Ma il punto non è chi si salva e chi muore travolto, sepolto, strozzato nell’abbraccio fatale con il Cinema. Ma tutto l’amore per la settima arte che muove i personaggi e il film, come il Sole e l’altre stelle. L’amore di Chazelle, cinefilo che fa del metacinema fin dalle prime inquadrature, disseminando la sua pellicola di rimandi, tributi. Fino a ripetere nel suo film le sequenze di un film (il migliore, nel suo genere, ossia il musical, ma non facciamo spoiler) che poi viene mostrato. Fino alla sequenza finale, in cui l’amore per il Cinema (compreso quello italiano) diventa il film.

Non sappiamo quante nomination otterrà oggi, né quanti Oscar si aggiudicherà. Sappiamo però che gli americani non stanno amando particolarmente questo film. A fronte di un budget notevole, gli incassi negli States sono in odor di flop. Ma noi europei che abbiamo una nostra visione del cinema americano e del sogno americano, della Hollywood che fu, questo film lo adoriamo per la sua estrema, bulimica voglia di grandeur. Il party in cui veniamo immersi, sballottati, nella prima ora del film è un kolossal. E’ la più grande festa mai realizzata, con tanto di elefante finale. E quella stessa musica dionisiaca che ci scuote le membra tornerà poi sotto forma apollinea, in forma di ballad. Ma i temi che ci accompagnano durante la visione sono gli stessi (e rimandano anche a La La Land). E’ l’eterno ritorno della colonna sonora del sodale di Chazelle, Justin Hurwitz, (quasi) più bella del film.

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