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Lampedusa, record di sbarchi Il solito silenzio a Bruxelles

Raccontare ciò che sta accadendo in questi giorni a Lampedusa sembra che non crei nessun effetto. Nemmeno agli isolani che da troppi anni assistono inermi che la loro isola, venga continuamente sommersa da vittime delle “traversate della speranze” e da migranti che riempiono l’hotspot di Contrada Imbriacola. L’urlo degli isolani che implorano aiuto rispetto alla situazione di crisi che non sembra avere fine da più di un decennio, non ha al momento scalfito le attenzioni dei politici di Bruxelles che da troppo tempo al di là di qualsiasi dichiarazione solidale, rimangono inermi. Alla politica si può aggiungere anche lo Stato Vaticano. Papa Francesco ben oltre 10 anni fa, ha fatto visita alla piccola isola siciliana in pompa magna. Illuminanti le sue parole di sostegno a tutta la popolazione siciliana, ma ad oggi Lampedusa con le forze dell’ordine e militari, continua ad essere sola, rispetto alla problematica. Il bollettino che segnala il numero degli arrivi sull’isola è una costante. Anzi in questo periodo continua ad aumentare. Tra venerdì sera e sabato mattina, sono arrivati a Lampedusa circa 267 rifugiati e migranti, portando a oltre 2mila il numero degli arrivi in 24 ore. La nave di soccorso umanitario, Louise Michel e le navi della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza sono intervenute per soccorrere quattro imbarcazioni in difficoltà. La Guardia di Finanza ne ha intercettati altri due, tra cui una che aveva già raggiunto la riva. I carabinieri hanno anche intercettato un gruppo di 43 migranti nella minuscola isola della Sicilia meridionale. Non c’era traccia della barca utilizzata per effettuare la traversata. I nuovi arrivi sono sbarcati dopo che venerdì 1.778 persone, hanno messo piede a Lampedusa. Dopo il trasferimento di 525 migranti al largo delle coste lampedusane, ieri mattina erano presenti 1.831 persone nell’hotspot contro una capacità ufficiale inferiore a 400. Numeri che continuano a segnare gli arrivi ma che non creano nessun effetto risolutivo rispetto alla continua emergenza che ha già causato un cimitero di migliaia di persone negli abissi del mar Mediterraneo.
Sono passati nove anni, dal tempo in cui l’isola venne perfino candidata al Nobel per la Pace. Ma oggi Lampedusa brucia dentro di fuoco e di rabbia. Le fiamme eversive di chi ha incenerito il cimitero dei barconi e simbolicamente chiuso con il cellophane la Porta d’Europa, il monumento dell’artista Mimmo Paladino a cui piedi Papa Francesco si è recato nel suo primo viaggio.
E il risentimento di quanti sull’isola si sentono abbandonati, lasciati alla deriva dalle istituzioni centrali che non sono mai riuscite a realizzare neanche un piccolo ospedale, ma solo un piccolo poliambulatorio nel quale sentirsi dire che per le visite specialistiche bisogna prendere un aereo o una nave per la Sicilia. Sul viale centrale che si sporge sulla baia, in questi mesi i negozi, bar e ristoranti sono mezzi vuoti. Non fosse per lo spiegamento di militari, poliziotti e qualche agente segreto dall’accento americano e la camicia da vacanziero. Gli sbarchi, la gente del posto, quasi non li conta più. Un’allarme sociale silenzioso in una piccola isola in cui ci sono più militari che nel resto d’Italia. Un silenzio che spegne i diritti degli ultimi e le speranze degli isolani, costringendo Lampedusa a dover scegliere se simbolicamente voltare le spalle al Mediterraneo, oppure scommettere ancora sulla propria identità. Cutro come Lampedusa, nell’anno in cui dovremo ricordare i 10 anni dalla strage del 3 ottobre del 2013, quando le vittime furono 368. Si calcola che in dieci anni nel Mediterraneo siano morti 26mila migranti. Dieci anni sono tanti e 26mila morti sono un peso morale intollerabile per la coscienza italiana ed europea. È quindi possibile e doveroso interrogarsi su che cosa si sia fatto per proteggere la vita dei migranti sulla rotta mediterranea. L’Europarlamento nel 2013 ha rispettato un minuto di silenzio e ha organizzato una fiaccolata per esprimere “vicinanza e solidarietà” alle vittime di Lampedusa e alle loro famiglie. Ma, al di là delle denunce, cosa si è fatto in tutto questo arco temporale?

“I numeri di quest’anno sono inaccettabili per un paese moderno, civile ed evoluto, anche perché non siamo in grado di dare assistenza a questa gente. Con tanti italiani in difficoltà non possiamo essere lasciati da soli”. Ha detto il ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, a Pordenone commentando la questione migranti subito dopo aver appreso dell’ennesima strage nel Mediterraneo. “Vediamo se l’Europa finalmente, dopo anni di chiacchiere, passa dalle parole ai fatti perché le frontiere italiane sono frontiere europee – ha aggiunto – Lampedusa, Cutro, Ventimiglia, Trieste, Brennero sono frontiere europee. Quindi non possiamo essere lasciati da soli ad accogliere decine o centinaia di migliaia di persone e occorre intervenire sull’altra sponda del Mediterraneo, in Africa. Ci sono altri paesi, penso alla Gran Bretagna, che hanno fatto accordi con paesi africani per gestire e limitare i flussi”.

Raccontare ciò che sta accadendo in questi giorni a Lampedusa sembra che non crei nessun effetto. Nemmeno agli isolani che da troppi anni assistono inermi che la loro isola, venga continuamente sommersa da vittime delle “traversate della speranze” e da migranti che riempiono l’hotspot di Contrada Imbriacola. L’urlo degli isolani che implorano aiuto rispetto alla situazione di crisi che non sembra avere fine da più di un decennio, non ha al momento scalfito le attenzioni dei politici di Bruxelles che da troppo tempo al di là di qualsiasi dichiarazione solidale, rimangono inermi. Alla politica si può aggiungere anche lo Stato Vaticano. Papa Francesco ben oltre 10 anni fa, ha fatto visita alla piccola isola siciliana in pompa magna. Illuminanti le sue parole di sostegno a tutta la popolazione siciliana, ma ad oggi Lampedusa con le forze dell’ordine e militari, continua ad essere sola, rispetto alla problematica. Il bollettino che segnala il numero degli arrivi sull’isola è una costante. Anzi in questo periodo continua ad aumentare. Tra venerdì sera e sabato mattina, sono arrivati a Lampedusa circa 267 rifugiati e migranti, portando a oltre 2mila il numero degli arrivi in 24 ore. La nave di soccorso umanitario, Louise Michel e le navi della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza sono intervenute per soccorrere quattro imbarcazioni in difficoltà. La Guardia di Finanza ne ha intercettati altri due, tra cui una che aveva già raggiunto la riva. I carabinieri hanno anche intercettato un gruppo di 43 migranti nella minuscola isola della Sicilia meridionale. Non c’era traccia della barca utilizzata per effettuare la traversata. I nuovi arrivi sono sbarcati dopo che venerdì 1.778 persone, hanno messo piede a Lampedusa. Dopo il trasferimento di 525 migranti al largo delle coste lampedusane, ieri mattina erano presenti 1.831 persone nell’hotspot contro una capacità ufficiale inferiore a 400. Numeri che continuano a segnare gli arrivi ma che non creano nessun effetto risolutivo rispetto alla continua emergenza che ha già causato un cimitero di migliaia di persone negli abissi del mar Mediterraneo.
Sono passati nove anni, dal tempo in cui l’isola venne perfino candidata al Nobel per la Pace. Ma oggi Lampedusa brucia dentro di fuoco e di rabbia. Le fiamme eversive di chi ha incenerito il cimitero dei barconi e simbolicamente chiuso con il cellophane la Porta d’Europa, il monumento dell’artista Mimmo Paladino a cui piedi Papa Francesco si è recato nel suo primo viaggio.
E il risentimento di quanti sull’isola si sentono abbandonati, lasciati alla deriva dalle istituzioni centrali che non sono mai riuscite a realizzare neanche un piccolo ospedale, ma solo un piccolo poliambulatorio nel quale sentirsi dire che per le visite specialistiche bisogna prendere un aereo o una nave per la Sicilia. Sul viale centrale che si sporge sulla baia, in questi mesi i negozi, bar e ristoranti sono mezzi vuoti. Non fosse per lo spiegamento di militari, poliziotti e qualche agente segreto dall’accento americano e la camicia da vacanziero. Gli sbarchi, la gente del posto, quasi non li conta più. Un’allarme sociale silenzioso in una piccola isola in cui ci sono più militari che nel resto d’Italia. Un silenzio che spegne i diritti degli ultimi e le speranze degli isolani, costringendo Lampedusa a dover scegliere se simbolicamente voltare le spalle al Mediterraneo, oppure scommettere ancora sulla propria identità. Cutro come Lampedusa, nell’anno in cui dovremo ricordare i 10 anni dalla strage del 3 ottobre del 2013, quando le vittime furono 368. Si calcola che in dieci anni nel Mediterraneo siano morti 26mila migranti. Dieci anni sono tanti e 26mila morti sono un peso morale intollerabile per la coscienza italiana ed europea. È quindi possibile e doveroso interrogarsi su che cosa si sia fatto per proteggere la vita dei migranti sulla rotta mediterranea. L’Europarlamento nel 2013 ha rispettato un minuto di silenzio e ha organizzato una fiaccolata per esprimere “vicinanza e solidarietà” alle vittime di Lampedusa e alle loro famiglie. Ma, al di là delle denunce, cosa si è fatto in tutto questo arco temporale?

“I numeri di quest’anno sono inaccettabili per un paese moderno, civile ed evoluto, anche perché non siamo in grado di dare assistenza a questa gente. Con tanti italiani in difficoltà non possiamo essere lasciati da soli”. Ha detto il ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, a Pordenone commentando la questione migranti subito dopo aver appreso dell’ennesima strage nel Mediterraneo. “Vediamo se l’Europa finalmente, dopo anni di chiacchiere, passa dalle parole ai fatti perché le frontiere italiane sono frontiere europee – ha aggiunto – Lampedusa, Cutro, Ventimiglia, Trieste, Brennero sono frontiere europee. Quindi non possiamo essere lasciati da soli ad accogliere decine o centinaia di migliaia di persone e occorre intervenire sull’altra sponda del Mediterraneo, in Africa. Ci sono altri paesi, penso alla Gran Bretagna, che hanno fatto accordi con paesi africani per gestire e limitare i flussi”.
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