L’artista quantico

Maurizio Baccili, toscano, artista quantico. Dipinge vibrazioni che traduce in forme e colori. Diventato artista da adulto, seguendo quello che era un fuoco rimasto sempre in un incendio di passioni privato e mollando una carriera nel mondo della notte, come event manager e deejay per le feste più esclusive. La passione per l’arte è un vizio di famiglia. Il nonno era pittore. Lui, da bambino dipingeva e vinceva concorsi. Poi, una volta adulto e indirizzato verso un lavoro di tutt’altro genere, che lo vedeva protagonista e regista della vita notturna tra gli anni 90 e il primo decennio del 2000, usava tutto il tempo libero per dedicarsi alla scultura attraverso l’antica arte della fusione a cera persa. Per prima cosa sono arrivati i gioielli. Poi in ordine, Ines Theodoli, Marina Ripa di Meana, Marta Marzotto, fino a Sarah Ferguson, che hanno apprezzato e indossato le sue creazioni. Da lì all’idea di vivere d’arte, qualche anno di studio e di riflessione. “Dipingere per me è stato come far visita e rinnovare le mie radici, dando origine a una nuova origine: una seconda vita che mi sta dando enormi soddisfazioni”. Ha esposto a San Salvatore in Ognissanti, alla Statale a Milano, nei vari Fuorisalone e partecipato a collettive internazionali dalla Polonia agli Stati Uniti. Celebri le personali in Nicaragua e Guatemala, volute dall’istituto di cultura italiano.

Hai deciso di fare l’artista nel momento più scomodo, ossia quando il tuo lavoro era all’apice. Cosa ti ha dato la forza?
A forza di fare sempre il tutto esaurito, mi sono trovato esaurito io (ride, ndr). Trovare normale che tutto fosse così facile e scontato, ha reso scontato un lavoro che scontato non può essere. Ho avuto bisogno di una nuova sfida. Mi sono preso una pausa, ho aperto un negozio di belle arti, per smascherare la credenza popolare che gli artisti fanno la fame, nella capitale dell’arte contemporanea: Pietrasanta. Dipingevo nel retrobottega, poi ho deciso di invertire i valori: quello che succedeva dietro mi dava più soddisfazione. Sono state le persone entusiaste dei miei lavori a darmi il coraggio. Non c’era nulla di programmato.

Immaginazione, fisica quantistica, uso del colore. Come dosi questi ingredienti?
Ho sempre avuto molta immaginazione e poco sonno. Anche quando lavoravo fino a tardi, tornavo a casa e dovevo fare qualcosa di mio: fosse scrivere, scolpire, e infine dipingere. Ma era un esorcismo verso una vita che evidentemente non mi dava più e che aveva bisogno di esprimersi in altro modo. La fisica quantistica fa parte delle letture, della crescita personale, dell’energia che avevo bisogno di riprendere, ha fatto il suo lavoro. Sono stato un fanatico del colore da sempre, anche quando tutto andava sul grigio. La mia pittura è colore in primo piano: non colora la mia astrazione geometrica: la disegna.

La musica, amore e mestiere. Oggi diventa sottofondo per la tua attività creativa. Cosa ascolti mentre dipingi?
Ho cominciato alla fine degli anni 80 come disk jockey, ho passato intere estati a Ibiza quando non si scaricavano i brani, per comprare dischi. Vivo da sempre in mezzo alla musica e la trovo così importante che anche alcuni dei miei pezzi sono dei multigrammi dove le note musicali sono colori. O le mie vibrazioni musicali, dove l’onda rappresenta la partitura dei colori. Non riuscirei a dipingere senza musica. Mi aiuta ad estranearmi dal pensiero così da tirar fuori quello che ho dentro. Non identifico però un brano in particolare, vado davvero avanti con il flusso: da Mozart a Bregovic, con tutto quel che passa in mezzo.

Il mondo delle gallerie, il mercato in generale è piuttosto snob, come hai imposto il tuo stile personale nell’ambiente?
Non è un mondo facile. Pietro Manzoni vendeva merda a peso d’oro per provocare. E c’è stato il tempo per provocare e basta, dove era sufficiente per entrare nel giro. Personalmente, pur avendo fatto una gavetta spinta dal fatto che ero io stesso già felice di quello che facevo, poi lo sono stati i primi collezionisti. Alle gallerie sono arrivato attraverso loro. L’arte ti mette in contatto con gente meravigliosa, curiosa del nuovo, aperta al dialogo e che sa vedere lontano. Sono felice che il mio stile si sia evoluto non grazie al mercato, ma grazie all’apprezzamento di chi ha deciso, per passione o per investimento, di mettersi in collezione un mio pezzo.

Maurizio Baccili, toscano, artista quantico. Dipinge vibrazioni che traduce in forme e colori. Diventato artista da adulto, seguendo quello che era un fuoco rimasto sempre in un incendio di passioni privato e mollando una carriera nel mondo della notte, come event manager e deejay per le feste più esclusive. La passione per l’arte è un vizio di famiglia. Il nonno era pittore. Lui, da bambino dipingeva e vinceva concorsi. Poi, una volta adulto e indirizzato verso un lavoro di tutt’altro genere, che lo vedeva protagonista e regista della vita notturna tra gli anni 90 e il primo decennio del 2000, usava tutto il tempo libero per dedicarsi alla scultura attraverso l’antica arte della fusione a cera persa. Per prima cosa sono arrivati i gioielli. Poi in ordine, Ines Theodoli, Marina Ripa di Meana, Marta Marzotto, fino a Sarah Ferguson, che hanno apprezzato e indossato le sue creazioni. Da lì all’idea di vivere d’arte, qualche anno di studio e di riflessione. “Dipingere per me è stato come far visita e rinnovare le mie radici, dando origine a una nuova origine: una seconda vita che mi sta dando enormi soddisfazioni”. Ha esposto a San Salvatore in Ognissanti, alla Statale a Milano, nei vari Fuorisalone e partecipato a collettive internazionali dalla Polonia agli Stati Uniti. Celebri le personali in Nicaragua e Guatemala, volute dall’istituto di cultura italiano.

Hai deciso di fare l’artista nel momento più scomodo, ossia quando il tuo lavoro era all’apice. Cosa ti ha dato la forza?
A forza di fare sempre il tutto esaurito, mi sono trovato esaurito io (ride, ndr). Trovare normale che tutto fosse così facile e scontato, ha reso scontato un lavoro che scontato non può essere. Ho avuto bisogno di una nuova sfida. Mi sono preso una pausa, ho aperto un negozio di belle arti, per smascherare la credenza popolare che gli artisti fanno la fame, nella capitale dell’arte contemporanea: Pietrasanta. Dipingevo nel retrobottega, poi ho deciso di invertire i valori: quello che succedeva dietro mi dava più soddisfazione. Sono state le persone entusiaste dei miei lavori a darmi il coraggio. Non c’era nulla di programmato.

Immaginazione, fisica quantistica, uso del colore. Come dosi questi ingredienti?
Ho sempre avuto molta immaginazione e poco sonno. Anche quando lavoravo fino a tardi, tornavo a casa e dovevo fare qualcosa di mio: fosse scrivere, scolpire, e infine dipingere. Ma era un esorcismo verso una vita che evidentemente non mi dava più e che aveva bisogno di esprimersi in altro modo. La fisica quantistica fa parte delle letture, della crescita personale, dell’energia che avevo bisogno di riprendere, ha fatto il suo lavoro. Sono stato un fanatico del colore da sempre, anche quando tutto andava sul grigio. La mia pittura è colore in primo piano: non colora la mia astrazione geometrica: la disegna.

La musica, amore e mestiere. Oggi diventa sottofondo per la tua attività creativa. Cosa ascolti mentre dipingi?
Ho cominciato alla fine degli anni 80 come disk jockey, ho passato intere estati a Ibiza quando non si scaricavano i brani, per comprare dischi. Vivo da sempre in mezzo alla musica e la trovo così importante che anche alcuni dei miei pezzi sono dei multigrammi dove le note musicali sono colori. O le mie vibrazioni musicali, dove l’onda rappresenta la partitura dei colori. Non riuscirei a dipingere senza musica. Mi aiuta ad estranearmi dal pensiero così da tirar fuori quello che ho dentro. Non identifico però un brano in particolare, vado davvero avanti con il flusso: da Mozart a Bregovic, con tutto quel che passa in mezzo.

Il mondo delle gallerie, il mercato in generale è piuttosto snob, come hai imposto il tuo stile personale nell’ambiente?
Non è un mondo facile. Pietro Manzoni vendeva merda a peso d’oro per provocare. E c’è stato il tempo per provocare e basta, dove era sufficiente per entrare nel giro. Personalmente, pur avendo fatto una gavetta spinta dal fatto che ero io stesso già felice di quello che facevo, poi lo sono stati i primi collezionisti. Alle gallerie sono arrivato attraverso loro. L’arte ti mette in contatto con gente meravigliosa, curiosa del nuovo, aperta al dialogo e che sa vedere lontano. Sono felice che il mio stile si sia evoluto non grazie al mercato, ma grazie all’apprezzamento di chi ha deciso, per passione o per investimento, di mettersi in collezione un mio pezzo.

Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli