L’atomica in casa

Un concentrato di distruzione e morte in pochi centimetri. Non più di sessanta. Sono le bombe nucleari tattiche, del tipo B-61, che in caso di drammatica necessità, come l’uso da parte russa dell’arsenale nucleare sullo scacchiere ucraino, possono essere montate sui missili in dotazione agli F16 Usaf di stanza ad Aviano (Pordenone), nella più grande base aerea americana d’Europa, e sui Tornado italiani del 6° stormo di Ghedi (Brescia) ed essere subito impiegate. Sono le due basi militari operative dove sono dislocate le testate atomiche nel nostro Paese.
Il loro utilizzo passa dal via libera del cosiddetto comando condiviso della doppia chiave, che per gli ordigni presenti in Italia, in base ai trattati, dipende dal presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, e da Sergio Mattarella, che come presidente della Repubblica è il Capo delle Forze Armate, il quale si avvale della struttura gerarchica.

Uno scenario apocalittico che ci auguriamo di non vivere mai. Tuttavia, è bene rimarcare che l’atomica in casa non è più nel Terzo Millennio una presenza così ingombrante a Nordest – anche se all’epoca segretissima di cui non si poteva di fatto scrivere -, come durante la Guerra Fredda, quando in Italia fino a metà anni Novanta i siti dotati di testate atomiche strategiche o tattiche erano numerosi: Bovolone e Monte Calvarina a Roncà (Verona), Zelo (Rovigo), Bagnoli di Sopra (Padova), Ceggia (Venezia) e Cordovado (Pordenone) per citare quelli del quadrante veneto e friulano.

Queste basi dipendevano dalla 1^ Aerobrigata di Padova ed erano dotate di missili Nike su cui potevano essere montate le ogive nucleari. La prerogativa del know-how era statunitense, com’è oggi, perché l’arsenale nucleare ha bisogno della competenza degli specialisti a stelle e strisce.
E all’epoca il più grande deposito di bombe nucleari in Italia era situato nel Vicentino, a Longare, sotto le colline di “site Pluto“, a pochi chilometri dal comando Nato della 5^ Ataf (Allied Tactical Aif Force) all’aeroporto Dal Molin di Vicenza. Un dedalo di strade scavate nella pancia dei Colli Berici dove ancora oggi ci sono alcuni hangar che tra qualche mese ospiteranno il comando della 207^ Brigata intelligence militare Usa. Infatti fervono i lavori finanziati dall’amministrazione americana con una trentina di milioni di dollari per l’inaugurazione prevista nell’estate 2023.
“Pensavamo di avere messo alle spalle il mondo diviso in blocchi, purtroppo Putin ci ha costretti a un rapido ripasso e a un bagno di necessario realismo strategico”, spiega Leonardo Malatesta, storico militare di Vicenza, che di recente ha dato alle stampe un libro sulla V^Ataf, dopo quelli scritti su “West Star”, il centro strategico di Affi (Verona) nelle viscere del monte Moscal attivo fino al 2007, dove c’era il bunker antiatomico più grande d’Europa che in caso di attacco nucleare del Patto di Varsavia avrebbe dovuto ospitare per settimane i comandi Nato, e “Sky Defenders”, la difesa del cielo italiano durante la Guerra Fredda.

Del resto, ogni volta che a Vicenza si muovono i parà statunitensi della 173^ Airborne Brigate, soprattutto di notte per essere trasportati con gli elicotteri diretti ad Aviano per le esercitazioni di lancio, non sono pochi gli abitanti del quartiere di San Pio X che vanno in fibrillazione. Soprattutto in un periodo così caldo come l’attuale, con la Nato impegnata a sostenere gli ucraini nella guerra d’aggressione scatenata dallo zar Putin. E i soldati americani che rispondo agli ordini di Clay Kaserme, il nuovo comando Usa di Wiesbaden in Germania, si addestrano spesso ad Aviano quando non sono impegnati in missioni all’estero, come in primavera quando una parte della 173^ era stata trasferita nei Baltici.

Nella città del Palladio ci sono due basi, la caserma Ederle, che fu inaugurata negli anni Cinquanta, e la più recente Del Din, sorta sull’ex aeroporto Dal Molin. Entrambe a regime ospitano migliaia di militari, che con le famiglie superano le diecimila unità.

La folle guerra del dittatore russo potrebbe scatenare una reazione a catena dopo che è diventata più palpabile nelle ultime settimane la minaccia dell’impiego delle atomiche a corto raggio. È un concentrato di morte e distruzione in ciascuna delle bombe in mezzo a noi di poche decine di centimetri della potenza fino a 107 kilotoni (sei volte Hiroshima), che nelle ogive in deposito a Ghedi ed Aviano si è sempre pensato rappresentassero solo un deterrente.

Un concentrato di distruzione e morte in pochi centimetri. Non più di sessanta. Sono le bombe nucleari tattiche, del tipo B-61, che in caso di drammatica necessità, come l’uso da parte russa dell’arsenale nucleare sullo scacchiere ucraino, possono essere montate sui missili in dotazione agli F16 Usaf di stanza ad Aviano (Pordenone), nella più grande base aerea americana d’Europa, e sui Tornado italiani del 6° stormo di Ghedi (Brescia) ed essere subito impiegate. Sono le due basi militari operative dove sono dislocate le testate atomiche nel nostro Paese.
Il loro utilizzo passa dal via libera del cosiddetto comando condiviso della doppia chiave, che per gli ordigni presenti in Italia, in base ai trattati, dipende dal presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, e da Sergio Mattarella, che come presidente della Repubblica è il Capo delle Forze Armate, il quale si avvale della struttura gerarchica.

Uno scenario apocalittico che ci auguriamo di non vivere mai. Tuttavia, è bene rimarcare che l’atomica in casa non è più nel Terzo Millennio una presenza così ingombrante a Nordest – anche se all’epoca segretissima di cui non si poteva di fatto scrivere -, come durante la Guerra Fredda, quando in Italia fino a metà anni Novanta i siti dotati di testate atomiche strategiche o tattiche erano numerosi: Bovolone e Monte Calvarina a Roncà (Verona), Zelo (Rovigo), Bagnoli di Sopra (Padova), Ceggia (Venezia) e Cordovado (Pordenone) per citare quelli del quadrante veneto e friulano.

Queste basi dipendevano dalla 1^ Aerobrigata di Padova ed erano dotate di missili Nike su cui potevano essere montate le ogive nucleari. La prerogativa del know-how era statunitense, com’è oggi, perché l’arsenale nucleare ha bisogno della competenza degli specialisti a stelle e strisce.
E all’epoca il più grande deposito di bombe nucleari in Italia era situato nel Vicentino, a Longare, sotto le colline di “site Pluto“, a pochi chilometri dal comando Nato della 5^ Ataf (Allied Tactical Aif Force) all’aeroporto Dal Molin di Vicenza. Un dedalo di strade scavate nella pancia dei Colli Berici dove ancora oggi ci sono alcuni hangar che tra qualche mese ospiteranno il comando della 207^ Brigata intelligence militare Usa. Infatti fervono i lavori finanziati dall’amministrazione americana con una trentina di milioni di dollari per l’inaugurazione prevista nell’estate 2023.
“Pensavamo di avere messo alle spalle il mondo diviso in blocchi, purtroppo Putin ci ha costretti a un rapido ripasso e a un bagno di necessario realismo strategico”, spiega Leonardo Malatesta, storico militare di Vicenza, che di recente ha dato alle stampe un libro sulla V^Ataf, dopo quelli scritti su “West Star”, il centro strategico di Affi (Verona) nelle viscere del monte Moscal attivo fino al 2007, dove c’era il bunker antiatomico più grande d’Europa che in caso di attacco nucleare del Patto di Varsavia avrebbe dovuto ospitare per settimane i comandi Nato, e “Sky Defenders”, la difesa del cielo italiano durante la Guerra Fredda.

Del resto, ogni volta che a Vicenza si muovono i parà statunitensi della 173^ Airborne Brigate, soprattutto di notte per essere trasportati con gli elicotteri diretti ad Aviano per le esercitazioni di lancio, non sono pochi gli abitanti del quartiere di San Pio X che vanno in fibrillazione. Soprattutto in un periodo così caldo come l’attuale, con la Nato impegnata a sostenere gli ucraini nella guerra d’aggressione scatenata dallo zar Putin. E i soldati americani che rispondo agli ordini di Clay Kaserme, il nuovo comando Usa di Wiesbaden in Germania, si addestrano spesso ad Aviano quando non sono impegnati in missioni all’estero, come in primavera quando una parte della 173^ era stata trasferita nei Baltici.

Nella città del Palladio ci sono due basi, la caserma Ederle, che fu inaugurata negli anni Cinquanta, e la più recente Del Din, sorta sull’ex aeroporto Dal Molin. Entrambe a regime ospitano migliaia di militari, che con le famiglie superano le diecimila unità.

La folle guerra del dittatore russo potrebbe scatenare una reazione a catena dopo che è diventata più palpabile nelle ultime settimane la minaccia dell’impiego delle atomiche a corto raggio. È un concentrato di morte e distruzione in ciascuna delle bombe in mezzo a noi di poche decine di centimetri della potenza fino a 107 kilotoni (sei volte Hiroshima), che nelle ogive in deposito a Ghedi ed Aviano si è sempre pensato rappresentassero solo un deterrente.

Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli