Lavoro quanto mi costi

Il costo del lavoro, in Italia, resta alto perché pesano i contributi ma il cuneo fiscale tricolore non è il più alto dell’Eurozona. Anzi, forse è tra i più bassi. Lo ha stabilito l’Istat che ieri ha pubblicato un report sulla struttura del costo del lavoro aggiornato al 2020, snocciolando dati e cifre sul prezzo delle retribuzioni nel nostro Paese. Il sistema è poco omogeneo e ci sono diverse disparità che si rivelano in veri e propri divari presenti tra i diversi settori economici.
Innanzitutto i numeri: il costo medio del lavoro per dipendente è pari a 41.018 euro all’anno. A fronte di 1.398 ore lavorate (in media) da ciascuno (il dato sale a 1.519 ore a tempo pieno e scende a 895 oer per gli assunti a part time), il prezzo orario è di 29,4 euro, un valore più alto del 5,3 per cento rispetto a quello registrato nel 2016. La statistica dice questo. La realtà, invece, offre un quadro differenziatissimo. Che oscilla tra i 51,6 euro all’ora per i dipendenti nel settore finanziario e eassicurativo e i 18,8 euro per quello che ingloba le agenzie di viaggio, di noleggio e di servizi di supporto alle imprese. Pesa, e non poco, anche la dimensione delle aziende: le unità economiche più grandi pagano 33,3 euro l’ora. Un valore superiore di ben dieci euro in più rispetto alle pmi fino a 50 dipendenti che, invece, corrispondono ai loro dipendenti 23,1 euro l’ora.
Una delle voci più pesanti nelle retribuzioni riguarda i contributi. In particolare, secondo i dati medi rilevati dagli analisti dell’Istat, a fronte di 29,4 euro per ora, ben otto vanno spesi per i contributi mentre dieci centesimi se ne vanno in costi intermedi. Il conto, dunque, è presto fatto: se la media annua per gli stipendi è pari a 41.081 euro a dipendenti, di questa somma il 72% viene corrisposto in ragione di retribuzione lorda (dunque 29.591 euro) mentre il 27,7% va in contributi sociali a carico del datore di lavoro (11.366 euro) e tra formazione e spese intermedie vengono, infine, conteggiati 123 euro annui. Il costo del lavoro è più alto nell’industria mentre invece risulta più basso nel settore delle costruzioni; si tratta dei due comparti dove, peraltro, si riscontra il maggior numero di ore lavorate per dipendente (1.557 per le costruzioni e 1.512 per le industrie).
È interessante, infine, il confronto tra i dati italiani e quelli europei. Dalle analisi Istat, infatti, emerge che la media del costo del lavoro italiano è più bassa di quella dell’area euro (Ae-19) che si attesta a 32,1 euro l’ora. Risulta più alta, invece, se si allarga il parametro all’Ue a 27 membri, per cui la media scende a 28,3 euro. Le differenze tra gli Stati sono talmente enormi da fare impressione: si va da 6,7 euro della Bulgaria ai 47,5 euro del Lussemburgo. In mezzo, l’Italia con il valore di 29,1 si piazza all’undicesimo posto, superiore a quello spagnole ma più basso di quello medio che si registra in Francia e Germania. La retribuzione oraria lorda colloca l’Italia all’undicesimo posto. Dai lati opposti di questa classifica ci sono, agli ultimi posti, Bulgaria e Romania (rispettivamente 5,7 e 7,8 euro) e ai primi Lussemburgo e Danimarca (41,3 e 39,2).
Il peso dei contributi, in Italia, è alto anche su scala comunitaria. Eppure, secondo i rilievi degli analisti dell’istituto nazionale di statistica, risulta inferiore non solo a quello svedese (al top in Europa con il 30%) ma anche a quelli francesi (29,4%).
I Paesi in cui il peso dei contributi è minore sono gli stessi che vantano la retribuzione lorda più alta, ovvero Danimarca (10,7%) e Lussemburgo (13,1%).

Il costo del lavoro, in Italia, resta alto perché pesano i contributi ma il cuneo fiscale tricolore non è il più alto dell’Eurozona. Anzi, forse è tra i più bassi. Lo ha stabilito l’Istat che ieri ha pubblicato un report sulla struttura del costo del lavoro aggiornato al 2020, snocciolando dati e cifre sul prezzo delle retribuzioni nel nostro Paese. Il sistema è poco omogeneo e ci sono diverse disparità che si rivelano in veri e propri divari presenti tra i diversi settori economici.
Innanzitutto i numeri: il costo medio del lavoro per dipendente è pari a 41.018 euro all’anno. A fronte di 1.398 ore lavorate (in media) da ciascuno (il dato sale a 1.519 ore a tempo pieno e scende a 895 oer per gli assunti a part time), il prezzo orario è di 29,4 euro, un valore più alto del 5,3 per cento rispetto a quello registrato nel 2016. La statistica dice questo. La realtà, invece, offre un quadro differenziatissimo. Che oscilla tra i 51,6 euro all’ora per i dipendenti nel settore finanziario e eassicurativo e i 18,8 euro per quello che ingloba le agenzie di viaggio, di noleggio e di servizi di supporto alle imprese. Pesa, e non poco, anche la dimensione delle aziende: le unità economiche più grandi pagano 33,3 euro l’ora. Un valore superiore di ben dieci euro in più rispetto alle pmi fino a 50 dipendenti che, invece, corrispondono ai loro dipendenti 23,1 euro l’ora.
Una delle voci più pesanti nelle retribuzioni riguarda i contributi. In particolare, secondo i dati medi rilevati dagli analisti dell’Istat, a fronte di 29,4 euro per ora, ben otto vanno spesi per i contributi mentre dieci centesimi se ne vanno in costi intermedi. Il conto, dunque, è presto fatto: se la media annua per gli stipendi è pari a 41.081 euro a dipendenti, di questa somma il 72% viene corrisposto in ragione di retribuzione lorda (dunque 29.591 euro) mentre il 27,7% va in contributi sociali a carico del datore di lavoro (11.366 euro) e tra formazione e spese intermedie vengono, infine, conteggiati 123 euro annui. Il costo del lavoro è più alto nell’industria mentre invece risulta più basso nel settore delle costruzioni; si tratta dei due comparti dove, peraltro, si riscontra il maggior numero di ore lavorate per dipendente (1.557 per le costruzioni e 1.512 per le industrie).
È interessante, infine, il confronto tra i dati italiani e quelli europei. Dalle analisi Istat, infatti, emerge che la media del costo del lavoro italiano è più bassa di quella dell’area euro (Ae-19) che si attesta a 32,1 euro l’ora. Risulta più alta, invece, se si allarga il parametro all’Ue a 27 membri, per cui la media scende a 28,3 euro. Le differenze tra gli Stati sono talmente enormi da fare impressione: si va da 6,7 euro della Bulgaria ai 47,5 euro del Lussemburgo. In mezzo, l’Italia con il valore di 29,1 si piazza all’undicesimo posto, superiore a quello spagnole ma più basso di quello medio che si registra in Francia e Germania. La retribuzione oraria lorda colloca l’Italia all’undicesimo posto. Dai lati opposti di questa classifica ci sono, agli ultimi posti, Bulgaria e Romania (rispettivamente 5,7 e 7,8 euro) e ai primi Lussemburgo e Danimarca (41,3 e 39,2).
Il peso dei contributi, in Italia, è alto anche su scala comunitaria. Eppure, secondo i rilievi degli analisti dell’istituto nazionale di statistica, risulta inferiore non solo a quello svedese (al top in Europa con il 30%) ma anche a quelli francesi (29,4%).
I Paesi in cui il peso dei contributi è minore sono gli stessi che vantano la retribuzione lorda più alta, ovvero Danimarca (10,7%) e Lussemburgo (13,1%).

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