Lavoro uguale guadagno meno

L’inflazione sale, i salari ristagnano e il potere d’acquisto degli italiani precipita. Il divario tra i prezzi e gli stipendi è davvero reale, uno scalino insormontabile per la gran parte delle famiglie che rischiano, sempre più spesso, di intravedere cosa c’è oltre la soglia della povertà.
Il presidente dell’Istituto nazionale di statistica Gian Carlo Blangiardo non ha avuto dubbi, davanti ai parlamentari delle commissioni bilancio riunite di Camera e Senato, a parlare dei gravi problemi che attendono il Paese. Il pericolo è diventato qualcosa di molto reale dal momento che, come ha detto lo stesso Blangiardo, “il rischio di una forte diminuzione del potere d’acquisto sarà inevitabilmente marcato”. Ciò per colpa, appunto, della forbice tra inflazione e salari.

Un confronto impietoso

La situazione è serissima, dunque. Blangiardo ha spiegato: “Nella media dei primi dieci mesi del 2022 il divario tra la dinamica dei prezzi misurata dall’Ipca (l’indice dei prezzi al consumo armonizzato ndr) e quella delle retribuzioni contrattuali è stata pari a 7,0 punti percentuali”. C’è uno iato, quindi, fin troppo profondo tra le entrate e le uscite degli italiani. Il denaro, che una volta bastava per andare avanti, ora inizia a diventare poco. E di fronte all’aumento dei prezzi che ha raggiunto, quest’anno, addirittura la doppia cifra, i salari restano sostanzialmente immobili, fermi. In pratica, parafrasando il celeberrimo slogan di un ex presidente del consiglio, oggi gli italiani lavorano uguale per guadagnare molto meno di prima.

Covid e inflazione frenano gli stipendi nel G20

Lo ha certificato, su scala globale, l’Organizzazione mondiale del lavoro dell’Ilo che punta il dito sull’ “impatto dell’inflazione e del Covid-19 su salari e sul potere d’acquisto” e stimato che “i salari mensili siano scesi dello 0,9 per cento a livello globale nella prima metà del 2022, facendo registrare per la prima volta in questo secolo una decrescita”. Un tonfo che colpisce con più veemenza le economie affermate del G20 dove “si stima che nella prima metà del 2022 la crescita sia scesa a meno 2,2 per cento”.
I salari, dunque, segnano il passo. E ciò è complicato dal fatto che l’Italia, negli ultimi anni, non ha registrato grandi passi in avanti.

Il nodo irrisolto dei contratti collettivi

Il nostro Paese è tra i fanalini di coda, in Europa, per l’adeguamento degli stipendi. E, a complicare la situazione, c’è la questione (apertissima) dei contratti collettivi nazionali scaduti (da tempo) e non ancora rinnovati.
Blangiardo ha spiegato: “Il rischio di una forte diminuzione del potere di acquisto legato anche all`effetto delle tempistiche dei rinnovi contrattuali, più lunghe in settori con bassi livelli retributivi, sarà inevitabilmente marcato per le famiglie con forti vincoli di bilancio, le quali subiscono peraltro in modo più significativo la rapida accelerazione dell’inflazione”.

“Un prezzo altissimo”

Una considerazione a cui ha immediatamente reagito il segretario generale della Confederazione generale del lavoro, Maurizio Landini, che a latere dell’incontro con l’ex premier (oggi leader M5s) Giuseppe Conte, ha strigliato il governo sul tema degli stipendi. Landini ha tuonato: “Noi riteniamo che ci sia un primo tema che si chiama salario. La gente non arriva alla fine del mese e, in particolare, il mondo del lavoro dipendente sta pagando un prezzo altissimo e, in questa legge di bilancio, l’aumento dei salari non c’è”.
Il leader della Cgil ha avanzato una richiesta: “Per questo noi chiediamo che ci sia non un 2% di decontribuzione ma che ci sia almeno un 5 per cento”.

“Salari reali -12% dal 2008”

I dati sugli stipendi bassi sono eloquentissimi, specialmente se messi in correlazione con il potere d’acquisto. I sindacati delle forze di polizia, Siap e Afnp, hanno diffuso i numeri in una nota. In cui le organizzazioni dei lavoratori in divisa hanno segnalato che “i salari in Italia sono più bassi del 12% rispetto al 2008 in termini reali. L’impatto dell’inflazione e della pandemia sulle retribuzioni e sul potere d’acquisto oltre l’Italia, si segnala il Giappone con (- 2 per cento) e il Regno Unito con (- 4 per cento) sono le sole economie avanzate del G20, in cui l’impatto su stipendi e salari reali hanno registrato livelli inferiori nel 2022 rispetto al 2008”.
E infine la chiosa: “Comprendendo con senso di responsabilità, le difficoltà del quadro economico e internazionale, riteniamo ancor più necessario che il governo non eluda il confronto con nessuna componente delle parti sociali”.

L’inflazione sale, i salari ristagnano e il potere d’acquisto degli italiani precipita. Il divario tra i prezzi e gli stipendi è davvero reale, uno scalino insormontabile per la gran parte delle famiglie che rischiano, sempre più spesso, di intravedere cosa c’è oltre la soglia della povertà.
Il presidente dell’Istituto nazionale di statistica Gian Carlo Blangiardo non ha avuto dubbi, davanti ai parlamentari delle commissioni bilancio riunite di Camera e Senato, a parlare dei gravi problemi che attendono il Paese. Il pericolo è diventato qualcosa di molto reale dal momento che, come ha detto lo stesso Blangiardo, “il rischio di una forte diminuzione del potere d’acquisto sarà inevitabilmente marcato”. Ciò per colpa, appunto, della forbice tra inflazione e salari.

Un confronto impietoso

La situazione è serissima, dunque. Blangiardo ha spiegato: “Nella media dei primi dieci mesi del 2022 il divario tra la dinamica dei prezzi misurata dall’Ipca (l’indice dei prezzi al consumo armonizzato ndr) e quella delle retribuzioni contrattuali è stata pari a 7,0 punti percentuali”. C’è uno iato, quindi, fin troppo profondo tra le entrate e le uscite degli italiani. Il denaro, che una volta bastava per andare avanti, ora inizia a diventare poco. E di fronte all’aumento dei prezzi che ha raggiunto, quest’anno, addirittura la doppia cifra, i salari restano sostanzialmente immobili, fermi. In pratica, parafrasando il celeberrimo slogan di un ex presidente del consiglio, oggi gli italiani lavorano uguale per guadagnare molto meno di prima.

Covid e inflazione frenano gli stipendi nel G20

Lo ha certificato, su scala globale, l’Organizzazione mondiale del lavoro dell’Ilo che punta il dito sull’ “impatto dell’inflazione e del Covid-19 su salari e sul potere d’acquisto” e stimato che “i salari mensili siano scesi dello 0,9 per cento a livello globale nella prima metà del 2022, facendo registrare per la prima volta in questo secolo una decrescita”. Un tonfo che colpisce con più veemenza le economie affermate del G20 dove “si stima che nella prima metà del 2022 la crescita sia scesa a meno 2,2 per cento”.
I salari, dunque, segnano il passo. E ciò è complicato dal fatto che l’Italia, negli ultimi anni, non ha registrato grandi passi in avanti.

Il nodo irrisolto dei contratti collettivi

Il nostro Paese è tra i fanalini di coda, in Europa, per l’adeguamento degli stipendi. E, a complicare la situazione, c’è la questione (apertissima) dei contratti collettivi nazionali scaduti (da tempo) e non ancora rinnovati.
Blangiardo ha spiegato: “Il rischio di una forte diminuzione del potere di acquisto legato anche all`effetto delle tempistiche dei rinnovi contrattuali, più lunghe in settori con bassi livelli retributivi, sarà inevitabilmente marcato per le famiglie con forti vincoli di bilancio, le quali subiscono peraltro in modo più significativo la rapida accelerazione dell’inflazione”.

“Un prezzo altissimo”

Una considerazione a cui ha immediatamente reagito il segretario generale della Confederazione generale del lavoro, Maurizio Landini, che a latere dell’incontro con l’ex premier (oggi leader M5s) Giuseppe Conte, ha strigliato il governo sul tema degli stipendi. Landini ha tuonato: “Noi riteniamo che ci sia un primo tema che si chiama salario. La gente non arriva alla fine del mese e, in particolare, il mondo del lavoro dipendente sta pagando un prezzo altissimo e, in questa legge di bilancio, l’aumento dei salari non c’è”.
Il leader della Cgil ha avanzato una richiesta: “Per questo noi chiediamo che ci sia non un 2% di decontribuzione ma che ci sia almeno un 5 per cento”.

“Salari reali -12% dal 2008”

I dati sugli stipendi bassi sono eloquentissimi, specialmente se messi in correlazione con il potere d’acquisto. I sindacati delle forze di polizia, Siap e Afnp, hanno diffuso i numeri in una nota. In cui le organizzazioni dei lavoratori in divisa hanno segnalato che “i salari in Italia sono più bassi del 12% rispetto al 2008 in termini reali. L’impatto dell’inflazione e della pandemia sulle retribuzioni e sul potere d’acquisto oltre l’Italia, si segnala il Giappone con (- 2 per cento) e il Regno Unito con (- 4 per cento) sono le sole economie avanzate del G20, in cui l’impatto su stipendi e salari reali hanno registrato livelli inferiori nel 2022 rispetto al 2008”.
E infine la chiosa: “Comprendendo con senso di responsabilità, le difficoltà del quadro economico e internazionale, riteniamo ancor più necessario che il governo non eluda il confronto con nessuna componente delle parti sociali”.

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