Le bugie delle mazzette contro le inchieste libere

Autocitarsi non è bello. Ma la cronaca ci costringe a farlo. Per un motivo molto semplice: forse, ma forse, abbiamo capito perché, mentre tutto il mondo urlava allo scandalo, c’era qualcuno in Italia e in Europa che tentava di far passare il Qatar come un Paese proiettato verso le magnifiche sorti e progressive della libertà e della democrazia. Qualcuno, come la vicepresidente del Parlamento Europeo Eva Kaili, addirittura cercava di fare di Doha una sorta di enclave dei diritti del lavoro (sic!) nel Medio Oriente.
L’Identità ha già dato, ai suoi lettori, conto e ragione dei dubbi, troppi, che gravavano su certe ricostruzioni della way of life, o sarebbe meglio dire della way of business, del Paese del Golfo. Abbiamo scritto, riprendendo inchieste giornalistiche internazionali e atti del Parlamento europeo stesso, che gli stadi, quelle meravigliose e autentiche cattedrali nel deserto allestite a tempo di record tra le dune, grondavano il sangue di migliaia e migliaia di lavoratori migranti, di stranieri, provenienti dai Paesi più poveri dell’Asia, con il miraggio di guadagnare un tozzo di pane. Troppi ne sono morti. Ancora di più sono stati trattati, secondo quanto emerso dai report delle associazioni internazionali e degli osservatori internazionali, come dei veri e propri schiavi moderni.
Eppure, c’era chi continuava a predicare calma. A intravedere chissà che gloriose innovazioni che sarebbero presto arrivate dal Paese qatarino. C’era chi, solitamente ipersensibile ai diritti, ha fatto orecchie da mercante sulle tante, troppe, aporie e vere e proprie discriminazioni, sociali e non, dei lavoratori e non solo loro (ricordate, quella “malattia mentale” dell’essere gay?). Il Parlamento europeo, ora, deve fare chiarezza al suo interno. Spazzare via la corruzione che si sarebbe verificata tra le stanze dei vertici, non dei semplici peones, del luogo principe della democrazia comunitaria. Di un’Europa che si picca di averla inventata la democrazia, di averla insegnata al mondo. E che oggi, invece, fa ridere, di gusto, tutti gli avversari geopolitici e internazionali. L’offesa subita dalle istituzioni è gravissima. E va sanata. Senza la retorica di Metsola che chiama alle armi contro i “nemici della democrazia” che assedierebbero l’europarlamento. Ma con il coraggio di scacciare i lobbisti (o presunti tali) dal parlamento come qualcun altro, ben più grande di ogni istituzione umana, fece coi mercanti nel Tempio.

Autocitarsi non è bello. Ma la cronaca ci costringe a farlo. Per un motivo molto semplice: forse, ma forse, abbiamo capito perché, mentre tutto il mondo urlava allo scandalo, c’era qualcuno in Italia e in Europa che tentava di far passare il Qatar come un Paese proiettato verso le magnifiche sorti e progressive della libertà e della democrazia. Qualcuno, come la vicepresidente del Parlamento Europeo Eva Kaili, addirittura cercava di fare di Doha una sorta di enclave dei diritti del lavoro (sic!) nel Medio Oriente.
L’Identità ha già dato, ai suoi lettori, conto e ragione dei dubbi, troppi, che gravavano su certe ricostruzioni della way of life, o sarebbe meglio dire della way of business, del Paese del Golfo. Abbiamo scritto, riprendendo inchieste giornalistiche internazionali e atti del Parlamento europeo stesso, che gli stadi, quelle meravigliose e autentiche cattedrali nel deserto allestite a tempo di record tra le dune, grondavano il sangue di migliaia e migliaia di lavoratori migranti, di stranieri, provenienti dai Paesi più poveri dell’Asia, con il miraggio di guadagnare un tozzo di pane. Troppi ne sono morti. Ancora di più sono stati trattati, secondo quanto emerso dai report delle associazioni internazionali e degli osservatori internazionali, come dei veri e propri schiavi moderni.
Eppure, c’era chi continuava a predicare calma. A intravedere chissà che gloriose innovazioni che sarebbero presto arrivate dal Paese qatarino. C’era chi, solitamente ipersensibile ai diritti, ha fatto orecchie da mercante sulle tante, troppe, aporie e vere e proprie discriminazioni, sociali e non, dei lavoratori e non solo loro (ricordate, quella “malattia mentale” dell’essere gay?). Il Parlamento europeo, ora, deve fare chiarezza al suo interno. Spazzare via la corruzione che si sarebbe verificata tra le stanze dei vertici, non dei semplici peones, del luogo principe della democrazia comunitaria. Di un’Europa che si picca di averla inventata la democrazia, di averla insegnata al mondo. E che oggi, invece, fa ridere, di gusto, tutti gli avversari geopolitici e internazionali. L’offesa subita dalle istituzioni è gravissima. E va sanata. Senza la retorica di Metsola che chiama alle armi contro i “nemici della democrazia” che assedierebbero l’europarlamento. Ma con il coraggio di scacciare i lobbisti (o presunti tali) dal parlamento come qualcun altro, ben più grande di ogni istituzione umana, fece coi mercanti nel Tempio.

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