Le donne che resistono

Cronache dimenticate, in un’Italia sempre distratta sugli ultimi della fila. Trascurate innanzitutto dallo Stato, le storie delle vittime della criminalità comune che Paolo Miggiano racconta nel suo libro C’è ancora tempo – Storie di donne che resistono, edito da Terra Somnia. Il sangue versato da queste vittime – afferma con passione Miggiano, scrittore e giornalista investigativo – è dello stesso colore di quello delle vittime delle mafie e del terrorismo ma è di un rosso che appare sbiadito. Confinato, come è stato e come è tuttora, sullo sfondo di un Paese che non conosce “storie meno “fenomenali”, eppure altrettanto drammatiche, altrettanto dolorose e inaccettabili per una società che si vuole definire civile”.
“Un libro duro”, dice Lorenzo Marone che ne ha curato la prefazione. Storie che non fanno notizia, talvolta quasi per caso narrate in strisce informative televisive in onda nella fascia notturna. Miggiano scrive di Paolino e di sua madre Rosaria, di Salvatore e di sua figlia Anna, di Daniele con il suo amico Loris e di sua sorella Carmen, di Giuseppe e della moglie Carmela con la figlia Ludovica, di Rita e di sua figlia Vanessa. E alla fine, di un’antica storia di dolore, quella di Franco e di Elena, sua sorella. Pezzi di vita che nel libro servono ad affermare che in Italia l’attenzione attribuita alle vittime della criminalità viaggia su un doppio binario. Sul primo scorre tutta la solidarietà che lo Stato, a ragione, offre alle vittime e ai familiari superstiti delle mafie, del terrorismo e ai caduti nell’adempimento del proprio dovere. Sull’altro cammina da tempo la quasi totale indifferenza, a definire la negazione di adeguate forme di tutela e di indennizzo per chi cade sotto i colpi dei criminali cosiddetti comuni, quelli per i quali il mattinale delle forze dell’ordine non racconta talvolta nemmeno più i nomi e i dettagli.
In Italia, questa la domanda che viene al lettore da queste pagine, ci vuole fortuna pure nel morire ammazzati? Se a uccidere è un proiettile esploso da un mafioso o da un terrorista, lo Stato aiuterà i familiari con misure di sostegno che renderanno la loro vita meno difficile. Ma se a recidere una vita è il coltello di un coetaneo, la violenza di un compagno geloso, il gesto di un rapinatore, di uno scellerato che spara all’impazzata la notte di Capodanno, sarà dura e oscura la vita per chi resta, nel non poter dimenticare il dolore di una perdita. Con il quale, scrive Miggiano, “non faranno mai pace”.
Vedove, madri, figlie: l’autore racconta le vite strappate di alcune di queste donne e della loro resilienza. Meritevoli di rispetto e solidarietà. E invece vittime trasparenti che lo Stato non riesce a vedere.
Un libro intenso, sulle strade di alcune vite che, come dice la collana che lo accoglie, sono intrecciate alle scelte. Ad una, Miggiano dedica i diritti d’autore: Lucia Montanino, vedova di Gaetano. Al reinserimento sociale e lavorativo di uno dei suoi omicidi, Lucia sta oggi riservando il suo sostegno.

Cronache dimenticate, in un’Italia sempre distratta sugli ultimi della fila. Trascurate innanzitutto dallo Stato, le storie delle vittime della criminalità comune che Paolo Miggiano racconta nel suo libro C’è ancora tempo – Storie di donne che resistono, edito da Terra Somnia. Il sangue versato da queste vittime – afferma con passione Miggiano, scrittore e giornalista investigativo – è dello stesso colore di quello delle vittime delle mafie e del terrorismo ma è di un rosso che appare sbiadito. Confinato, come è stato e come è tuttora, sullo sfondo di un Paese che non conosce “storie meno “fenomenali”, eppure altrettanto drammatiche, altrettanto dolorose e inaccettabili per una società che si vuole definire civile”.
“Un libro duro”, dice Lorenzo Marone che ne ha curato la prefazione. Storie che non fanno notizia, talvolta quasi per caso narrate in strisce informative televisive in onda nella fascia notturna. Miggiano scrive di Paolino e di sua madre Rosaria, di Salvatore e di sua figlia Anna, di Daniele con il suo amico Loris e di sua sorella Carmen, di Giuseppe e della moglie Carmela con la figlia Ludovica, di Rita e di sua figlia Vanessa. E alla fine, di un’antica storia di dolore, quella di Franco e di Elena, sua sorella. Pezzi di vita che nel libro servono ad affermare che in Italia l’attenzione attribuita alle vittime della criminalità viaggia su un doppio binario. Sul primo scorre tutta la solidarietà che lo Stato, a ragione, offre alle vittime e ai familiari superstiti delle mafie, del terrorismo e ai caduti nell’adempimento del proprio dovere. Sull’altro cammina da tempo la quasi totale indifferenza, a definire la negazione di adeguate forme di tutela e di indennizzo per chi cade sotto i colpi dei criminali cosiddetti comuni, quelli per i quali il mattinale delle forze dell’ordine non racconta talvolta nemmeno più i nomi e i dettagli.
In Italia, questa la domanda che viene al lettore da queste pagine, ci vuole fortuna pure nel morire ammazzati? Se a uccidere è un proiettile esploso da un mafioso o da un terrorista, lo Stato aiuterà i familiari con misure di sostegno che renderanno la loro vita meno difficile. Ma se a recidere una vita è il coltello di un coetaneo, la violenza di un compagno geloso, il gesto di un rapinatore, di uno scellerato che spara all’impazzata la notte di Capodanno, sarà dura e oscura la vita per chi resta, nel non poter dimenticare il dolore di una perdita. Con il quale, scrive Miggiano, “non faranno mai pace”.
Vedove, madri, figlie: l’autore racconta le vite strappate di alcune di queste donne e della loro resilienza. Meritevoli di rispetto e solidarietà. E invece vittime trasparenti che lo Stato non riesce a vedere.
Un libro intenso, sulle strade di alcune vite che, come dice la collana che lo accoglie, sono intrecciate alle scelte. Ad una, Miggiano dedica i diritti d’autore: Lucia Montanino, vedova di Gaetano. Al reinserimento sociale e lavorativo di uno dei suoi omicidi, Lucia sta oggi riservando il suo sostegno.

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