L’ecologia sul grande schermo

“Di mio ci ho messo l’ignoranza”: Marco Gisotti cita Marcello Marchesi nel suo libro Ecovisioni, pubblicato da Edizioni Ambiente che passa in rassegna 125 anni di storia del cinema e 150 opere cinematografiche, di cui 100 in dettaglio e altre 50 analizzate più sinteticamente e riunite in cinque percorsi didattici, coniugando l’ecologia al cinema. Che sono invenzioni del diciannovesimo secolo, la prima del 1866 ad opera del biologo tedesco Ernst, la seconda del 1895 quando a Parigi furono proiettati in pubblico i primi filmati dei fratelli Lumière. Due anni dopo proprio questi ultimi, attraverso uno dei loro inviati, Kamill Serf, consentivano al mondo di conoscere quanto accaduto a Baku, capitale dell’Azerbaigian, per un pozzo di petrolio in fiamme. La citazione di Marchesi per siglare con leggerezza una “non verità”: Gisotti con passione da decenni indaga e vive la declinazione ecologica del fare cinema ed è anche stato nel 2011 uno degli artefici del Premio Green Drop Award, battezzato alla Mostra del Cinema di Venezia da Claudia Cardinale nemmeno un anno dopo.
La Cardinale ha scritto la prefazione di questo libro, nella quale paragona l’indispensabile funzione del cinema, nelle azioni per la tutela dell’ambiente, alla goccia d’acqua custodita nel becco di un colibrì che non scappa di fronte all’incendio di una foresta. Per dire quanto il mondo delle produzioni cinematografiche possa ispirare quelle che si definiscono “buone pratiche” per dare l’esempio nell’attenzione all’ambiente. Lo ribadisce anche il produttore Carlo Cresto-Dina nella sua prefazione: “Colpisce che il cinema, forse per la sua genetica vocazione all’emozione collettiva, abbia fin dall’inizio saputo esprimere un’attenzione, poi una trepidazione e infine un allarme per il destino della nostra specie su questo pianeta”. E ricorda quanto valga la sensibilità di un intero set per la sostenibilità, “un villaggio provvisorio che spunta come una carovana di circo, vive per qualche settimana o mese e poi si dissolve” nel quale “immaginare e codificare dei comportamenti virtuosi (…) significa creare in piccolo dei modelli immediatamente riversabili sul nostro vivere quotidiano”.
Il cinema, infatti, inquina. Cresto-Dina lo sa e ha dato vita ormai quasi dieci anni fa con Ludovica Chiarini a EcoMuvi, una struttura autonoma che ha reso sostenibili decine di film e serie TV in Europa, evitando in questi dieci anni l’emissione diretta di almeno 1.000 tonnellate di CO2 equivalente. E soltanto nel 2021, applicata a 12 produzioni per un totale di 304 giorni di riprese in 130 diverse location attraverso nove regioni d’Italia, ha risparmiato più di una tonnellata di plastica monouso, ha spinto la raccolta differenziata indirizzando il 69% dei all’umido compostabile, ha riutilizzato, donato o rigenerato dal 55% al 96% del materiale proveniente dal reparto costumi e il 69% del materiale di scenografia.

Il libro di Gisotti (ri)parte da qui, da un cinema finalmente schierato a favore dell’ambiente.

“Di mio ci ho messo l’ignoranza”: Marco Gisotti cita Marcello Marchesi nel suo libro Ecovisioni, pubblicato da Edizioni Ambiente che passa in rassegna 125 anni di storia del cinema e 150 opere cinematografiche, di cui 100 in dettaglio e altre 50 analizzate più sinteticamente e riunite in cinque percorsi didattici, coniugando l’ecologia al cinema. Che sono invenzioni del diciannovesimo secolo, la prima del 1866 ad opera del biologo tedesco Ernst, la seconda del 1895 quando a Parigi furono proiettati in pubblico i primi filmati dei fratelli Lumière. Due anni dopo proprio questi ultimi, attraverso uno dei loro inviati, Kamill Serf, consentivano al mondo di conoscere quanto accaduto a Baku, capitale dell’Azerbaigian, per un pozzo di petrolio in fiamme. La citazione di Marchesi per siglare con leggerezza una “non verità”: Gisotti con passione da decenni indaga e vive la declinazione ecologica del fare cinema ed è anche stato nel 2011 uno degli artefici del Premio Green Drop Award, battezzato alla Mostra del Cinema di Venezia da Claudia Cardinale nemmeno un anno dopo.
La Cardinale ha scritto la prefazione di questo libro, nella quale paragona l’indispensabile funzione del cinema, nelle azioni per la tutela dell’ambiente, alla goccia d’acqua custodita nel becco di un colibrì che non scappa di fronte all’incendio di una foresta. Per dire quanto il mondo delle produzioni cinematografiche possa ispirare quelle che si definiscono “buone pratiche” per dare l’esempio nell’attenzione all’ambiente. Lo ribadisce anche il produttore Carlo Cresto-Dina nella sua prefazione: “Colpisce che il cinema, forse per la sua genetica vocazione all’emozione collettiva, abbia fin dall’inizio saputo esprimere un’attenzione, poi una trepidazione e infine un allarme per il destino della nostra specie su questo pianeta”. E ricorda quanto valga la sensibilità di un intero set per la sostenibilità, “un villaggio provvisorio che spunta come una carovana di circo, vive per qualche settimana o mese e poi si dissolve” nel quale “immaginare e codificare dei comportamenti virtuosi (…) significa creare in piccolo dei modelli immediatamente riversabili sul nostro vivere quotidiano”.
Il cinema, infatti, inquina. Cresto-Dina lo sa e ha dato vita ormai quasi dieci anni fa con Ludovica Chiarini a EcoMuvi, una struttura autonoma che ha reso sostenibili decine di film e serie TV in Europa, evitando in questi dieci anni l’emissione diretta di almeno 1.000 tonnellate di CO2 equivalente. E soltanto nel 2021, applicata a 12 produzioni per un totale di 304 giorni di riprese in 130 diverse location attraverso nove regioni d’Italia, ha risparmiato più di una tonnellata di plastica monouso, ha spinto la raccolta differenziata indirizzando il 69% dei all’umido compostabile, ha riutilizzato, donato o rigenerato dal 55% al 96% del materiale proveniente dal reparto costumi e il 69% del materiale di scenografia.

Il libro di Gisotti (ri)parte da qui, da un cinema finalmente schierato a favore dell’ambiente.
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