L’epopea dell’Azovstal, mito fondativo dell’Ucraina, al di là delle ideologie

È il momento fondativo della nazione ucraina; la grande guerra patriottica con la quale Kiev ricorderà questi giorni di sangue, prendendo in prestito l’espressione con la quale i russi definiscono la II Guerra mondiale, a sottolinearne la dimensione etnogenica. Non ci sfuggono le perplessità e i dubbi su questi soldati, avvezzi ad esporre simboli nazisteggianti. Ma il mito fondativo è prima della politica, è antropologia e sacro. Questi soldati si stanno immolando e sono pronti a morire. Sono eroi – nella loro condotta – al di là delle loro opinioni politiche. È un fatto. Ogni cultura e ogni religione hanno bisogno di un mito fondativo. Una storia che passi attraverso il martirio, etimologicamente la testimonianza, e il sacrificio, il farsi sacro di un eroe cosmogonico o di un capro espiatorio, che con la propria morte celebra il trascendente. Quella tensione verso l’eterno attraverso la quale un popolo si costituisce come tale, sublimando il rapporto materiale con il transeunte e il proprio territorio in qualcosa che vada oltre l’individuo e il tempo. Un ethnos, cementato nel topos, nel genos, nel logos e nell’ethos, a definire quel rapporto mitico e mistico con la terra dei padri. Tutto questo è cultura e identità. Meccanismi psicologici, prima che antropologici, universali, come ci ricorda Jung. Meccanismi che conducono alla politica, passando per la religione, la cui funzione sociale è “religare”: unire gli uomini attraverso i simboli; symballein, ciò che ci unisce.
Come la comunità primordiale ha bisogno della mitopoiesi, così la politica, ma la chiama storytelling. Ecco che fra Ottocento e Novecento, fatta l’Italia, si fanno gli italiani: tutti gli Stati, magari laici e anticlericali, pongono in essere complessi apparati liturgico-cerimoniali di provenienza religiosa, per “nazionalizzare le masse”, come dice George Mosse: creare una nazione, attraverso miti, sacrifici e storie. Spesso perfino false, come rivela lo storico Eric Hobsbawm nel magistrale “L’invenzione della tradizione”. Le celebrazioni del 2 giugno e il 25 aprile adempiono a questa funzione, che è strutturale e aliena dal colore politico. Strategia usata dallo Stato liberale a quelli totalitari. Molte identità politiche nascono nella vittoria, certo. Ma non tutte. I serbi, ad esempio, si costituiscono come nazione a partire dal sacrificio della nobiltà cristiana nella sconfitta-martirio di Kosovo Polje del 1448. Per certi versi, la morte e la violenza funzionano pure meglio, perché elevano la fondazione a momento religioso, dato che il sacrificio della divinità afferma la vittoria ultraterrena sul mondano: dalla morte di Cristo, al Nirvana di Buddha, passando per il mahdi sciita e la distruzione del Tempio d’Israele.

Il sacrificio – non ancora consumato – dell’Azovstal può essere tutto questo. Nell’acciaieria “molti di loro sono morti e non abbiamo potuto seppellirli secondo la tradizione cristiana”. Il richiamo ai riti, la richiesta delle mogli di poter piangere i corpi inghiottiti dal buio dell’acciaieria, non è un caso: le connota come matres dolorosae, le tre Marie di un compianto sul Cristo morto. La rinascita che passa attraverso la morte. La necessità del Thanatos affinchè ci sia Eros, anzi l’Agape, l’amore spirituale che cementa la comunità.

A questo punto, la questione se l’Ucraina sia o meno una nazione indipendente dalla Russia, come maliziosamente ha sostenuto Putin, è oziosa. Non ha senso ricordare il trattato di Perejaslav del 1654 con il quale i cosacchi si sottoponevano a Mosca, nel cui tricentenario Kruscev cede la Crimea all’Ucraina in segno di amicizia. Se l’Ucraina era una nazione prima, gli eroi dell’Azovstal sono il sigillo di una epopea nazionale. Se non era una nazione prima, lo è adesso.

È il momento fondativo della nazione ucraina; la grande guerra patriottica con la quale Kiev ricorderà questi giorni di sangue, prendendo in prestito l’espressione con la quale i russi definiscono la II Guerra mondiale, a sottolinearne la dimensione etnogenica. Non ci sfuggono le perplessità e i dubbi su questi soldati, avvezzi ad esporre simboli nazisteggianti. Ma il mito fondativo è prima della politica, è antropologia e sacro. Questi soldati si stanno immolando e sono pronti a morire. Sono eroi – nella loro condotta – al di là delle loro opinioni politiche. È un fatto. Ogni cultura e ogni religione hanno bisogno di un mito fondativo. Una storia che passi attraverso il martirio, etimologicamente la testimonianza, e il sacrificio, il farsi sacro di un eroe cosmogonico o di un capro espiatorio, che con la propria morte celebra il trascendente. Quella tensione verso l’eterno attraverso la quale un popolo si costituisce come tale, sublimando il rapporto materiale con il transeunte e il proprio territorio in qualcosa che vada oltre l’individuo e il tempo. Un ethnos, cementato nel topos, nel genos, nel logos e nell’ethos, a definire quel rapporto mitico e mistico con la terra dei padri. Tutto questo è cultura e identità. Meccanismi psicologici, prima che antropologici, universali, come ci ricorda Jung. Meccanismi che conducono alla politica, passando per la religione, la cui funzione sociale è “religare”: unire gli uomini attraverso i simboli; symballein, ciò che ci unisce.
Come la comunità primordiale ha bisogno della mitopoiesi, così la politica, ma la chiama storytelling. Ecco che fra Ottocento e Novecento, fatta l’Italia, si fanno gli italiani: tutti gli Stati, magari laici e anticlericali, pongono in essere complessi apparati liturgico-cerimoniali di provenienza religiosa, per “nazionalizzare le masse”, come dice George Mosse: creare una nazione, attraverso miti, sacrifici e storie. Spesso perfino false, come rivela lo storico Eric Hobsbawm nel magistrale “L’invenzione della tradizione”. Le celebrazioni del 2 giugno e il 25 aprile adempiono a questa funzione, che è strutturale e aliena dal colore politico. Strategia usata dallo Stato liberale a quelli totalitari. Molte identità politiche nascono nella vittoria, certo. Ma non tutte. I serbi, ad esempio, si costituiscono come nazione a partire dal sacrificio della nobiltà cristiana nella sconfitta-martirio di Kosovo Polje del 1448. Per certi versi, la morte e la violenza funzionano pure meglio, perché elevano la fondazione a momento religioso, dato che il sacrificio della divinità afferma la vittoria ultraterrena sul mondano: dalla morte di Cristo, al Nirvana di Buddha, passando per il mahdi sciita e la distruzione del Tempio d’Israele.

Il sacrificio – non ancora consumato – dell’Azovstal può essere tutto questo. Nell’acciaieria “molti di loro sono morti e non abbiamo potuto seppellirli secondo la tradizione cristiana”. Il richiamo ai riti, la richiesta delle mogli di poter piangere i corpi inghiottiti dal buio dell’acciaieria, non è un caso: le connota come matres dolorosae, le tre Marie di un compianto sul Cristo morto. La rinascita che passa attraverso la morte. La necessità del Thanatos affinchè ci sia Eros, anzi l’Agape, l’amore spirituale che cementa la comunità.

A questo punto, la questione se l’Ucraina sia o meno una nazione indipendente dalla Russia, come maliziosamente ha sostenuto Putin, è oziosa. Non ha senso ricordare il trattato di Perejaslav del 1654 con il quale i cosacchi si sottoponevano a Mosca, nel cui tricentenario Kruscev cede la Crimea all’Ucraina in segno di amicizia. Se l’Ucraina era una nazione prima, gli eroi dell’Azovstal sono il sigillo di una epopea nazionale. Se non era una nazione prima, lo è adesso.

Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli