L’eterno caso Soumahoro I pm cercano i soldi ma trovano i conti svuotati

di MIRIAM NIDO
Dove sono finiti i soldi? È questa la domanda alla quale stanno tentando di rispondere i militari della Guardia di Finanza di Latina, che indagano sulle coop della famiglia di Aboubakar Soumahoro. La vicenda, dopo il mistero dei mobili dei Casamonica custoditi nel garage della coop della suocera del deputato di sinistra, si arricchisce ora di un nuovo capitolo e apre un ulteriore giallo negli affari delle aziende di Maria Therese Mukamitsindo, l’imprenditrice ruandese indagata per truffa aggravata, frode fiscale, malversazione, false fatturazioni e reati fiscali riguardanti la gestione dei migranti e il fiume di contributi pubblici ricevuti dallo Stato. Il gip Giuseppe Molfese, nei giorni scorsi, aveva ordinato il sequestro cautelare preventivo di 640mila euro dalle casse della Karibu, una delle società implicate insieme al Consorzio Aid nell’inchiesta e sulla quale, negli ultimi anni, sono transitati quasi 65 milioni di euro da appalti del Ministero dell’Interno, delle Pari Opportunità, della Regione Lazio e perfino del Comune di Roma, oltre ad affidamenti diretti dalle amministrazioni locali del territio pontino nel quale le aziende operano da oltre un decennio. La misura preventiva era stata decisa sulla base della stima elaborata dallo studio della documentazione fiscale relativa alla coop. Quei soldi, però, ora non ci sono più nelle casse della Karibu. Il denaro sarebbe del tutto sparito, e quindi i finanzieri non sono stati in grado di dare esecuzione alla misura cautelare emessa dal giudice per le indagini preliminari di Latina. I militari delle Fiamme Gialle, quando hanno effettuato l’accesso al conto della cooperativa sociale, si sono accorti che erano rimasti soltanto pochi spiccioli e dunque non sono stati in grado di poter sequestrare i 640mila euro. Stesso scenario sul rapporto bancario intestato a Maria Therese, anche quello a secco. Ora le indagini sono volte a capire chi e come possa aver sottratto quel denaro in così poco tempo. Agli investigatori non resta che seguire i soldi, alla ricerca di movimenti elettronici sospetti. Sotto le lente degli inquirenti, infatti, ci sono una serie di donazioni che la coop avrebbe inviato negli ultimi tempi su alcuni conti in Africa per sostenere alcune iniziative sociali, oltre ai bonifici inviati sui conti del figlio di Maria Therese, Michel Rukundo, che gestiva l’altra coop Consorzio Aid. Ulteriori verifiche vengono effettuate sui soldi trasferiti all’altro cognato di Soumahoro, Richard Mutangana, già segnalato all’Antiriciclaggio per operazioni di denaro sospette e per il resort di lusso in Ruanda, in cui l’uomo sarebbe coinvolto in quanto socio. Inoltre sono in corso approfondimenti su donazioni che gli indagati avrebbero fatto, sempre in Ruanda, perfino a società che nulla hanno a che fare con l’assistenza ai più sfortunati, ma che sarebbero state incassate da società che si occupano di safari. Insomma, aziende del turismo nelle quali potrebbero essere inseriti anche i familiari del deputato con gli stivali.
E intanto è scoppiata una sorta di faida nella famiglia di Soumahoro. Perché Liliane Murekatete, la compagna del parlamentare autosospesosi da Alleanza Verdi-Si, ha scelto una linea difensiva che, di fatto, diventa un’accusa verso la madre. Nell’interrogatorio in cui doveva rispondere del giro di false fatturazioni, Liliane non solo ha chiarito alcuni aspetti, portando con sé documenti medici che attestano come nel periodo sotto i riflettori fosse incinta e quindi materialmente non si interessava della gestione delle coop, ma avrebbe addirittura addossato tutte le responsabilità degli illeciti contestati a mamma Maria Therese. A supporto della sua tesi difensiva, insieme al suo avvocato Lorenzo Borrè, ha esibito una serie di screenshot di messaggi, risalenti al periodo “incriminato”, che dimostrerebbero come Murekatete non fosse nelle condizioni di avere un ruolo attivo nella cooperativa, anche se risultava nel consiglio di amministrazione fino all’ottobre scorso. E di fronte al “tradimento” della figlia, ora Mukamitsindo, che finora è rimasta in silenzio e non ha neppure risposto all’interrogatorio del gip, ha deciso di parlare, attraverso i suoi legali. “Una volta esaminate tutte le carte non esiteremo a dare tutte le delucidazioni a riprova dell’innocenza dei nostri clienti”, hanno detto gli avvocati Luca Marafioti e Fabio Pignataro, che difendono anche il figlio Michel Rukundo. “Entro 10 giorni possono essere presentate richieste di appello contro le misure interdittive e il sequestro. Ma ogni valutazione su questo sarà fatta dopo l’esame delle carte”, ha aggiunto Marafioti. Insomma, due strategie legali contrapposte, ognuna delle quali tesa a sottrarsi alle maglie di un’inchiesta in cui, ormai, c’è di tutto. Da un lato c’è il fiume di milioni di euro incassati per l’accoglienza dei rifugiati e dall’altro i migranti che denunciano di essere rimasti senza acqua né luce. E perfino di essere stati maltrattati. Ci sono da una parte le società satellite, sulle quali si concentrano le indagini, che per gli inquirenti sono riconducibili alla famiglia di Soumahoro e sarebbero “cartiere” per emettere fatture per operazioni inesistenti. E dall’altra i dipendenti che chiedono di essere pagati, perché avrebbero lavorato per almeno quattordici mesi senza guadagnare un euro, andando avanti ascoltando i pretesti di Mukamitsindo, la quale si giustificava di non poter pagare gli stipendi perché lo Stato era in ritardo con i rimborsi. E poi c”è la questione morale che, questa sì, coinvolge Aboubakar Soumahoro, non indagato per le presunte ruberie della famiglia della moglie ma “reo” di non essersi mai reso conto che i suoi parenti facevano affari d’oro proprio sulla pelle dei più disperati, di quelli che il deputato con gli stivali sporchi di fango giurava di proteggere. E che hanno gettato anche lui nel fango, perché i suoi ex soci della Lega dei Braccianti lo hanno infine accusato di aver fatto sparire i soldi di una raccolta fondi del sindacato.
di MIRIAM NIDO
Dove sono finiti i soldi? È questa la domanda alla quale stanno tentando di rispondere i militari della Guardia di Finanza di Latina, che indagano sulle coop della famiglia di Aboubakar Soumahoro. La vicenda, dopo il mistero dei mobili dei Casamonica custoditi nel garage della coop della suocera del deputato di sinistra, si arricchisce ora di un nuovo capitolo e apre un ulteriore giallo negli affari delle aziende di Maria Therese Mukamitsindo, l’imprenditrice ruandese indagata per truffa aggravata, frode fiscale, malversazione, false fatturazioni e reati fiscali riguardanti la gestione dei migranti e il fiume di contributi pubblici ricevuti dallo Stato. Il gip Giuseppe Molfese, nei giorni scorsi, aveva ordinato il sequestro cautelare preventivo di 640mila euro dalle casse della Karibu, una delle società implicate insieme al Consorzio Aid nell’inchiesta e sulla quale, negli ultimi anni, sono transitati quasi 65 milioni di euro da appalti del Ministero dell’Interno, delle Pari Opportunità, della Regione Lazio e perfino del Comune di Roma, oltre ad affidamenti diretti dalle amministrazioni locali del territio pontino nel quale le aziende operano da oltre un decennio. La misura preventiva era stata decisa sulla base della stima elaborata dallo studio della documentazione fiscale relativa alla coop. Quei soldi, però, ora non ci sono più nelle casse della Karibu. Il denaro sarebbe del tutto sparito, e quindi i finanzieri non sono stati in grado di dare esecuzione alla misura cautelare emessa dal giudice per le indagini preliminari di Latina. I militari delle Fiamme Gialle, quando hanno effettuato l’accesso al conto della cooperativa sociale, si sono accorti che erano rimasti soltanto pochi spiccioli e dunque non sono stati in grado di poter sequestrare i 640mila euro. Stesso scenario sul rapporto bancario intestato a Maria Therese, anche quello a secco. Ora le indagini sono volte a capire chi e come possa aver sottratto quel denaro in così poco tempo. Agli investigatori non resta che seguire i soldi, alla ricerca di movimenti elettronici sospetti. Sotto le lente degli inquirenti, infatti, ci sono una serie di donazioni che la coop avrebbe inviato negli ultimi tempi su alcuni conti in Africa per sostenere alcune iniziative sociali, oltre ai bonifici inviati sui conti del figlio di Maria Therese, Michel Rukundo, che gestiva l’altra coop Consorzio Aid. Ulteriori verifiche vengono effettuate sui soldi trasferiti all’altro cognato di Soumahoro, Richard Mutangana, già segnalato all’Antiriciclaggio per operazioni di denaro sospette e per il resort di lusso in Ruanda, in cui l’uomo sarebbe coinvolto in quanto socio. Inoltre sono in corso approfondimenti su donazioni che gli indagati avrebbero fatto, sempre in Ruanda, perfino a società che nulla hanno a che fare con l’assistenza ai più sfortunati, ma che sarebbero state incassate da società che si occupano di safari. Insomma, aziende del turismo nelle quali potrebbero essere inseriti anche i familiari del deputato con gli stivali.
E intanto è scoppiata una sorta di faida nella famiglia di Soumahoro. Perché Liliane Murekatete, la compagna del parlamentare autosospesosi da Alleanza Verdi-Si, ha scelto una linea difensiva che, di fatto, diventa un’accusa verso la madre. Nell’interrogatorio in cui doveva rispondere del giro di false fatturazioni, Liliane non solo ha chiarito alcuni aspetti, portando con sé documenti medici che attestano come nel periodo sotto i riflettori fosse incinta e quindi materialmente non si interessava della gestione delle coop, ma avrebbe addirittura addossato tutte le responsabilità degli illeciti contestati a mamma Maria Therese. A supporto della sua tesi difensiva, insieme al suo avvocato Lorenzo Borrè, ha esibito una serie di screenshot di messaggi, risalenti al periodo “incriminato”, che dimostrerebbero come Murekatete non fosse nelle condizioni di avere un ruolo attivo nella cooperativa, anche se risultava nel consiglio di amministrazione fino all’ottobre scorso. E di fronte al “tradimento” della figlia, ora Mukamitsindo, che finora è rimasta in silenzio e non ha neppure risposto all’interrogatorio del gip, ha deciso di parlare, attraverso i suoi legali. “Una volta esaminate tutte le carte non esiteremo a dare tutte le delucidazioni a riprova dell’innocenza dei nostri clienti”, hanno detto gli avvocati Luca Marafioti e Fabio Pignataro, che difendono anche il figlio Michel Rukundo. “Entro 10 giorni possono essere presentate richieste di appello contro le misure interdittive e il sequestro. Ma ogni valutazione su questo sarà fatta dopo l’esame delle carte”, ha aggiunto Marafioti. Insomma, due strategie legali contrapposte, ognuna delle quali tesa a sottrarsi alle maglie di un’inchiesta in cui, ormai, c’è di tutto. Da un lato c’è il fiume di milioni di euro incassati per l’accoglienza dei rifugiati e dall’altro i migranti che denunciano di essere rimasti senza acqua né luce. E perfino di essere stati maltrattati. Ci sono da una parte le società satellite, sulle quali si concentrano le indagini, che per gli inquirenti sono riconducibili alla famiglia di Soumahoro e sarebbero “cartiere” per emettere fatture per operazioni inesistenti. E dall’altra i dipendenti che chiedono di essere pagati, perché avrebbero lavorato per almeno quattordici mesi senza guadagnare un euro, andando avanti ascoltando i pretesti di Mukamitsindo, la quale si giustificava di non poter pagare gli stipendi perché lo Stato era in ritardo con i rimborsi. E poi c”è la questione morale che, questa sì, coinvolge Aboubakar Soumahoro, non indagato per le presunte ruberie della famiglia della moglie ma “reo” di non essersi mai reso conto che i suoi parenti facevano affari d’oro proprio sulla pelle dei più disperati, di quelli che il deputato con gli stivali sporchi di fango giurava di proteggere. E che hanno gettato anche lui nel fango, perché i suoi ex soci della Lega dei Braccianti lo hanno infine accusato di aver fatto sparire i soldi di una raccolta fondi del sindacato.
Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli