L’eterno ritorno di Vincenzo il viceré

Nell’attuale romanzo d’appendice del Partito democratico, Vincenzo De Luca, inamovibile presidente della Regione Campania, svetta su ogni altra figura o figurante. Per talento individuale, ancorché politico, di più, territoriale.
Se proviamo a immaginare il Pd come un insieme di pubbliche figure, l’unica presenza che sembra sbalzarsi nel suo ideale altorilievo appare esattamente, unicamente lui, Vincenzo De Luca, primo console nelle terre impervie di Campania; viceré di se stesso.
Ogni altro leader, in fieri o aspirante tale, in sua presenza, subito sfuma nel mercante in fiera del Nazareno, assente alle parole necessarie per definire il presente e il futuro dell’offerta democratica.
De Luca svetta per teatrale autorevolezza, per grazia ricevuta, appunto, dal proprio talento singolare, irriproducibile magari fuori dal suo contesto antropologico di provenienza. Nato in Basilicata, Ruvo del Monte, luogo di poche anime, l’uomo ha poi trovato a Salerno, già capitale del Regno del Sud, l’iniziale dominio politico; sindaco, o, come si è detto, assai di più. De Luca lassù in effigie sui manifesti del tempo elettorale non ancora maggioritario. Gli è proprio, per indole, consentirsi ogni libertà di giudizio.
La Campania è il suo luogo, tuttavia improprio immaginarlo con gli alamari di Gioacchino Murat, più sontuosamente egli è blazer nero, camicia bianca, cravatta mai stridente, occhiali da infaticabile titolare di CAF individuale.
Nell’eloquio, mostra la stessa vivacità del principe di Bisanzio, Antonio de Curtis, campo bianco bandato di rosso, lo stemma della “sua” regione, a fargli da sfondo. De Luca appartiene a una forza politica che negli intenti programmatici dovrebbe muovere dalle aste della democrazia, ciononostante l’uomo sembra rispondere ur-narcisisticamente al proprio magistero personale. Ignoriamo quanto la Campania, dal tempo della mancata rivoluzione del 1799 che portò alla decapitazione del duca illuminista Gennaro Serra di Cassano, abbia trovato una propria redenzione, è tuttavia acclarato che il vicereame di De Luca sembra essere saldamente ancorato a un dato di rispetto e timore, come noterebbe Machiavelli nel “Principe”, presso le folle dell’elettorato. Se non dei “sudditi” ammirati.
De Luca, si noti ancora, giunge intatto al nostro tempo post-ideologico dall’avviamento del Partito comunista italiano, eppure egli dà sensazione d’essere fatto unicamente della propria sostanza. Se ancora proviamo a immaginarlo nella discussione sul destino futuro del Pd, nuovamente De Luca svetta per se stesso, quasi fosse fatto d’altra pasta; il lessico dei possibili contendenti sotto il tetto della direzione nazionale gli è estraneo. De Luca, lo ribadiamo, si concede alla propria prosa, talvolta extra-politica, nemica d’ogni protocollo, punteggiata, appunto, del medesimo sarcasmo che ha nutrito ora il menzionato Totò ora l’Eduardo di “Filumena Marturano”, se non addirittura la maschera di Peppino De Filippo; De Luca come un Pappagone che infine sovrasta ogni suo possibile “principale”.
De Luca mai sognerebbe di candidarsi alla segreteria del Partito democratico, egli è già, l’investitura se l’è concessa da sé, fino a trascendere l’idea stessa di appartenenza alla sinistra, De Luca, non vorrei ripetermi, è un monotipo politico, un pezzo unico.
Si sappia ancora, che “Don Vicienzo”, oltre a vantare la placca di commendatore di merito del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, è addirittura fante piumato onorario; recita il motto patrio: “Nulla resiste al bersagliere”.

Nell’attuale romanzo d’appendice del Partito democratico, Vincenzo De Luca, inamovibile presidente della Regione Campania, svetta su ogni altra figura o figurante. Per talento individuale, ancorché politico, di più, territoriale.
Se proviamo a immaginare il Pd come un insieme di pubbliche figure, l’unica presenza che sembra sbalzarsi nel suo ideale altorilievo appare esattamente, unicamente lui, Vincenzo De Luca, primo console nelle terre impervie di Campania; viceré di se stesso.
Ogni altro leader, in fieri o aspirante tale, in sua presenza, subito sfuma nel mercante in fiera del Nazareno, assente alle parole necessarie per definire il presente e il futuro dell’offerta democratica.
De Luca svetta per teatrale autorevolezza, per grazia ricevuta, appunto, dal proprio talento singolare, irriproducibile magari fuori dal suo contesto antropologico di provenienza. Nato in Basilicata, Ruvo del Monte, luogo di poche anime, l’uomo ha poi trovato a Salerno, già capitale del Regno del Sud, l’iniziale dominio politico; sindaco, o, come si è detto, assai di più. De Luca lassù in effigie sui manifesti del tempo elettorale non ancora maggioritario. Gli è proprio, per indole, consentirsi ogni libertà di giudizio.
La Campania è il suo luogo, tuttavia improprio immaginarlo con gli alamari di Gioacchino Murat, più sontuosamente egli è blazer nero, camicia bianca, cravatta mai stridente, occhiali da infaticabile titolare di CAF individuale.
Nell’eloquio, mostra la stessa vivacità del principe di Bisanzio, Antonio de Curtis, campo bianco bandato di rosso, lo stemma della “sua” regione, a fargli da sfondo. De Luca appartiene a una forza politica che negli intenti programmatici dovrebbe muovere dalle aste della democrazia, ciononostante l’uomo sembra rispondere ur-narcisisticamente al proprio magistero personale. Ignoriamo quanto la Campania, dal tempo della mancata rivoluzione del 1799 che portò alla decapitazione del duca illuminista Gennaro Serra di Cassano, abbia trovato una propria redenzione, è tuttavia acclarato che il vicereame di De Luca sembra essere saldamente ancorato a un dato di rispetto e timore, come noterebbe Machiavelli nel “Principe”, presso le folle dell’elettorato. Se non dei “sudditi” ammirati.
De Luca, si noti ancora, giunge intatto al nostro tempo post-ideologico dall’avviamento del Partito comunista italiano, eppure egli dà sensazione d’essere fatto unicamente della propria sostanza. Se ancora proviamo a immaginarlo nella discussione sul destino futuro del Pd, nuovamente De Luca svetta per se stesso, quasi fosse fatto d’altra pasta; il lessico dei possibili contendenti sotto il tetto della direzione nazionale gli è estraneo. De Luca, lo ribadiamo, si concede alla propria prosa, talvolta extra-politica, nemica d’ogni protocollo, punteggiata, appunto, del medesimo sarcasmo che ha nutrito ora il menzionato Totò ora l’Eduardo di “Filumena Marturano”, se non addirittura la maschera di Peppino De Filippo; De Luca come un Pappagone che infine sovrasta ogni suo possibile “principale”.
De Luca mai sognerebbe di candidarsi alla segreteria del Partito democratico, egli è già, l’investitura se l’è concessa da sé, fino a trascendere l’idea stessa di appartenenza alla sinistra, De Luca, non vorrei ripetermi, è un monotipo politico, un pezzo unico.
Si sappia ancora, che “Don Vicienzo”, oltre a vantare la placca di commendatore di merito del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, è addirittura fante piumato onorario; recita il motto patrio: “Nulla resiste al bersagliere”.

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