Letta apre a tutti, ma dice no a Renzi. #matteostaisereno

Il Pd tratta con Calenda, Sala e Di Maio: colpa della legge voto. Il leader Iv incassa la vendetta: “Per ora andremo da soli”

Enrico Letta non ha ascoltato la base dem – i sondaggi dicono che il 50% degli elettori del Pd vorrebbe che il partito corresse da solo – e ora è alle prese con il rompicapo delle alleanze. ”Siamo costretti a fare queste alleanze”, ammette il segretario alla direzione del Pd, “per battere la Meloni”. A conti fatti però non intende allearsi proprio con tutti: dopo aver confermato la chiusura nei confronti del M5S, ora dice no anche a Matteo Renzi, ponendo fine a una storia tormentata che andava avanti dal 2014. Il leader di Italia Viva dal canto suo – neanche a dirlo – gira la frittata e dice: “Preferiamo andare da soli”. E poi incalza quell’Enrico al quale aveva detto di stare sereno. “Il Pd è andato molto a zig zag in questi anni, una volta era per Conte, una volta era per Draghi, una volta era per il reddito di cittadinanza, una volta era per toglierlo. Noi siamo sempre andati per la nostra strada. Spero che il Pd si chiarisca finalmente le idee”. Così la replica al leader dem il quale ha proposto liste aperte ma solo con chi ha condiviso la strada del Pd. “No, non è vero” che la lotta è solo tra la lista di FdI e quella del Pd, rincara la dose Renzi, replicando ancora, indirettamente, al segretario dem. Insomma, Renzi sembra convinto: “Andare da soli al voto è la sfida più difficile e come tutte le sfide più difficili è quella che mi carica di più.

Durante la crisi di governo del 2021, quella che ha portato alla sostituzione di Conte con Draghi, eravamo soli, soli contro tutti. E tuttavia abbiamo fatto la scelta che tutti, nel corso dei mesi, hanno riconosciuto come lungimirante. Siamo abituati ad andare contro tutti”.

Sul fronte delle alleanze, invece, Letta ieri ha incontrato il sindaco di Milano Beppe Sala e Luigi Di Maio, leader del micropartito Insieme per il futuro. Il primo cittadino meneghino chiarisce che non si candida. “Sto solo cercando di dare una mano, è chiaro che Enrico Letta è il segretario di un partito che per me è un riferimento, non essendo il mio, e anche un amico da tanti anni, quindi più che altro volevo capire la situazione”. Tuttavia, chiarisce, “Io non sarò di questa partita, l’ho detto tante volte, ma da qui a disinteressarmi in un momento così delicato per il nostro Paese ce ne passa molto. Io non sarò parte diretta della creazione di nulla, però il mio interesse è capire cosa farà il mondo del centrosinistra e come affronterà questo momento delicato c’è, ci sono principi fondamentali che sono alla base del mio modo di vedere la politica e dei miei valori”. Per quanto riguarda invece il ministro degli Esteri, in settimana sarà presentato il suo progetto “aperto al civismo, che guarda ai territori”. Di certo al territorio dove stanno i voti di Di Maio.

Letta dal canto suo ieri alla direzione del Pd ha cercato di essere convincente con i dem più che perplessi dall’ammucchiata elettorale. “Il cuore del nostro progetto politico siamo noi e la nostra lista. Poi ci sono le alleanze che dobbiamo fare per forza per la legge elettorale”, precisa il segretario, che poi lancia a sua volta la sua candidatura a premier, ma senza la faccia tosta di Calenda. Anzi, con un giro di parole (letteralmente). “Farò di tutto per essere all’altezza del mandato che mi date, non abbiamo interlocutori semplicissimi, non sarà facile, la partita è costretta nei tempi e tutto avviene e in una situazione particolare. Se volete, assumo completamente il ruolo di front runner della nostra lista”. Al di là del ricorso alla parola inglese che purtroppo fa molto Renzi, ci chiediamo ma il front runner non è forse il candidato premier? Anche perché Letta non fa che ripetere che l’alternativa è Giorgia Meloni. “O noi o lei, non ci sarà un pareggio”, afferma convinto il segretario dem, intestandosi – da front runner, per carità – la sfida diretta. E la Meloni è ovviamente la candidata premier del centrodestra.

Sarà “il voto più importante di sempre”, conclude Letta, aggiungendo che bisogna “mettercela tutta”. In termini di ammucchiata, di sicuro.

Il Pd tratta con Calenda, Sala e Di Maio: colpa della legge voto. Il leader Iv incassa la vendetta: “Per ora andremo da soli”

Enrico Letta non ha ascoltato la base dem – i sondaggi dicono che il 50% degli elettori del Pd vorrebbe che il partito corresse da solo – e ora è alle prese con il rompicapo delle alleanze. ”Siamo costretti a fare queste alleanze”, ammette il segretario alla direzione del Pd, “per battere la Meloni”. A conti fatti però non intende allearsi proprio con tutti: dopo aver confermato la chiusura nei confronti del M5S, ora dice no anche a Matteo Renzi, ponendo fine a una storia tormentata che andava avanti dal 2014. Il leader di Italia Viva dal canto suo – neanche a dirlo – gira la frittata e dice: “Preferiamo andare da soli”. E poi incalza quell’Enrico al quale aveva detto di stare sereno. “Il Pd è andato molto a zig zag in questi anni, una volta era per Conte, una volta era per Draghi, una volta era per il reddito di cittadinanza, una volta era per toglierlo. Noi siamo sempre andati per la nostra strada. Spero che il Pd si chiarisca finalmente le idee”. Così la replica al leader dem il quale ha proposto liste aperte ma solo con chi ha condiviso la strada del Pd. “No, non è vero” che la lotta è solo tra la lista di FdI e quella del Pd, rincara la dose Renzi, replicando ancora, indirettamente, al segretario dem. Insomma, Renzi sembra convinto: “Andare da soli al voto è la sfida più difficile e come tutte le sfide più difficili è quella che mi carica di più.

Durante la crisi di governo del 2021, quella che ha portato alla sostituzione di Conte con Draghi, eravamo soli, soli contro tutti. E tuttavia abbiamo fatto la scelta che tutti, nel corso dei mesi, hanno riconosciuto come lungimirante. Siamo abituati ad andare contro tutti”.

Sul fronte delle alleanze, invece, Letta ieri ha incontrato il sindaco di Milano Beppe Sala e Luigi Di Maio, leader del micropartito Insieme per il futuro. Il primo cittadino meneghino chiarisce che non si candida. “Sto solo cercando di dare una mano, è chiaro che Enrico Letta è il segretario di un partito che per me è un riferimento, non essendo il mio, e anche un amico da tanti anni, quindi più che altro volevo capire la situazione”. Tuttavia, chiarisce, “Io non sarò di questa partita, l’ho detto tante volte, ma da qui a disinteressarmi in un momento così delicato per il nostro Paese ce ne passa molto. Io non sarò parte diretta della creazione di nulla, però il mio interesse è capire cosa farà il mondo del centrosinistra e come affronterà questo momento delicato c’è, ci sono principi fondamentali che sono alla base del mio modo di vedere la politica e dei miei valori”. Per quanto riguarda invece il ministro degli Esteri, in settimana sarà presentato il suo progetto “aperto al civismo, che guarda ai territori”. Di certo al territorio dove stanno i voti di Di Maio.

Letta dal canto suo ieri alla direzione del Pd ha cercato di essere convincente con i dem più che perplessi dall’ammucchiata elettorale. “Il cuore del nostro progetto politico siamo noi e la nostra lista. Poi ci sono le alleanze che dobbiamo fare per forza per la legge elettorale”, precisa il segretario, che poi lancia a sua volta la sua candidatura a premier, ma senza la faccia tosta di Calenda. Anzi, con un giro di parole (letteralmente). “Farò di tutto per essere all’altezza del mandato che mi date, non abbiamo interlocutori semplicissimi, non sarà facile, la partita è costretta nei tempi e tutto avviene e in una situazione particolare. Se volete, assumo completamente il ruolo di front runner della nostra lista”. Al di là del ricorso alla parola inglese che purtroppo fa molto Renzi, ci chiediamo ma il front runner non è forse il candidato premier? Anche perché Letta non fa che ripetere che l’alternativa è Giorgia Meloni. “O noi o lei, non ci sarà un pareggio”, afferma convinto il segretario dem, intestandosi – da front runner, per carità – la sfida diretta. E la Meloni è ovviamente la candidata premier del centrodestra.

Sarà “il voto più importante di sempre”, conclude Letta, aggiungendo che bisogna “mettercela tutta”. In termini di ammucchiata, di sicuro.

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