“Letta, il Pd sconfitto e la strage dei migliori Ora Renzi torni a casa”

“Non siamo stati in grado di dare agli elettori un valido motivo per votarci”. Andrea Marcucci, ex capogruppo al Senato del Pd, alla vigilia della direzione nazionale dei dem, non utilizza giri di parole.

A parte i mea culpa di facciata, sono state comprese le ragioni della sconfitta?
Mi pare che per il momento prevalga un’analisi autoassolutoria e comunque di facciata. Veniamo da due anni di strategia parlamentare inadeguata, e di una preparazione elettorale senza mai uno straccio di visione. Responsabilità certamente della segreteria nazionale e dei gruppi parlamentari.

Gli ex renziani, nella composizione delle liste, sono stati i più penalizzati. Dando più spazio a Base Riformista e meno alla sinistra, si sarebbe raggiunto un risultato diverso?
Non è questione di correnti, anche se si è scelto di dare una rappresentazione univoca del partito e i risultati si sono visti. Sono stato rimosso da capogruppo per la giusta questione della parità di genere, poi Letta facendo le liste si è dimenticato delle donne. Poi c’è il radicamento nei territori, ancora troppi sono stati i candidati catapultati da fuori. Nessun leader o quasi si è presentato in un collegio uninominale contendibile, questo la dice lunga sul risultato che si aspettavano al Nazareno. Tralascio la mia persona, ma in questo modo si sono mandati a schiantare parlamentari autorevoli come Ceccanti, Fiano, Romano, Bini, Morani, Bentivogli per assicurare ad altri, evidentemente più graditi, viaggi in prima classe.

Quali sono stati i principali errori di Letta?
La strategia parlamentare, per iniziare, totalmente sballata. Sono tra coloro, ad esempio, che consigliarono al segretario un approccio più concreto sul ddl Zan, ma Letta preferì andarsi a schiantare, con tanti saluti ai diritti. Poi c’è il capitolo alleanze: dopo il Quirinale, era pressoché scontato che Conte guardasse in una direzione diversa dalla nostra. Alternative? Piani B? Neanche l’ombra. Si è visto anche durante la trattativa con Calenda, che poteva chiudersi con il coinvolgimento di Renzi. Non si può fare politica seguendo il risentimento personale. Un errore da matita rossa.

L’alleanza con i 5 Stelle è ancora possibile?
Sento le parole di Conte e mi chiedo come sia possibile? Un modo c’è, farci dettare la linea dal M5S, come forse anche qualcuno dei nostri vorrebbe. La cosa sarebbe grave per il Paese, che comunque sia, ha bisogno di una forza politica riformista.

Diversi i candidati al congresso. C’è chi parla di Schlein, Bonaccini, De Micheli e via dicendo. Chi preferisce?
Un congresso nei tempi definiti, che non rimandi il tutto alle calende greche. È chiaro che prima interrompiamo questo declino e meglio è. La mia posizione è nota: condivido approccio e metodo indicato da Bonaccini. La sua capacità di governare è un buon viatico per il Pd. In Emilia Romagna, la maggioranza comprende anche i moderati del terzo polo e il presidente ha un buon rapporto con i 5 Stelle. Se perseguite con serietà, le alleanze si possono fare.

L’intesa con Fratoianni rappresenta la fine di una stagione al Nazareno. E’ possibile ancora la svolta al centro?
Il Pd o riesce a recuperare la strada del Lingotto o diventa palesemente un’altra cosa. Siamo la sintesi dei migliori riformismi della nostra storia, culture politiche che hanno senso solo se riescono a stare in equilibrio. Senza i riformisti, il Pd muore. Il problema comunque non è certo Fratoianni.

Mentre il Pd precipita, Renzi, ancora una volta, resuscita. E’ utopia pensare a un suo grande ritorno nella casa madre?
È un auspicio che faccio da anni e riguarda un po’ tutta la nostra famiglia, compresi Bersani, Calenda, Renzi. Vedo che Bersani rientra addirittura nel Pd, io mi auguro una forte collaborazione politica all’opposizione con il Terzo Polo. Riaprire le porte del dialogo con tutti, è una delle condizioni della ripartenza.

Qualcuno, intanto, parla di un nuovo protagonismo dei governatori del Sud. Saranno loro ad avviare la rivoluzione dem?
Ci sono i governatori del Nord e del Sud, gli amministratori, i sindaci. Il Pd deve recuperare anche la sua dimensione nazionale mantenendo quella tensione al cambiamento e all’innovazione, che negli ultimi anni si è un po’ persa.

Chat bloccate, gruppi chiusi e partito della Ztl. Come rendere il Pd forza di popolo e non una setta, come lo ha definito negli ultimi mesi più di qualcuno?
A distanza di oltre un decennio, abbiamo ancora una delle formule più moderne, quella del partito dei cittadini che partecipano al congresso. Non bisogna rinchiudersi in cortili protetti, ma tornare nel mare aperto, costruendo canali di interlocuzione diretta con le imprese, le categorie, gli interessi forti e diffusi degli italiani. Altro che élite e partito delle Ztl, io penso a un partito con i piedi saldamente ancorati in terra.

“Non siamo stati in grado di dare agli elettori un valido motivo per votarci”. Andrea Marcucci, ex capogruppo al Senato del Pd, alla vigilia della direzione nazionale dei dem, non utilizza giri di parole.

A parte i mea culpa di facciata, sono state comprese le ragioni della sconfitta?
Mi pare che per il momento prevalga un’analisi autoassolutoria e comunque di facciata. Veniamo da due anni di strategia parlamentare inadeguata, e di una preparazione elettorale senza mai uno straccio di visione. Responsabilità certamente della segreteria nazionale e dei gruppi parlamentari.

Gli ex renziani, nella composizione delle liste, sono stati i più penalizzati. Dando più spazio a Base Riformista e meno alla sinistra, si sarebbe raggiunto un risultato diverso?
Non è questione di correnti, anche se si è scelto di dare una rappresentazione univoca del partito e i risultati si sono visti. Sono stato rimosso da capogruppo per la giusta questione della parità di genere, poi Letta facendo le liste si è dimenticato delle donne. Poi c’è il radicamento nei territori, ancora troppi sono stati i candidati catapultati da fuori. Nessun leader o quasi si è presentato in un collegio uninominale contendibile, questo la dice lunga sul risultato che si aspettavano al Nazareno. Tralascio la mia persona, ma in questo modo si sono mandati a schiantare parlamentari autorevoli come Ceccanti, Fiano, Romano, Bini, Morani, Bentivogli per assicurare ad altri, evidentemente più graditi, viaggi in prima classe.

Quali sono stati i principali errori di Letta?
La strategia parlamentare, per iniziare, totalmente sballata. Sono tra coloro, ad esempio, che consigliarono al segretario un approccio più concreto sul ddl Zan, ma Letta preferì andarsi a schiantare, con tanti saluti ai diritti. Poi c’è il capitolo alleanze: dopo il Quirinale, era pressoché scontato che Conte guardasse in una direzione diversa dalla nostra. Alternative? Piani B? Neanche l’ombra. Si è visto anche durante la trattativa con Calenda, che poteva chiudersi con il coinvolgimento di Renzi. Non si può fare politica seguendo il risentimento personale. Un errore da matita rossa.

L’alleanza con i 5 Stelle è ancora possibile?
Sento le parole di Conte e mi chiedo come sia possibile? Un modo c’è, farci dettare la linea dal M5S, come forse anche qualcuno dei nostri vorrebbe. La cosa sarebbe grave per il Paese, che comunque sia, ha bisogno di una forza politica riformista.

Diversi i candidati al congresso. C’è chi parla di Schlein, Bonaccini, De Micheli e via dicendo. Chi preferisce?
Un congresso nei tempi definiti, che non rimandi il tutto alle calende greche. È chiaro che prima interrompiamo questo declino e meglio è. La mia posizione è nota: condivido approccio e metodo indicato da Bonaccini. La sua capacità di governare è un buon viatico per il Pd. In Emilia Romagna, la maggioranza comprende anche i moderati del terzo polo e il presidente ha un buon rapporto con i 5 Stelle. Se perseguite con serietà, le alleanze si possono fare.

L’intesa con Fratoianni rappresenta la fine di una stagione al Nazareno. E’ possibile ancora la svolta al centro?
Il Pd o riesce a recuperare la strada del Lingotto o diventa palesemente un’altra cosa. Siamo la sintesi dei migliori riformismi della nostra storia, culture politiche che hanno senso solo se riescono a stare in equilibrio. Senza i riformisti, il Pd muore. Il problema comunque non è certo Fratoianni.

Mentre il Pd precipita, Renzi, ancora una volta, resuscita. E’ utopia pensare a un suo grande ritorno nella casa madre?
È un auspicio che faccio da anni e riguarda un po’ tutta la nostra famiglia, compresi Bersani, Calenda, Renzi. Vedo che Bersani rientra addirittura nel Pd, io mi auguro una forte collaborazione politica all’opposizione con il Terzo Polo. Riaprire le porte del dialogo con tutti, è una delle condizioni della ripartenza.

Qualcuno, intanto, parla di un nuovo protagonismo dei governatori del Sud. Saranno loro ad avviare la rivoluzione dem?
Ci sono i governatori del Nord e del Sud, gli amministratori, i sindaci. Il Pd deve recuperare anche la sua dimensione nazionale mantenendo quella tensione al cambiamento e all’innovazione, che negli ultimi anni si è un po’ persa.

Chat bloccate, gruppi chiusi e partito della Ztl. Come rendere il Pd forza di popolo e non una setta, come lo ha definito negli ultimi mesi più di qualcuno?
A distanza di oltre un decennio, abbiamo ancora una delle formule più moderne, quella del partito dei cittadini che partecipano al congresso. Non bisogna rinchiudersi in cortili protetti, ma tornare nel mare aperto, costruendo canali di interlocuzione diretta con le imprese, le categorie, gli interessi forti e diffusi degli italiani. Altro che élite e partito delle Ztl, io penso a un partito con i piedi saldamente ancorati in terra.

Previous articleLa stella rampante
Next articleIncubo atomico
Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli