Letta vs Conte. Incubo sorpasso al rush finale

Lo davano per morto, invece come Lazzaro si è alzato e ha addirittura corso così veloce che potrebbe tagliare il traguardo davanti al Pd. È il paradigma Giuseppe Conte, il leader dei pentastellati che è diventato la vera sorpresa di questa campagna elettorale al cardiopalma e che rappresenta il vero nemico di Enrico Letta. Perché è proprio ai dem che Giuseppi sta sottraendo una marea di voti, tanto che nelle chiacchiere da bar se 6 su 10 parlano di Giorgia Meloni, gli altri nominano soltanto Conte. Non c’è Matteo Renzi che tenga, figuriamoci Carlo Calenda, e non sta sereno neppure Letta.

L’ex premier della pandemia, con un colpo di coda da maestro, si è tolto la veste da presidente del Consiglio e ha saputo stringere mani, andare tra la gente come un segretario di partito qualunque, mettendoci la faccia con un messaggio chiaro: la difesa degli ultimi e dei deboli.

Così facendo ha preso il posto di Letta senza che il leader dei dem se ne accorgesse, quel posto che il Pd ha lasciato vacante da ormai troppo tempo, buttando a mare decenni di politica contro le discriminazioni censitarie e sociali.

Da una parte un progetto per la gente, con una comunicazione essenziale, fatta certamente di bonus e spot elettorali, ma efficace. I 5 Stelle hanno puntato tutto sul reddito di cittadinanza, che li ha fortificati maggiormente al Sud, ma anche sul Superbonus 100, grazie al quale Conte ha intercettato i costruttori dello Stivale. Il tutto comunicato con un piglio deciso di chi crede in una missione impossibile, visti i chiari di luna non proprio favorevoli dopo la scissione di Luigi di Maio, che portandosi via mezzo partito sembrava aver lasciato solo la polvere di Stelle a Conte. E invece è stato proprio quello il momento propizio per l’ex premier, perché lasciato libero e senza condizionamenti derivanti da guerricciole da cortile è riuscito a far fare al Movimento il salto di qualità, spingendosi dove il Pd non guarda più.
Un Pd ripiegato su stesso in un percorso vorticosamente in discesa, che si è completato nella disastrosa politica di Letta alla guida del Nazareno. La miope difesa del fortino, un linguaggio politichese allo stato puro, l’assenza totale dell’azione politica, la rincorsa alle poltrone rimaste: sono questi gli unici elementi che sopravvivono in casa Pd, dissanguata nel consenso da una guerra tra correnti che sta uccidendo il partito, ai minimi storici dalla sua nascita. E con in sottofondo la canzone di Bertold Brecht Un cavallo si lamenta. Dall’interno, infatti, non vedono l’ora che passi la tornata elettorale per andare al Congresso e far fuori, per sempre, Enrico Letta, venuto dalla Francia in Italia per combinare più danni lui di Carlo in Francia.

La comunicazione politica fuori dalla realtà del capo dei dem, concentrato sui pericolosi fascisti e inconscio del totale sfascismo nel partito, è stata la ciliegina sulla torta della disfatta e si concretizzerà con un sonoro schiaffo degli italiani alle urne, con il rischio ormai sempre più concreto del sorpasso del M5S. Una fine ingloriosa per i nipotini di Stalin, sicuramente disconosciuti da anni dal nonno e affetti da un disturbo della personalità multipla che ha fatto scappare migliaia di elettori, diretti a frotte verso l’agenda assistenzialista di Conte.

E allora qual è dunque la ragione sociale del Pd? Il ma-anchismo di Walter Veltroni? Il volemose bene di Piero Fassino? Il miglioriamo di Andrea Orlando? Il renzismo di Stefano Bonaccini? L’ulivismo di Romano Prodi? Il fu-fu di Massimo D’Alema? Il sinistrismo di Nicola Fratoianni? Il verdismo di Angelo Bonelli? O il franceschinismo dei mattarelliani? Troppe anime senza un’anima contro una, quella Conte, che ha saputo diventare il simulacro di un popolo rimasto senza identità. È così che Giuseppe Conte vince, perché infonde fiducia a chi ormai è del tutto ignorato da quella sinistra che parlava al popolo.

La verità è che il Pd non parla più a nessuno, se non a se stesso, e lo svuotamento dei contenuti è anche il segno della sua insussistenza. Il Partito democratico targato Letta non è un partito comunista, non è cattolico, né ecologista e operativista. Non è il partito degli insegnanti e neppure dei ricchi. È piuttosto un altare votivo, davanti al quale qualche fedele superstite si prostra credendo ancora di votare per gli eredi di Palmiro Togliatti, mentre in realtà sta supportando la prole di Carlo Donat-Cattin o di Giorgio La Pira.

Insomma, ciò che resta del partito è solo un equivoco politico destinato a sparire con il passare del tempo, quando il fumo negli occhi dei compagni più duri e puri si dissiperà al passare del vento. Intanto la prima folata arriverà a urne chiuse, già lunedì con i gelidi spifferi delle prime proiezioni. Resta la speranza di riuscire, se non altro, a salvare la faccia: perché è chiaro che la sinistra perderà contro la Meloni, ma non sia mai che i dem finiscano addirittura dietro Giuseppe Conte.

Lo davano per morto, invece come Lazzaro si è alzato e ha addirittura corso così veloce che potrebbe tagliare il traguardo davanti al Pd. È il paradigma Giuseppe Conte, il leader dei pentastellati che è diventato la vera sorpresa di questa campagna elettorale al cardiopalma e che rappresenta il vero nemico di Enrico Letta. Perché è proprio ai dem che Giuseppi sta sottraendo una marea di voti, tanto che nelle chiacchiere da bar se 6 su 10 parlano di Giorgia Meloni, gli altri nominano soltanto Conte. Non c’è Matteo Renzi che tenga, figuriamoci Carlo Calenda, e non sta sereno neppure Letta.

L’ex premier della pandemia, con un colpo di coda da maestro, si è tolto la veste da presidente del Consiglio e ha saputo stringere mani, andare tra la gente come un segretario di partito qualunque, mettendoci la faccia con un messaggio chiaro: la difesa degli ultimi e dei deboli.

Così facendo ha preso il posto di Letta senza che il leader dei dem se ne accorgesse, quel posto che il Pd ha lasciato vacante da ormai troppo tempo, buttando a mare decenni di politica contro le discriminazioni censitarie e sociali.

Da una parte un progetto per la gente, con una comunicazione essenziale, fatta certamente di bonus e spot elettorali, ma efficace. I 5 Stelle hanno puntato tutto sul reddito di cittadinanza, che li ha fortificati maggiormente al Sud, ma anche sul Superbonus 100, grazie al quale Conte ha intercettato i costruttori dello Stivale. Il tutto comunicato con un piglio deciso di chi crede in una missione impossibile, visti i chiari di luna non proprio favorevoli dopo la scissione di Luigi di Maio, che portandosi via mezzo partito sembrava aver lasciato solo la polvere di Stelle a Conte. E invece è stato proprio quello il momento propizio per l’ex premier, perché lasciato libero e senza condizionamenti derivanti da guerricciole da cortile è riuscito a far fare al Movimento il salto di qualità, spingendosi dove il Pd non guarda più.
Un Pd ripiegato su stesso in un percorso vorticosamente in discesa, che si è completato nella disastrosa politica di Letta alla guida del Nazareno. La miope difesa del fortino, un linguaggio politichese allo stato puro, l’assenza totale dell’azione politica, la rincorsa alle poltrone rimaste: sono questi gli unici elementi che sopravvivono in casa Pd, dissanguata nel consenso da una guerra tra correnti che sta uccidendo il partito, ai minimi storici dalla sua nascita. E con in sottofondo la canzone di Bertold Brecht Un cavallo si lamenta. Dall’interno, infatti, non vedono l’ora che passi la tornata elettorale per andare al Congresso e far fuori, per sempre, Enrico Letta, venuto dalla Francia in Italia per combinare più danni lui di Carlo in Francia.

La comunicazione politica fuori dalla realtà del capo dei dem, concentrato sui pericolosi fascisti e inconscio del totale sfascismo nel partito, è stata la ciliegina sulla torta della disfatta e si concretizzerà con un sonoro schiaffo degli italiani alle urne, con il rischio ormai sempre più concreto del sorpasso del M5S. Una fine ingloriosa per i nipotini di Stalin, sicuramente disconosciuti da anni dal nonno e affetti da un disturbo della personalità multipla che ha fatto scappare migliaia di elettori, diretti a frotte verso l’agenda assistenzialista di Conte.

E allora qual è dunque la ragione sociale del Pd? Il ma-anchismo di Walter Veltroni? Il volemose bene di Piero Fassino? Il miglioriamo di Andrea Orlando? Il renzismo di Stefano Bonaccini? L’ulivismo di Romano Prodi? Il fu-fu di Massimo D’Alema? Il sinistrismo di Nicola Fratoianni? Il verdismo di Angelo Bonelli? O il franceschinismo dei mattarelliani? Troppe anime senza un’anima contro una, quella Conte, che ha saputo diventare il simulacro di un popolo rimasto senza identità. È così che Giuseppe Conte vince, perché infonde fiducia a chi ormai è del tutto ignorato da quella sinistra che parlava al popolo.

La verità è che il Pd non parla più a nessuno, se non a se stesso, e lo svuotamento dei contenuti è anche il segno della sua insussistenza. Il Partito democratico targato Letta non è un partito comunista, non è cattolico, né ecologista e operativista. Non è il partito degli insegnanti e neppure dei ricchi. È piuttosto un altare votivo, davanti al quale qualche fedele superstite si prostra credendo ancora di votare per gli eredi di Palmiro Togliatti, mentre in realtà sta supportando la prole di Carlo Donat-Cattin o di Giorgio La Pira.

Insomma, ciò che resta del partito è solo un equivoco politico destinato a sparire con il passare del tempo, quando il fumo negli occhi dei compagni più duri e puri si dissiperà al passare del vento. Intanto la prima folata arriverà a urne chiuse, già lunedì con i gelidi spifferi delle prime proiezioni. Resta la speranza di riuscire, se non altro, a salvare la faccia: perché è chiaro che la sinistra perderà contro la Meloni, ma non sia mai che i dem finiscano addirittura dietro Giuseppe Conte.

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