L’EUROPA, L’OCCIDENTE, QUALE FUTURO?

La società occidentale attua il concetto di “qualità della vita”? Come incidono le logiche del mercato, della finanza, della politica, dei media sulla quotidianità? 

I casi Goldman Sachs, dei riders e Amazon e quello che potrà verificarsi dopo la pandemia sono  l’avvisaglia di una non remota nuova schiavitù dell’uomo? La tesi del filosofo Hans-Georg Gadamer

 

Hans-Georg Gadamer, filosofo ed ermeneuta di fama mondiale, in una sua lezione del 1988, contenuta nel libro: “La responsabilità del parlare”, V&P edizioni, sostiene che nel XXI secolo sarebbero stati i giovani a pagare più di tutti lo scotto di una società divenuta troppo arida di valori, piena di materialità e orientata all’utilitarismo. 

“La società odierna”, dice Gadamer, “ha tradito lentamente il concetto di qualità della vita, che si era data dopo il secondo conflitto mondiale. L’aumento degli standard di vita, infatti, non corrisponde a quello di un quotidiano fatto di rapporti d’autenticità e di mutualità tra le genti, di soddisfazioni, di arricchimenti interiori, di tangibili momenti di gioia, di speranza nel futuro, di conoscenza, di saperi per i cittadini”.

Non aveva torto Gadamer. A distanza di pochi anni abbiamo visto la società occidentale trasformarsi in una sorta di “condominio”, dove l’aridità dei rapporti è sempre più radicata, in cui prevalgono le logiche egoistiche, il tornaconto in ogni tipo di relazione, comprese quelle di sentimento. Dell’altro non interessa la storia, il valore umano, le sue qualità e potenzialità.

Certo, non per tutti è così, per fortuna, ma nella generalità dei casi a questo logorio del sentimento di umanità si assiste, con l’incapacità di trovar rimedi che nascano da una presa di coscienza dello stato in cui si versa, e poi, da una riflessione che possa porvi rimedio, coscienti che forse più di ogni altro problema, questo è quello più urgente da risolvere. 

Perché se l’uomo non torna ad aver rispetto di se stesso e del suo simile, se non capisce che la vita in comunità non può prescindere da regole etiche e da comportamenti a queste riferenti, se non si capacita che non la vita agiata, il possesso, le potenzialità di consumo, la rincorsa all’utile a tutti i costi, l’esercizio della libertà scevra da regole rappresentano la sua vera soddisfazione, e quindi il suo scopo, non riuscirà a venir fuori da una situazione di condizionamento indotta dalle logiche che appartengono al mercato, alla finanza, a una politica e ai media succubi di quelle, vedendosi costretto a comportarsi come un’entità senza più pensiero, senza identità, senza storia, senza cultura, senza più sogni, senza più sentimenti autentici. 

La conferma di tale lenta deriva umana arriva da una notizia pubblicata su alcuni importanti media qualche giorno fa, che racconta di una sorta di rivolta all’interno della prestigiosa banca d’affari americana, la Goldman Sachs, nella quale giovani neo laureati lì assunti lamentano di essere costretti a lavorare 90/100 ore alla settimana con periodi massimi di riposo notturno quotidiano di cinque ore, dichiarandosi invece disposti a lavorarne 80 di ore, che pure sono un’enormità. La società, interpellata sul fatto dalla stampa, non ha smentito e ha risposto che la situazione è dovuta alla grande mole di lavoro avuta in questi tempi.

Si capisce che siamo di fronte a una sorta di nuovo schiavismo. Con il “ricatto” insito nel prestigio della banca americana e nei gratificanti super stipendi e bonus pagati ai suoi dipendenti. Molti dei quali però, a causa del forte stress lavorativo e in preda a lunghe depressioni, sono stati costretti a ricorre con frequenza alle cure dello psicologo, e qualcuno ha trovato nel suicidio una soluzione alle sue sofferenze. E il fatto non è isolato. Le continue proteste di lavoratori sottoposti a turni massacranti senza le adeguate garanzie contrattuali come i riders o i dipendenti di colossi come Amazon o i risultati di quello che potrà accadere dopo la pandemia in ambito lavorativo-sociale con l’ampliarsi del lavoro da casa (smart working), che allontanerà le persone da attività di relazione, di socializzazione, di mutualità, di conoscenza, di osmosi di pensiero, di afflato creativo, non faranno che allontanare l’uomo da uno standard esistenziale coerente con il concetto di “qualità della vita” di cui parlava Gadamer. Ecco che allora torna la domanda: la società moderna, può dirsi civilmente evoluta? E la vita essere di qualità? I fatti, per ora, parlano da soli e con eloquenza. Si dirà che quello della Goldman Sachs è un caso eclatante, forse troppo estremo. Vero. Ma siamo sicuri che guardando in casa nostra la situazione sia differente, sia migliore, nella sostanza?

Siamo veramente convinti che si vive in un contesto in cui l’uomo possa dirsi contento del suo stare in comunità? Di trascorrere il quotidiano animato di entusiasmo, di soddisfazioni, di gioia, di voglia di mettersi in gioco, non solo per il suo bene, ma anche per quello altrui? Di poter dimostrare il proprio potenziale intellettuale e lavorativo sapendo che questo sarà giudicato sulla base del merito? Di esprimersi, di agire, di relazionarsi cosciente che troverà un interlocutore che abbia voglia e sappia ascoltarlo, comprenderlo, conoscerlo, sostenerlo, di condividere con lui un percorso di crescita? E siamo sicuri che nel suo giorno ci sia ancora posto per un sogno, per una speranza, per l’immagine di un futuro per sé e per chi dopo di lui verrà, di una società che aspiri, attraverso un’etica di responsabilità, ad avere una tensione costante al bene autentico di ogni persona della sua comunità?

La risposte non sono certo semplici. Ma porsi le domande è un atto dovuto per ogn, per ogni comunità, per ogni Stato e un primo importante passo per avviare quel processo di rinnovamento in grado d’invertire una china che, non da oggi, dà segnali fin troppo allarmanti. E il tempo comincia a essere tiranno.

 Romolo Paradiso

La società occidentale attua il concetto di “qualità della vita”? Come incidono le logiche del mercato, della finanza, della politica, dei media sulla quotidianità? 

I casi Goldman Sachs, dei riders e Amazon e quello che potrà verificarsi dopo la pandemia sono  l’avvisaglia di una non remota nuova schiavitù dell’uomo? La tesi del filosofo Hans-Georg Gadamer

 

Hans-Georg Gadamer, filosofo ed ermeneuta di fama mondiale, in una sua lezione del 1988, contenuta nel libro: “La responsabilità del parlare”, V&P edizioni, sostiene che nel XXI secolo sarebbero stati i giovani a pagare più di tutti lo scotto di una società divenuta troppo arida di valori, piena di materialità e orientata all’utilitarismo. 

“La società odierna”, dice Gadamer, “ha tradito lentamente il concetto di qualità della vita, che si era data dopo il secondo conflitto mondiale. L’aumento degli standard di vita, infatti, non corrisponde a quello di un quotidiano fatto di rapporti d’autenticità e di mutualità tra le genti, di soddisfazioni, di arricchimenti interiori, di tangibili momenti di gioia, di speranza nel futuro, di conoscenza, di saperi per i cittadini”.

Non aveva torto Gadamer. A distanza di pochi anni abbiamo visto la società occidentale trasformarsi in una sorta di “condominio”, dove l’aridità dei rapporti è sempre più radicata, in cui prevalgono le logiche egoistiche, il tornaconto in ogni tipo di relazione, comprese quelle di sentimento. Dell’altro non interessa la storia, il valore umano, le sue qualità e potenzialità.

Certo, non per tutti è così, per fortuna, ma nella generalità dei casi a questo logorio del sentimento di umanità si assiste, con l’incapacità di trovar rimedi che nascano da una presa di coscienza dello stato in cui si versa, e poi, da una riflessione che possa porvi rimedio, coscienti che forse più di ogni altro problema, questo è quello più urgente da risolvere. 

Perché se l’uomo non torna ad aver rispetto di se stesso e del suo simile, se non capisce che la vita in comunità non può prescindere da regole etiche e da comportamenti a queste riferenti, se non si capacita che non la vita agiata, il possesso, le potenzialità di consumo, la rincorsa all’utile a tutti i costi, l’esercizio della libertà scevra da regole rappresentano la sua vera soddisfazione, e quindi il suo scopo, non riuscirà a venir fuori da una situazione di condizionamento indotta dalle logiche che appartengono al mercato, alla finanza, a una politica e ai media succubi di quelle, vedendosi costretto a comportarsi come un’entità senza più pensiero, senza identità, senza storia, senza cultura, senza più sogni, senza più sentimenti autentici. 

La conferma di tale lenta deriva umana arriva da una notizia pubblicata su alcuni importanti media qualche giorno fa, che racconta di una sorta di rivolta all’interno della prestigiosa banca d’affari americana, la Goldman Sachs, nella quale giovani neo laureati lì assunti lamentano di essere costretti a lavorare 90/100 ore alla settimana con periodi massimi di riposo notturno quotidiano di cinque ore, dichiarandosi invece disposti a lavorarne 80 di ore, che pure sono un’enormità. La società, interpellata sul fatto dalla stampa, non ha smentito e ha risposto che la situazione è dovuta alla grande mole di lavoro avuta in questi tempi.

Si capisce che siamo di fronte a una sorta di nuovo schiavismo. Con il “ricatto” insito nel prestigio della banca americana e nei gratificanti super stipendi e bonus pagati ai suoi dipendenti. Molti dei quali però, a causa del forte stress lavorativo e in preda a lunghe depressioni, sono stati costretti a ricorre con frequenza alle cure dello psicologo, e qualcuno ha trovato nel suicidio una soluzione alle sue sofferenze. E il fatto non è isolato. Le continue proteste di lavoratori sottoposti a turni massacranti senza le adeguate garanzie contrattuali come i riders o i dipendenti di colossi come Amazon o i risultati di quello che potrà accadere dopo la pandemia in ambito lavorativo-sociale con l’ampliarsi del lavoro da casa (smart working), che allontanerà le persone da attività di relazione, di socializzazione, di mutualità, di conoscenza, di osmosi di pensiero, di afflato creativo, non faranno che allontanare l’uomo da uno standard esistenziale coerente con il concetto di “qualità della vita” di cui parlava Gadamer. Ecco che allora torna la domanda: la società moderna, può dirsi civilmente evoluta? E la vita essere di qualità? I fatti, per ora, parlano da soli e con eloquenza. Si dirà che quello della Goldman Sachs è un caso eclatante, forse troppo estremo. Vero. Ma siamo sicuri che guardando in casa nostra la situazione sia differente, sia migliore, nella sostanza?

Siamo veramente convinti che si vive in un contesto in cui l’uomo possa dirsi contento del suo stare in comunità? Di trascorrere il quotidiano animato di entusiasmo, di soddisfazioni, di gioia, di voglia di mettersi in gioco, non solo per il suo bene, ma anche per quello altrui? Di poter dimostrare il proprio potenziale intellettuale e lavorativo sapendo che questo sarà giudicato sulla base del merito? Di esprimersi, di agire, di relazionarsi cosciente che troverà un interlocutore che abbia voglia e sappia ascoltarlo, comprenderlo, conoscerlo, sostenerlo, di condividere con lui un percorso di crescita? E siamo sicuri che nel suo giorno ci sia ancora posto per un sogno, per una speranza, per l’immagine di un futuro per sé e per chi dopo di lui verrà, di una società che aspiri, attraverso un’etica di responsabilità, ad avere una tensione costante al bene autentico di ogni persona della sua comunità?

La risposte non sono certo semplici. Ma porsi le domande è un atto dovuto per ogn, per ogni comunità, per ogni Stato e un primo importante passo per avviare quel processo di rinnovamento in grado d’invertire una china che, non da oggi, dà segnali fin troppo allarmanti. E il tempo comincia a essere tiranno.

 Romolo Paradiso

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