L’ex Supermario fa il duro ma si prende una pernacchia

Toni inediti nell’intervento del premier: “O con me o contro di me”. Così la maggioranza si è sgretolata sotto i colpi dell’ex Mr. Bce.

“Questa mattina ho riproposto il patto. Ma siete voi parlamentari a decidere: non c’è nessuna richiesta di pieni poteri”. Così il premier Mario Draghi nella sua breve replica in Senato ha chiarito i passaggi chiave delle sue comunicazioni sulla crisi di governo. A tanti è sembrato però un tentativo in extremis per aggiustare il tiro dopo i toni da professore che non ammette dissenso delle sue comunicaizoni. Poi ha annunciato di aver messo la fiducia sulla risoluzione presentata dal senatore del Gruppo per le Autonomie Pierferdinando Casini. Mossa che ha fatto precipitare gli eventi, con il M5S e il centrodestra di governo (Lega, Forza Italia e centristi) che annunciano di non votare una risoluzione proposta da un eletto nelle file della sinistra. Peraltro a conti fatti la risoluzione su cui è scivolato Draghi non ha ottenuto in numero legale perché votata soltanto da Pd, sinistra e frattaglie di centrosinistra.

Il discorso di Draghi, con quel “Siete pronti?” ripetuto quattro volte che è suonato come un “Non siete pronti!”, rivolto con tono autoritario più che autorevole ai partiti della maggioranza, è stato bersagliato da numerose critiche. Scontate quelle dell’opposizione, molto più pesanti quelle arrivate dalla maggioranza. Il premier non ha risparmiato critiche ai 5 Stelle ma anche alla Lega. Il malcontento era palpabile, al netto del Pd, allineato e coperto rispetto fino all’ultimo. Ma tra le righe di quel discorso, oltre alle scadenze fissate per i provvedimenti, che davano il polso di un’agenda di governo fittissima e improrogabile, c’erano segnali molto chiari di un Draghi dai toni inediti, i prodromi di un governo e di una maggioranza sostanzialmente commissariati dall’ex Mr. Whatever It Takes. Il senso, palese, era: resto perché mi vogliono gli italiani. E rimarrò ancora e ancora perché me lo chiedono gli italiani.

Qui gli analisti si sono divisi nella lettura del diktat draghiano: “Se si va avanti, comando io e basta”. C’è chi ritiene che un discorso così duro, senza spazi di contrattazione – “O con me o contro di me” – sia stato frutto di un errore di valutazione. O forse di una sorta di momentaneo delirio di onnipotenza. Altri però – forse prendendo meglio la mira – hanno ipotizzato che Draghi abbia voluto mettere di fronte al suo aut aut la maggioranza, chiedendo ancora una volta la fiducia la più ampia possibile – perché “non si è mai presentato davanti agli elettori – per provocare la reazione dei partiti e far precipitare gli eventi. In sostanza, la sua reale intenzione forse era quella di confermare le dimissioni prendendo atto che la maggioranza fosse spaccata. C’è chi sostiene che Draghi più che la fiducia vuole, come è abituato d’altronde dall’alto della sua carriera ai massimi livelli, l’obbedienza. Si sentiva l’uomo della provvidenza più che “il nonno al servizio delle istituzioni”. Sbaglia chi pensa che sia un tecnico che non ha fatto i conti con la politica e il Parlamento. Così come sbaglia chi ritiene che sia stato malconsigliato dal Pd. È molto più probabile che Draghi, da politico quale è – perché gli anni alla Bce lo hanno forgiato come leader europeo – abbia creato le condizioni della fine del suo governo e indirizzato i passaggi che l’hanno poi determinata. Oppure è vero che ha sbagliato il tiro e rimediato una pernacchia parlamentare.

Toni inediti nell’intervento del premier: “O con me o contro di me”. Così la maggioranza si è sgretolata sotto i colpi dell’ex Mr. Bce.

“Questa mattina ho riproposto il patto. Ma siete voi parlamentari a decidere: non c’è nessuna richiesta di pieni poteri”. Così il premier Mario Draghi nella sua breve replica in Senato ha chiarito i passaggi chiave delle sue comunicazioni sulla crisi di governo. A tanti è sembrato però un tentativo in extremis per aggiustare il tiro dopo i toni da professore che non ammette dissenso delle sue comunicaizoni. Poi ha annunciato di aver messo la fiducia sulla risoluzione presentata dal senatore del Gruppo per le Autonomie Pierferdinando Casini. Mossa che ha fatto precipitare gli eventi, con il M5S e il centrodestra di governo (Lega, Forza Italia e centristi) che annunciano di non votare una risoluzione proposta da un eletto nelle file della sinistra. Peraltro a conti fatti la risoluzione su cui è scivolato Draghi non ha ottenuto in numero legale perché votata soltanto da Pd, sinistra e frattaglie di centrosinistra.

Il discorso di Draghi, con quel “Siete pronti?” ripetuto quattro volte che è suonato come un “Non siete pronti!”, rivolto con tono autoritario più che autorevole ai partiti della maggioranza, è stato bersagliato da numerose critiche. Scontate quelle dell’opposizione, molto più pesanti quelle arrivate dalla maggioranza. Il premier non ha risparmiato critiche ai 5 Stelle ma anche alla Lega. Il malcontento era palpabile, al netto del Pd, allineato e coperto rispetto fino all’ultimo. Ma tra le righe di quel discorso, oltre alle scadenze fissate per i provvedimenti, che davano il polso di un’agenda di governo fittissima e improrogabile, c’erano segnali molto chiari di un Draghi dai toni inediti, i prodromi di un governo e di una maggioranza sostanzialmente commissariati dall’ex Mr. Whatever It Takes. Il senso, palese, era: resto perché mi vogliono gli italiani. E rimarrò ancora e ancora perché me lo chiedono gli italiani.

Qui gli analisti si sono divisi nella lettura del diktat draghiano: “Se si va avanti, comando io e basta”. C’è chi ritiene che un discorso così duro, senza spazi di contrattazione – “O con me o contro di me” – sia stato frutto di un errore di valutazione. O forse di una sorta di momentaneo delirio di onnipotenza. Altri però – forse prendendo meglio la mira – hanno ipotizzato che Draghi abbia voluto mettere di fronte al suo aut aut la maggioranza, chiedendo ancora una volta la fiducia la più ampia possibile – perché “non si è mai presentato davanti agli elettori – per provocare la reazione dei partiti e far precipitare gli eventi. In sostanza, la sua reale intenzione forse era quella di confermare le dimissioni prendendo atto che la maggioranza fosse spaccata. C’è chi sostiene che Draghi più che la fiducia vuole, come è abituato d’altronde dall’alto della sua carriera ai massimi livelli, l’obbedienza. Si sentiva l’uomo della provvidenza più che “il nonno al servizio delle istituzioni”. Sbaglia chi pensa che sia un tecnico che non ha fatto i conti con la politica e il Parlamento. Così come sbaglia chi ritiene che sia stato malconsigliato dal Pd. È molto più probabile che Draghi, da politico quale è – perché gli anni alla Bce lo hanno forgiato come leader europeo – abbia creato le condizioni della fine del suo governo e indirizzato i passaggi che l’hanno poi determinata. Oppure è vero che ha sbagliato il tiro e rimediato una pernacchia parlamentare.

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