LIBERALMENTE CORRETTO

Siamo un popolo di sostituiti e sostituti. Milioni di sostituti si sostituiscono quotidianamente ai sostituiti, in assenza di qualsivoglia dichiarazione di volontà, consensuale o perfino unilaterale. Siffatta sostituzione automatica e forzosa sarebbe impensabile in un mondo ideale, fedele ai principi di libertà; nel nostro amato Paese avviene ordinariamente, in sordina. Stiamo parlando della regola del sostituto d’imposta, introdotta in Italia nel 1973, in virtù della quale un soggetto assume l’obbligazione fiscale che riguarda la capacità contributiva di un altro soggetto. Pochi Paesi hanno regole similari, ma comunque vigenti in ambito più ristretto e meno economicamente rilevante. Per esempio, in alcuni Paesi avviene la sostituzione, quando il reddito è percepito nel territorio dello Stato da un soggetto che risiede all’estero, in modo da evitare la procedura di recupero dell’imposta presso lo Stato estero. Ben diversamente l’Italia primeggia in illiberalità, per estensione e rilevanza economica della sostituzione coatta, essendone investita la generalità dei redditi da lavoro dipendente e avendo raggiunto il picco massimo mondiale il quantum della contribuzione obbligatoria. La ratio politica dell’artificio legislativo non è difficile da individuare: il trasferimento autoritario di responsabilità obbedisce alla logica della “lotta di classe”. Il paradigma ottocentesco che vuole i lavoratori dipendenti in guerra perpetua coi datori di lavoro, per contrapposizione di interessi economici e Weltanschauung antropologica, è stato abbandonato pressocché ovunque, mentre in Italia riscuote ancora immeritato successo. Basta pensare che solo in Italia sentiamo ancora parlare dell’arcaico “sciopero generale”, ignoto oggi alla restante parte dell’umanità, la quale vede nel sindacato una parte contrattuale e non può comprendere come mai tutti i contratti di lavoro per incanto siano interessati nello stesso istante dalla medesima vertenza. Ebbene il paradigma ottocentesco, di marxiana memoria, vuole i buoni da una parte e i cattivi dall’altra, sicché l’artificio della sostituzione consente di preservare l’immagine stereotipata del buon lavoratore sempre in regola col fisco e additare la “classe” degli imprenditori come particolarmente vocata a frodare il fisco. Questa suddivisione schematica e prefigurata non seduce punto gli autentici liberali, i quali, a partire da Marco Pannella fino ad Antonio Martino, hanno sempre avversato la figura del sostituto d’imposta. Ma, a ben vedere, nemmeno i seguaci della “fede” marxista sono molto convinti della “bontà”, asserita a priori, dei lavoratori dipendenti. Infatti l’argomento principe a sostegno della sostituzione coatta si fonda sulla certezza dell’entrata fiscale. Il dipendente, ancorché “buono” per definizione, è considerato un potenziale evasore, al punto che si preferisce togliergli il potere dispositivo sui suoi stessi redditi. Insomma lo Stato diffida di tutti gli italiani, ancorché lavoratori dipendenti, considerandoli potenziali evasori alla stessa stregua; ma, in nome di un pregiudizio ideologico, volge il suo sguardo benigno verso la “classe” dei lavoratori, ai quali concede un doppio “privilegio”: li rende immuni da qualsivoglia responsabilità giuridica e nasconde loro quanta parte del reddito viene assorbito dagli oneri fiscali e contributivi, così che la “tassa occulta” non turbi troppo la loro tranquillità. Fatichiamo a vedere il beneficio per le casse dello Stato, dissestate ante 1973 molto meno che post; non vediamo affatto il beneficio per la funzionalità complessiva del sistema previdenziale, posto che l’interesse al versamento contributivo del titolare sostituito è sicuramente superiore a quello del sostituto involontario; in compenso vediamo con chiarezza i guasti arrecati alla convivenza civile dalla violazione del principio basilare della responsabilità personale e dalla dilagante diffidenza di Stato, che riduce il cittadino a presunto “evasore”.
Siamo un popolo di sostituiti e sostituti. Milioni di sostituti si sostituiscono quotidianamente ai sostituiti, in assenza di qualsivoglia dichiarazione di volontà, consensuale o perfino unilaterale. Siffatta sostituzione automatica e forzosa sarebbe impensabile in un mondo ideale, fedele ai principi di libertà; nel nostro amato Paese avviene ordinariamente, in sordina. Stiamo parlando della regola del sostituto d’imposta, introdotta in Italia nel 1973, in virtù della quale un soggetto assume l’obbligazione fiscale che riguarda la capacità contributiva di un altro soggetto. Pochi Paesi hanno regole similari, ma comunque vigenti in ambito più ristretto e meno economicamente rilevante. Per esempio, in alcuni Paesi avviene la sostituzione, quando il reddito è percepito nel territorio dello Stato da un soggetto che risiede all’estero, in modo da evitare la procedura di recupero dell’imposta presso lo Stato estero. Ben diversamente l’Italia primeggia in illiberalità, per estensione e rilevanza economica della sostituzione coatta, essendone investita la generalità dei redditi da lavoro dipendente e avendo raggiunto il picco massimo mondiale il quantum della contribuzione obbligatoria. La ratio politica dell’artificio legislativo non è difficile da individuare: il trasferimento autoritario di responsabilità obbedisce alla logica della “lotta di classe”. Il paradigma ottocentesco che vuole i lavoratori dipendenti in guerra perpetua coi datori di lavoro, per contrapposizione di interessi economici e Weltanschauung antropologica, è stato abbandonato pressocché ovunque, mentre in Italia riscuote ancora immeritato successo. Basta pensare che solo in Italia sentiamo ancora parlare dell’arcaico “sciopero generale”, ignoto oggi alla restante parte dell’umanità, la quale vede nel sindacato una parte contrattuale e non può comprendere come mai tutti i contratti di lavoro per incanto siano interessati nello stesso istante dalla medesima vertenza. Ebbene il paradigma ottocentesco, di marxiana memoria, vuole i buoni da una parte e i cattivi dall’altra, sicché l’artificio della sostituzione consente di preservare l’immagine stereotipata del buon lavoratore sempre in regola col fisco e additare la “classe” degli imprenditori come particolarmente vocata a frodare il fisco. Questa suddivisione schematica e prefigurata non seduce punto gli autentici liberali, i quali, a partire da Marco Pannella fino ad Antonio Martino, hanno sempre avversato la figura del sostituto d’imposta. Ma, a ben vedere, nemmeno i seguaci della “fede” marxista sono molto convinti della “bontà”, asserita a priori, dei lavoratori dipendenti. Infatti l’argomento principe a sostegno della sostituzione coatta si fonda sulla certezza dell’entrata fiscale. Il dipendente, ancorché “buono” per definizione, è considerato un potenziale evasore, al punto che si preferisce togliergli il potere dispositivo sui suoi stessi redditi. Insomma lo Stato diffida di tutti gli italiani, ancorché lavoratori dipendenti, considerandoli potenziali evasori alla stessa stregua; ma, in nome di un pregiudizio ideologico, volge il suo sguardo benigno verso la “classe” dei lavoratori, ai quali concede un doppio “privilegio”: li rende immuni da qualsivoglia responsabilità giuridica e nasconde loro quanta parte del reddito viene assorbito dagli oneri fiscali e contributivi, così che la “tassa occulta” non turbi troppo la loro tranquillità. Fatichiamo a vedere il beneficio per le casse dello Stato, dissestate ante 1973 molto meno che post; non vediamo affatto il beneficio per la funzionalità complessiva del sistema previdenziale, posto che l’interesse al versamento contributivo del titolare sostituito è sicuramente superiore a quello del sostituto involontario; in compenso vediamo con chiarezza i guasti arrecati alla convivenza civile dalla violazione del principio basilare della responsabilità personale e dalla dilagante diffidenza di Stato, che riduce il cittadino a presunto “evasore”.
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