Liberalmente Corretto

di Michele Gelardi

La Babele legislativa gravante sugli italiani, costretti a informarsi giorno per giorno, anzi ad horas, sulle ultime novità vigenti nel bel Paese e, per quanto volenterosi, comunque tormentati dal dubbio se debba applicarsi al caso concreto il comma X o quello Y, non è una disgrazia fortuita e inevitabile. Il primato di circa 200.000 atti legislativi ha un’ascendenza culturale e politica ben precisa, ascrivibile alla summa ideologica di tutti i possibili “socialismi”, fra i quali si ricomprende la variante nazionalista denominata fascismo. La legislazione compulsiva nasce dall’idea che lo Stato debba intervenire in ogni ambito della vita associata per realizzare la “giustizia sociale” e magari anche quella etica, giusto per completare l’opera. In questa logica, nessun limite si frappone all’invadenza dello Stato, che può riscrivere a suo piacimento le regole sociali consolidate, dare un significato diverso alle parole e inventare nuovi vocaboli. Anzi, la “neo lingua” di Stato è uno dei sintomi più significativi della tendenza invasiva. Storicamente in Italia i governi si sono perdutamente innamorati della giustizia sociale e della missione etica, più che altrove. Basta pensare che il governo fascista sentì il bisogno di imporre agli italiani l’uso del “voi”, al posto del meno virile “lei”; e avviò un nuovo conteggio degli anni, a partire non già dalla nascita di Cristo, bensì dall’inizio dell’era fascista. Del resto, molti anni prima, in Francia, i giacobini avevano preteso di cambiare il nome dei mesi, per significare l’avvento della nuova morale rivoluzionaria. Analogamente la sinistra italiana di oggi, in un sussulto neogiacobino, per non sfigurare innanzi ai giacobini di ieri, ci vuole imporre i vocaboli del “politicamente corretto”, violentando l’ordine spontaneo della semantica linguistica. E dietro i nuovi vocaboli, si fanno strada nuovi divieti e obblighi, con le sanzioni correlative; il tutto ovviamente infiocchettato in nuove disposizioni legislative, eticamente orientate. E poiché in Italia un governo dura mediamente un anno e il nuovo governo vuole dimostrarsi più “efficiente” del precedente, si capisce come mai il nostro specialissimo e inarrestabile dinamismo legislativo abbia pochi confronti a livello mondiale. E poiché la nuova legge in Italia non sostituisce la vecchia, ma le si affianca e la richiama, sortiscono inevitabilmente numeri da capogiro. L’altro flusso di alimentazione del mare magnum legislativo si forma sul versante della c.d. giustizia sociale, che rincorre l’utopia dell’uguaglianza sostanziale. Tutti i socialismi/collettivismi hanno in comune l’idea che l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge sia poca cosa, trascurabile in quanto pura “forma”, da sacrificare in nome di un’uguaglianza, più pregnante e significativa, la cui “sostanza” risiederebbe nella distribuzione della ricchezza secondo le esigenze di ciascuno. La strada per raggiungere codesta uguaglianza sostanziale è quella di rinnegare la norma generale, valida per tutti, giacché “non si possono fare parti uguali fra diseguali”. Si rende necessario pertanto avvantaggiare gli uni a scapito degli altri; togliere agli uni per dare agli altri; favorire e sfavorire; incentivare e disincentivare; ingerirsi nelle libere contrattazioni dei privati, a tutela del “contraente più debole”; programmare e dirigere. Ovviamente la norma non riesce a discernere l’eventuale e non improbabile prepotente concreto che si cela nella veste di “debole” astratto, sicché non avanza di un palmo la giustizia equitativa, mentre viene meno l’unica uguaglianza realizzabile su questa terra, cioè quella dei diritti e degli obblighi. La politica redistributiva, inseguendo il miraggio della c.d. giustizia sociale, è costretta a suddividere la comunità dei cives in categorie, sottocategorie e sottoclassi delle sottocategorie. Cresce la torre di Babele, mentre nuove disparità si aggiungono alle vecchie.

di Michele Gelardi

La Babele legislativa gravante sugli italiani, costretti a informarsi giorno per giorno, anzi ad horas, sulle ultime novità vigenti nel bel Paese e, per quanto volenterosi, comunque tormentati dal dubbio se debba applicarsi al caso concreto il comma X o quello Y, non è una disgrazia fortuita e inevitabile. Il primato di circa 200.000 atti legislativi ha un’ascendenza culturale e politica ben precisa, ascrivibile alla summa ideologica di tutti i possibili “socialismi”, fra i quali si ricomprende la variante nazionalista denominata fascismo. La legislazione compulsiva nasce dall’idea che lo Stato debba intervenire in ogni ambito della vita associata per realizzare la “giustizia sociale” e magari anche quella etica, giusto per completare l’opera. In questa logica, nessun limite si frappone all’invadenza dello Stato, che può riscrivere a suo piacimento le regole sociali consolidate, dare un significato diverso alle parole e inventare nuovi vocaboli. Anzi, la “neo lingua” di Stato è uno dei sintomi più significativi della tendenza invasiva. Storicamente in Italia i governi si sono perdutamente innamorati della giustizia sociale e della missione etica, più che altrove. Basta pensare che il governo fascista sentì il bisogno di imporre agli italiani l’uso del “voi”, al posto del meno virile “lei”; e avviò un nuovo conteggio degli anni, a partire non già dalla nascita di Cristo, bensì dall’inizio dell’era fascista. Del resto, molti anni prima, in Francia, i giacobini avevano preteso di cambiare il nome dei mesi, per significare l’avvento della nuova morale rivoluzionaria. Analogamente la sinistra italiana di oggi, in un sussulto neogiacobino, per non sfigurare innanzi ai giacobini di ieri, ci vuole imporre i vocaboli del “politicamente corretto”, violentando l’ordine spontaneo della semantica linguistica. E dietro i nuovi vocaboli, si fanno strada nuovi divieti e obblighi, con le sanzioni correlative; il tutto ovviamente infiocchettato in nuove disposizioni legislative, eticamente orientate. E poiché in Italia un governo dura mediamente un anno e il nuovo governo vuole dimostrarsi più “efficiente” del precedente, si capisce come mai il nostro specialissimo e inarrestabile dinamismo legislativo abbia pochi confronti a livello mondiale. E poiché la nuova legge in Italia non sostituisce la vecchia, ma le si affianca e la richiama, sortiscono inevitabilmente numeri da capogiro. L’altro flusso di alimentazione del mare magnum legislativo si forma sul versante della c.d. giustizia sociale, che rincorre l’utopia dell’uguaglianza sostanziale. Tutti i socialismi/collettivismi hanno in comune l’idea che l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge sia poca cosa, trascurabile in quanto pura “forma”, da sacrificare in nome di un’uguaglianza, più pregnante e significativa, la cui “sostanza” risiederebbe nella distribuzione della ricchezza secondo le esigenze di ciascuno. La strada per raggiungere codesta uguaglianza sostanziale è quella di rinnegare la norma generale, valida per tutti, giacché “non si possono fare parti uguali fra diseguali”. Si rende necessario pertanto avvantaggiare gli uni a scapito degli altri; togliere agli uni per dare agli altri; favorire e sfavorire; incentivare e disincentivare; ingerirsi nelle libere contrattazioni dei privati, a tutela del “contraente più debole”; programmare e dirigere. Ovviamente la norma non riesce a discernere l’eventuale e non improbabile prepotente concreto che si cela nella veste di “debole” astratto, sicché non avanza di un palmo la giustizia equitativa, mentre viene meno l’unica uguaglianza realizzabile su questa terra, cioè quella dei diritti e degli obblighi. La politica redistributiva, inseguendo il miraggio della c.d. giustizia sociale, è costretta a suddividere la comunità dei cives in categorie, sottocategorie e sottoclassi delle sottocategorie. Cresce la torre di Babele, mentre nuove disparità si aggiungono alle vecchie.
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