Economia

Oggi è il giorno della liberazione fiscale

di Giovanni Vasso -

Una veduta esterna della sede centrale dell'Agenzia delle entrate-Riscossione, Roma, 28 aprile 2022. ANSA/ UFFICIO STAMPA ++HO - NO SALES EDITORIAL USE ONLY++


Da oggi, finalmente, finiamo di lavorare per lo Stato e iniziamo a farlo per noi: si “festeggia” il giorno della liberazione fiscale. Più che una data da ricordare, più che un traguardo per quanto simbolico, si tratta di un’unità di misura della pressione fiscale di un Paese che tartassa, più degli altri in Europa, i suoi cittadini. È questione di numeri, di cifre che incidono sulle nostre tasche. Il peso medio delle tasse nell’area Ue a 27 Paesi è stimato in circa il 40,3% del prodotto interno lordo. In Italia, se ne va in tasse, balzelli, imposte il 42,5 per cento del Pil. In pratica, più di due punti (2,2 per la precisione), soldi che fanno la differenza. Eccome.  

Qualche buona notizia, però, ci sta. Quest’anno, come ha riferito la Cgia di Mestre, il termine scade un giorno prima dell’anno passato. Calendario alla mano, si tratta di due giorni dal momento che quest’anno è stato bisestile. In termini statistici, o economici, vuol dire che il torchio dell’Erario ha allentato, un pochino, la sua morsa. La pressione fiscale è destinata quest’anno a scendere dello 0,4%. Meglio di niente, ma non basta. Comunque sia, da oggi in poi tutto ciò che guadagneremo sarà “nostro”. Ma c’è ben poco da esultare. Abbiamo dovuto lavorare per 154 giorni di fila, poco più di cinque mesi per intero, fine settimana compresi, per saldare tasse, contributi, imposte e tributi vari ed eventuali. Grazie a cui lo Stato incasserà quest’anno, secondo le stime della Cgia, una cifra impressionante pari a 909,7 miliardi di euro. Soldi che, intendiamoci, sono utili a garantire almeno le basi dello stato sociale, tra scuola, sanità e trasporti. Ma che, comunque, continuano a rappresentare un esborso fin troppo esoso per la nazione. Solo la Francia, il Belgio, la Danimarca e l’Austria esigono di più dai loro cittadini. Spiegano da Mestre che questi Paesi “Se a Parigi la pressione fiscale era al 45,8 per cento del Pil, a Bruxelles si è attestata al 45,3 per cento, a Copenaghen al 44,5 per cento e a Vienna al 42,9 per cento.  Da noi, invece ha toccato la soglia del 42,5 per cento. Tra i 27 dell’Ue, l’Italia si è piazzata al quinto posto”. Facciamo meglio (o peggio, forse sarebbe più opportuno dire) della Germania che si piazza “al decimo posto con una pressione fiscale del del 40,6 per cento e la Spagna al tredicesimo con il 37,8 per cento”. Liberazione fiscale, sì. Sul serio.


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