L’inflazione svuota la tavola e il Natale sarà più povero

L’inflazione rallenta la sua corsa ma continua a mordere sulla carne viva del Paese. Che è costretto, sempre di più, a tirare la cinghia. Letteralmente. I dati relativi ai prezzi al consumo hanno restituito, a novembre, un incremento stimato, su base mensile, di mezzo punto percentuale. Mentre, su base annuale, il livello rimane uguale a quello stimato un mese fa, cioè in un aumento pari a poco meno del 12 per cento (per la precisione +11,8%). L’Istat ha diffuso ieri il report mensile sui prezzi e sull’inflazione. Lo scenario resta desolante. Anche, o forse soprattutto, perché quei numeri hanno un significato che si traduce, in maniera devastante, nella vita quotidiana delle famiglie italiane.
Come abbiamo imparato già da mesi, a trascinare l’inflazione è l’aumento dei beni energetici. Che però a novembre ha segnato il passo. O, meglio, non ha registrato ulteriori incrementi in progressione geometrica come quelli che ha verificato dall’inizio del conflitto tra Russia e Ucraina fino a oggi. L’inflazione resta altissima, ai livelli di quasi trentotto anni fa. Secondo l’Istat, infatti, occorre viaggiare indietro nel tempo fino al mese di marzo del lontanissimo 1984 per rintracciarne un aumento simile. A quell’epoca, infatti, gli indicatori stabilirono un incremento dell’11,9 per cento dei prezzi. Il carrello della spesa sale ancora e resta a livelli proibitivi. Qui il caro vita è nella misura del 13,3 per cento.
Resta alta l’inflazione ma la corsa sembra dare segnali di rallentamento. In Italia così come in tutta l’Eurozona. I dati Eurostat, infatti, riferiscono che su scala europea l’inflazione a novembre scende dal 10,6% di ottobre al 10% di novembre. Si tratta di un fatto che si avvera oltre ogni più rosea previsione che, nello specifico, era stata fissata a 0,2 punti percentuali. Nell’area Ue i prezzi sono schizzati verso l’alto a partire da quelli dell’energia (39,5% a novembre) seguita da cibo, alcol e tabacchi (+13,6% da +13,1%), beni industriali non energetici (+6,1%, stabile da ottobre) e servizi (+4,2% da +4,3%).
L’auspicio dell’Istat è che finisca presto la guerra. O, quantomeno, che la tensione geopolitica che ha innescato la battaglia delle forniture energetiche inizi a raffreddarsi. “Se nei prossimi mesi continuasse la discesa in corso dei prezzi all’ingrosso del gas e di altre materie prime, il fuoco dell’inflazione, che ha caratterizzato sin qui l’anno in corso, potrebbe iniziare a ritirarsi”, si legge nel report dell’istituto nazionale di statistica. Segnali positivi, in tal senso, sembrano arrivare dall’Eurozona.
Ma se qualche segnale positivo c’è o, quantomeno, si inizia a intravedere, l’Italia tira la cinghia. Le cifre, infatti, rappresentano una realtà quotidiana per le famiglie che ormai affrontano il carovita con affanno. Coldiretti ha confermato gli allarmi che va ripetendo ormai da mesi: l’inflazione sta svuotando, letteralmente, le tavole degli italiani. Poco meno di una famiglia su due (il 47%) e ben sei cittadini su dieci (il 60%) ha scelto di limitare le quantità di cibo acquistato proprio a causa dei rincari nel carrello della spesa.
Il 37% degli italiani ha deciso di risparmiare acquistando cibo di qualità peggiore e questa scelta è quella che è stata presa dal 46% delle famiglie a reddito basso. Il 31% degli italiani addirittura limita gli acquisti di cibo per l’infanzia. Le famiglie ormai hanno rinunciato ai dolci (44%), hanno limitato (e di molto) il consumo di salumi (38,7%) e di carne e pesce (rispettivamente 37 e 38 per cento). Il 16% non compra più frutta fresca, il 12% degli italiani rinuncia alla verdura. I rincari, più in generale, costeranno quest’anno quasi 4mila euro.
Insomma, l’ennesimo “gap”, quello del “food”, divide l’Italia in due. Tra chi può continuare a far la spesa come prima e chi, invece, deve tagliare o ripiegare su prodotti più a buon mercato.

L’inflazione rallenta la sua corsa ma continua a mordere sulla carne viva del Paese. Che è costretto, sempre di più, a tirare la cinghia. Letteralmente. I dati relativi ai prezzi al consumo hanno restituito, a novembre, un incremento stimato, su base mensile, di mezzo punto percentuale. Mentre, su base annuale, il livello rimane uguale a quello stimato un mese fa, cioè in un aumento pari a poco meno del 12 per cento (per la precisione +11,8%). L’Istat ha diffuso ieri il report mensile sui prezzi e sull’inflazione. Lo scenario resta desolante. Anche, o forse soprattutto, perché quei numeri hanno un significato che si traduce, in maniera devastante, nella vita quotidiana delle famiglie italiane.
Come abbiamo imparato già da mesi, a trascinare l’inflazione è l’aumento dei beni energetici. Che però a novembre ha segnato il passo. O, meglio, non ha registrato ulteriori incrementi in progressione geometrica come quelli che ha verificato dall’inizio del conflitto tra Russia e Ucraina fino a oggi. L’inflazione resta altissima, ai livelli di quasi trentotto anni fa. Secondo l’Istat, infatti, occorre viaggiare indietro nel tempo fino al mese di marzo del lontanissimo 1984 per rintracciarne un aumento simile. A quell’epoca, infatti, gli indicatori stabilirono un incremento dell’11,9 per cento dei prezzi. Il carrello della spesa sale ancora e resta a livelli proibitivi. Qui il caro vita è nella misura del 13,3 per cento.
Resta alta l’inflazione ma la corsa sembra dare segnali di rallentamento. In Italia così come in tutta l’Eurozona. I dati Eurostat, infatti, riferiscono che su scala europea l’inflazione a novembre scende dal 10,6% di ottobre al 10% di novembre. Si tratta di un fatto che si avvera oltre ogni più rosea previsione che, nello specifico, era stata fissata a 0,2 punti percentuali. Nell’area Ue i prezzi sono schizzati verso l’alto a partire da quelli dell’energia (39,5% a novembre) seguita da cibo, alcol e tabacchi (+13,6% da +13,1%), beni industriali non energetici (+6,1%, stabile da ottobre) e servizi (+4,2% da +4,3%).
L’auspicio dell’Istat è che finisca presto la guerra. O, quantomeno, che la tensione geopolitica che ha innescato la battaglia delle forniture energetiche inizi a raffreddarsi. “Se nei prossimi mesi continuasse la discesa in corso dei prezzi all’ingrosso del gas e di altre materie prime, il fuoco dell’inflazione, che ha caratterizzato sin qui l’anno in corso, potrebbe iniziare a ritirarsi”, si legge nel report dell’istituto nazionale di statistica. Segnali positivi, in tal senso, sembrano arrivare dall’Eurozona.
Ma se qualche segnale positivo c’è o, quantomeno, si inizia a intravedere, l’Italia tira la cinghia. Le cifre, infatti, rappresentano una realtà quotidiana per le famiglie che ormai affrontano il carovita con affanno. Coldiretti ha confermato gli allarmi che va ripetendo ormai da mesi: l’inflazione sta svuotando, letteralmente, le tavole degli italiani. Poco meno di una famiglia su due (il 47%) e ben sei cittadini su dieci (il 60%) ha scelto di limitare le quantità di cibo acquistato proprio a causa dei rincari nel carrello della spesa.
Il 37% degli italiani ha deciso di risparmiare acquistando cibo di qualità peggiore e questa scelta è quella che è stata presa dal 46% delle famiglie a reddito basso. Il 31% degli italiani addirittura limita gli acquisti di cibo per l’infanzia. Le famiglie ormai hanno rinunciato ai dolci (44%), hanno limitato (e di molto) il consumo di salumi (38,7%) e di carne e pesce (rispettivamente 37 e 38 per cento). Il 16% non compra più frutta fresca, il 12% degli italiani rinuncia alla verdura. I rincari, più in generale, costeranno quest’anno quasi 4mila euro.
Insomma, l’ennesimo “gap”, quello del “food”, divide l’Italia in due. Tra chi può continuare a far la spesa come prima e chi, invece, deve tagliare o ripiegare su prodotti più a buon mercato.

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