L’inizio della lotta armata al nazifascismo La guerriglia partigiana a Roma

Il movimento di opposizione armata al nazifascismo in Italia durante la seconda guerra mondiale –  considerato da alcuni storici come epilogo dell’intervento in armi degli antifascisti italiani nel 1936 nella guerra civile spagnola a difesa del governo repubblicano contro Franco al quale vennero largamente in aiuto con uomini e armi Mussolini e Hitler – trovò il momento di aggregazione  l’8 settembre 1943 con la traduzione delle istanze di libertà, espresse clandestinamente dai vari movimenti politici (democristiano, liberale, socialista, comunista),  in sentimento dilagante del popolo su tutto il territorio italiano. Fin dalle prime ore successive all’annuncio radiofonico del Maresciallo Badoglio, Capo del Governo insediato dopo la caduta di Mussolini, dell’avvenuta firma dell’armistizio con gli Alleati, senza peraltro aver elaborato un piano organico per la difesa della città con una conduzione coordinata delle operazioni in caso della prevedibile reazione dell’esercito tedesco presente sul territorio, alcuni reparti dell’Esercito che non vollero negare il giuramento prestato al Re – nonostante fossero stati lasciati senza ordini e direttive da Vittorio Emanuele III, dal governo e dai vertici delle forze armate che nella notte del 9 settembre si erano trasferiti a Brindisi – organizzarono tentativi di resistenza alle truppe germaniche in varie parti della città conclusi però tragicamente. Il 9 e 10 settembre a Porta San Paolo, nel quartiere Ostiense, la Divisione Granatieri di Sardegna, comandata dal generale Gioacchino Solinas, che il giorno prima aveva rifiutato di consegnare le armi ai tedeschi, i Carabinieri della legione territoriale di Roma, reparti dei Lancieri di Montebello, dello squadrone Genova Cavalleria e della divisione Sassari, insieme ad  alcune centinaia di civili accorsi in larga parte in modo spontaneo e non coordinato e a gruppi armati delle formazioni organizzate dai partiti antifascisti, tentarono una disperata difesa della città. Secondo alcune stime nella battaglia caddero 414 militari e 183 civili tra i quali l’azionista Raffaele Persichetti “simbolo di un intervento costretto alla testimonianza e all’olocausto individuale per rompere una cappa soffocante di immobilismo, sprovvedutezza e viltà”, decine di donne e persino una suora impegnata come infermiera in prima linea. Lo storico Davide Conti, consulente dell’Archivio Storico del Senato della Repubblica, della Procura di Bologna (inchiesta sulla strage del 2 agosto 1980), della Procura di Brescia (inchiesta sulla strage del 28 maggio 1974) e autore della ricerca sulla Guerra di Liberazione a Roma 1943-1944 che ha determinato il conferimento della Medaglia d’oro al Valor Militare alla città di Roma da parte del Presidente della Repubblica, nel libro “Guerriglia partigiana a Roma. Gap comunisti, Gap socialisti e Sac nella Capitale 1943-’44”, racconta la storia di uomini e donne, di vittime e carnefici, di delatori e collaborazionisti, di dilemmi e sfide che ha dovuto affrontare dall’8 settembre 1943 fino al 4 giugno 1944 quella parte di popolazione, che non ha voluto accettare l’avvenuta costituzione della Repubblica Sociale Italiana assoggettata di fatto alla volontà dell’esercito tedesco che aveva occupato la Capitale, inquadrando la resistenza romana nel contesto più ampio dell’opposizione armata al nazifascismo in Europa alla quale “esuli italiani” avevano partecipato fin dagli anni ’30 e che in Italia aveva operato clandestinamente per tutto il ventennio. Come in un diario, Davide Conti rivela nel libro gli eventi e i nomi dei protagonisti dei singoli episodi di “guerriglia urbana” attuati dalle formazioni partigiane espresse dai vari movimenti politici e da gruppi spontanei di diverse estrazioni politiche e sociali costituiti da uomini, donne, giovani, anziani, preti che avevano in comune la volontà di lottare personalmente, ognuno con i propri mezzi, per ottenere la democrazia, il rispetto della libertà individuale e l’uguaglianza: “Duecentosettantuno giorni di occupazione nazista, migliaia di caduti civili e militari, quasi quattromila partigiani inquadrati nelle organizzazioni armate di Pci, Psiup e PdA, centinaia di azioni di guerra e sabotaggio compiute quotidianamente”. In ognuna delle otto zone operative in cui era stata divisa la città dalle forze del Comitato di Liberazione Nazionale, costituito a Roma il 9 settembre 1943 su iniziativa dei partiti antifascisti per dare una direzione politica e militare unitaria alla Resistenza italiana (le SAC – Squadre di Azione Cittadina espresse da Giustizia e Libertà del Partito d’Azione; i Gap – Gruppi di Azione Patriottica del Partito Socialista di Unità Proletaria e i GAP – Gruppi di Azione Patriottica del Partito Comunista) “centinaia di azioni di guerriglia e sabotaggio vennero realizzate dai partigiani delle formazioni di Pci, PdA e Psiup lungo tutti i nove mesi di occupazione confliggendo apertamente contro l’ordine pubblico criminale dei nazisti gestito attraverso la pratica militare della ‘guerra ai civili’ fatta di rastrellamenti e deportazioni (carabinieri, ebrei, quartieri popolari), di stragi (Pietralata, Forte Bravetta, Fosse Ardeatine, La Storta) e di ‘camere  di tortura’ (Via Tasso e le Pensioni Oltremare e Jaccarino)”. Questa è stata la Resistenza a Roma: una guerriglia urbana organizzata dai reparti d’avanguardia delle forze antifasciste, i Gap e le Sac, e resa possibile dall’appoggio della popolazione civile. La ricostruzione documentale degli eventi che l’autore offre, svincolata dalla retorica celebrativa, restituisce non solo il contesto storico in cui nacque la guerriglia nella città ma soprattutto le sue contraddizioni, i suoi slanci, i suoi limiti e la sua necessità militare, politica e morale. I mesi di occupazione nazista sono ricostruiti da Conti con grande rigore attraverso documenti e osservazioni che assumono, oltre che valore storico, valore di testimonianza di verità alla quale non tutti hanno avuto finora la possibilità di accedere. Sono pagine di vita vissuta, narrata dai protagonisti, di grande interesse sia per chi ha vissuto nella giovinezza il dramma della guerra che ha visto gli italiani su fronti opposti senza avere una chiara visione, per l’intrico degli eventi che si sono succeduti, né una chiara conoscenza dei fatti, sia per chi, nato durante o dopo la guerra, ignora una drammatica e gloriosa pagina di storia recente che li riguarda. La Resistenza romana, sottolinea l’autore, ruppe, con la irregolarità propria della guerriglia urbana, “il monopolio della forza esercitato dalle truppe regolari tedesche e rappresentò il fattore politico-militare più importante ed incidente della storia contemporanea della città. Le otto zone in cui i tre partiti della sinistra del CLN divisero la capitale divennero campo di battaglia accidentato e pericoloso per nazisti e fascisti grazie alla solidarietà, al sostegno fattuale e all’appoggio ideale della popolazione civile (elemento indispensabile alla sopravvivenza di qualsiasi guerriglia) che permise ai partigiani di ricevere protezione e collaborazione in tutti i quartieri della città e di combattere un nemico molto più forte per numero, armamento e risorse”. L’ultimo caduto romano nella lotta contro il nazifascismo, il dodicenne Ugo Forno, cresciuto in una famiglia di antifascisti (il padre Enea collaborava con il Fronte militare clandestino di Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo), che la mattina del 5 giugno 1944, mentre la città festeggiava le truppe americane che entravano a Roma, affrontò armi in pugno, insieme ad alcuni suoi coetanei e a contadini di una vicina casa colonica, i guastatori tedeschi che cercavano di minare il Ponte ferroviario sull’Aniene per ritardare l’avanzata alleata sulla via Salaria. 

G.C.

 

Il movimento di opposizione armata al nazifascismo in Italia durante la seconda guerra mondiale –  considerato da alcuni storici come epilogo dell’intervento in armi degli antifascisti italiani nel 1936 nella guerra civile spagnola a difesa del governo repubblicano contro Franco al quale vennero largamente in aiuto con uomini e armi Mussolini e Hitler – trovò il momento di aggregazione  l’8 settembre 1943 con la traduzione delle istanze di libertà, espresse clandestinamente dai vari movimenti politici (democristiano, liberale, socialista, comunista),  in sentimento dilagante del popolo su tutto il territorio italiano. Fin dalle prime ore successive all’annuncio radiofonico del Maresciallo Badoglio, Capo del Governo insediato dopo la caduta di Mussolini, dell’avvenuta firma dell’armistizio con gli Alleati, senza peraltro aver elaborato un piano organico per la difesa della città con una conduzione coordinata delle operazioni in caso della prevedibile reazione dell’esercito tedesco presente sul territorio, alcuni reparti dell’Esercito che non vollero negare il giuramento prestato al Re – nonostante fossero stati lasciati senza ordini e direttive da Vittorio Emanuele III, dal governo e dai vertici delle forze armate che nella notte del 9 settembre si erano trasferiti a Brindisi – organizzarono tentativi di resistenza alle truppe germaniche in varie parti della città conclusi però tragicamente. Il 9 e 10 settembre a Porta San Paolo, nel quartiere Ostiense, la Divisione Granatieri di Sardegna, comandata dal generale Gioacchino Solinas, che il giorno prima aveva rifiutato di consegnare le armi ai tedeschi, i Carabinieri della legione territoriale di Roma, reparti dei Lancieri di Montebello, dello squadrone Genova Cavalleria e della divisione Sassari, insieme ad  alcune centinaia di civili accorsi in larga parte in modo spontaneo e non coordinato e a gruppi armati delle formazioni organizzate dai partiti antifascisti, tentarono una disperata difesa della città. Secondo alcune stime nella battaglia caddero 414 militari e 183 civili tra i quali l’azionista Raffaele Persichetti “simbolo di un intervento costretto alla testimonianza e all’olocausto individuale per rompere una cappa soffocante di immobilismo, sprovvedutezza e viltà”, decine di donne e persino una suora impegnata come infermiera in prima linea. Lo storico Davide Conti, consulente dell’Archivio Storico del Senato della Repubblica, della Procura di Bologna (inchiesta sulla strage del 2 agosto 1980), della Procura di Brescia (inchiesta sulla strage del 28 maggio 1974) e autore della ricerca sulla Guerra di Liberazione a Roma 1943-1944 che ha determinato il conferimento della Medaglia d’oro al Valor Militare alla città di Roma da parte del Presidente della Repubblica, nel libro “Guerriglia partigiana a Roma. Gap comunisti, Gap socialisti e Sac nella Capitale 1943-’44”, racconta la storia di uomini e donne, di vittime e carnefici, di delatori e collaborazionisti, di dilemmi e sfide che ha dovuto affrontare dall’8 settembre 1943 fino al 4 giugno 1944 quella parte di popolazione, che non ha voluto accettare l’avvenuta costituzione della Repubblica Sociale Italiana assoggettata di fatto alla volontà dell’esercito tedesco che aveva occupato la Capitale, inquadrando la resistenza romana nel contesto più ampio dell’opposizione armata al nazifascismo in Europa alla quale “esuli italiani” avevano partecipato fin dagli anni ’30 e che in Italia aveva operato clandestinamente per tutto il ventennio. Come in un diario, Davide Conti rivela nel libro gli eventi e i nomi dei protagonisti dei singoli episodi di “guerriglia urbana” attuati dalle formazioni partigiane espresse dai vari movimenti politici e da gruppi spontanei di diverse estrazioni politiche e sociali costituiti da uomini, donne, giovani, anziani, preti che avevano in comune la volontà di lottare personalmente, ognuno con i propri mezzi, per ottenere la democrazia, il rispetto della libertà individuale e l’uguaglianza: “Duecentosettantuno giorni di occupazione nazista, migliaia di caduti civili e militari, quasi quattromila partigiani inquadrati nelle organizzazioni armate di Pci, Psiup e PdA, centinaia di azioni di guerra e sabotaggio compiute quotidianamente”. In ognuna delle otto zone operative in cui era stata divisa la città dalle forze del Comitato di Liberazione Nazionale, costituito a Roma il 9 settembre 1943 su iniziativa dei partiti antifascisti per dare una direzione politica e militare unitaria alla Resistenza italiana (le SAC – Squadre di Azione Cittadina espresse da Giustizia e Libertà del Partito d’Azione; i Gap – Gruppi di Azione Patriottica del Partito Socialista di Unità Proletaria e i GAP – Gruppi di Azione Patriottica del Partito Comunista) “centinaia di azioni di guerriglia e sabotaggio vennero realizzate dai partigiani delle formazioni di Pci, PdA e Psiup lungo tutti i nove mesi di occupazione confliggendo apertamente contro l’ordine pubblico criminale dei nazisti gestito attraverso la pratica militare della ‘guerra ai civili’ fatta di rastrellamenti e deportazioni (carabinieri, ebrei, quartieri popolari), di stragi (Pietralata, Forte Bravetta, Fosse Ardeatine, La Storta) e di ‘camere  di tortura’ (Via Tasso e le Pensioni Oltremare e Jaccarino)”. Questa è stata la Resistenza a Roma: una guerriglia urbana organizzata dai reparti d’avanguardia delle forze antifasciste, i Gap e le Sac, e resa possibile dall’appoggio della popolazione civile. La ricostruzione documentale degli eventi che l’autore offre, svincolata dalla retorica celebrativa, restituisce non solo il contesto storico in cui nacque la guerriglia nella città ma soprattutto le sue contraddizioni, i suoi slanci, i suoi limiti e la sua necessità militare, politica e morale. I mesi di occupazione nazista sono ricostruiti da Conti con grande rigore attraverso documenti e osservazioni che assumono, oltre che valore storico, valore di testimonianza di verità alla quale non tutti hanno avuto finora la possibilità di accedere. Sono pagine di vita vissuta, narrata dai protagonisti, di grande interesse sia per chi ha vissuto nella giovinezza il dramma della guerra che ha visto gli italiani su fronti opposti senza avere una chiara visione, per l’intrico degli eventi che si sono succeduti, né una chiara conoscenza dei fatti, sia per chi, nato durante o dopo la guerra, ignora una drammatica e gloriosa pagina di storia recente che li riguarda. La Resistenza romana, sottolinea l’autore, ruppe, con la irregolarità propria della guerriglia urbana, “il monopolio della forza esercitato dalle truppe regolari tedesche e rappresentò il fattore politico-militare più importante ed incidente della storia contemporanea della città. Le otto zone in cui i tre partiti della sinistra del CLN divisero la capitale divennero campo di battaglia accidentato e pericoloso per nazisti e fascisti grazie alla solidarietà, al sostegno fattuale e all’appoggio ideale della popolazione civile (elemento indispensabile alla sopravvivenza di qualsiasi guerriglia) che permise ai partigiani di ricevere protezione e collaborazione in tutti i quartieri della città e di combattere un nemico molto più forte per numero, armamento e risorse”. L’ultimo caduto romano nella lotta contro il nazifascismo, il dodicenne Ugo Forno, cresciuto in una famiglia di antifascisti (il padre Enea collaborava con il Fronte militare clandestino di Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo), che la mattina del 5 giugno 1944, mentre la città festeggiava le truppe americane che entravano a Roma, affrontò armi in pugno, insieme ad alcuni suoi coetanei e a contadini di una vicina casa colonica, i guastatori tedeschi che cercavano di minare il Ponte ferroviario sull’Aniene per ritardare l’avanzata alleata sulla via Salaria. 

G.C.

 

Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli