L’ITALIA A PEZZI

 

La seconda ondata della pandemia ha trovato il Paese impreparato

 

Siamo nel bel mezzo della seconda ondata del coronavirus. Una ripresa della pandemia che era stata ampiamente prevista da medici e scienziati nei mesi scorsi ma la politica, non solo il governo, ha molto probabilmente sottovalutato gli allarmi perché, sia a livello nazionale che locale, non si è fatto molto per preparare in modo adeguato il Paese ad affrontare questa nuova fase della malattia. Certo, le responsabilità non sono tutte uguali. E’ soprattutto l’esecutivo giallorosso di Giuseppe Conte ad essere messo, a torto ed a ragione, sul banco degli imputati. E le accuse che vengono mosse alla maggioranza di governo non sono tutte campate in aria. Che le scuole riaprissero a settembre non era un mistero. Che queste potessero creare problemi sia per il trasporto pubblico sia per gli assembramenti al di fuori degli istituti scolastici era nella logica delle cose. E cosa è stato fatto per ridurre al massimo i rischi? I banchi singoli con le rotelle, in molti casi giunti anche in ritardo. Niente scaglionamento degli ingressi, nessun potenziamento delle corse dei mezzi pubblici (autobus, metropolitane, treni locali), quasi nessun controllo sul rispetto delle regole. Come per le scuole, si sapeva che dopo agosto, mese tradizionalmente legato alle ferie, sarebbe ripresa a pieno regime l’attività economica e che, soprattutto al Nord, i treni locali e le metropolitane sarebbero stati presi d’assalto da tanti pendolari per raggiungere i posti di lavoro. Le tv hanno mandato in onda molti filmati che fotografano una situazione incompatibile con il divieto di assembramenti. Viaggiatori come sardine ovunque. Ed il Sud non è stato risparmiato, in particolare Napoli. Cosa hanno fatto governo e regioni per evitare che i trasporti pubblici non si trasformassero in focolai dell’epidemia? Poco, molto poco. Non si è infatti potenziato né il parco mezzi né il personale addetto. Ci si obietterà: ci vogliono mesi per fare le gare di appalto ed i concorsi per l’assunzione. E’ vero, ma il governo già da fine gennaio scorso ha proclamato lo stato di emergenza, che è stato a più riprese, prorogato, che assegna all’esecutivo quasi pieni poteri. Possibile che si possano confinare a casa i cittadini e non si possa autorizzare, vista l’urgenza, l’acquisto di autobus e treni da parte delle regioni, degli enti locali e delle Ferrovie? E nel contempo provvedere anche all’assunzione del personale necessario? Particolarmente gravi sono stati poi i mancati provvedimenti in campo sanitario. Ci si è dilungati – e ancora si discute – sul prendere o meno i circa 36 miliardi del Mes da utilizzare nel settore, si è provveduto, se non del tutto almeno in gran parte, ad acquistare i macchinari necessari nei reparti di terapia intensiva dedicati ai ricoverati per Covid ma non si è pensato per tempo che per far funzionare questi apparecchi necessitano medici specializzati, anestesisti e infermieri e, quindi, era opportuno indire subito i concorsi per assumerli. E’ per questo, per questi ritardi, che l’unità del Paese di fronte alla pandemia è andata in frantumi ed in ogni città ci sono state – e ci saranno – manifestazioni e disordini contro le nuove misure imposte dal governo e dagli enti locali che limitano, più o meno fortemente, la libertà di movimento e di intrapresa. I cittadini, nella fattispecie soprattutto coloro che vedono danneggiata la loro attività, pur avendo presente che la salute è un bene da preservare, sembrano non accettare che questo nuovo “medioevo”, fatto di chiusure, di mascherine, di appelli a stare “tutti a casa”. Temono che, in attesa di un vaccino annunciato più volte ma che non sarà prevedibilmente disponibile in tempi brevi, la loro vita sia messa in forse non solo dalla pandemia, ma anche per la mancanza di adeguati sostegni economici e di carenze del sistema sanitario oramai giunto allo stremo (l’Ordine dei Medici è arrivato a chiedere un “lockdown totale” perché la situazione sembra essere sfuggita ad ogni controllo). L’Italia è a pezzi e non solo perché è divisa in zone “rossa, arancione e gialla” (con il rosso e l’arancione destinati a coprire maggiori aree del Paese), ma anche perché i cittadini – e a quanto pare anche i governanti – non sanno come uscire da questa immane tragedia che sembra travolgere tutte le linee di difesa adottate. E pensare che solo fino ad un mese fa, mentre il coronavirus cominciava a rimpossessarsi della Penisola, a Palazzo Chigi e dintorni, invece di studiare misure adeguate per affrontare la seconda ondata della pandemia, si discuteva e si progettava su come spendere la pioggia di miliardi del Recovery Fund (oltre 200 miliardi di euro) che pioveranno dall’Europa sull’Italia. Peccato che, a quanto pare, questa pioggia benefica non arriverà prima della seconda metà del prossimo anno, mentre il Covid 19 sta facendo disastri ora. E tanti di questi avrebbero potuto essere limitati, se non eliminati, se si fossero adottati a tempo debito provvedimenti adeguati a fronteggiare la diffusione del virus. Come dimenticare che fino a qualche mese fa, da settori della maggioranza di governo e dalla stampa amica dell’esecutivo, si dileggiava la giunta lombarda ed il suo presidente, Attilio Fontana, per aver allestito un ospedale Covid nella Fiera di Milano, oggi essenziale per ospitare malati che le strutture ospedaliere della Lombardia non riescono a ricoverare. Si era parlato di sperpero del denaro pubblico. Ed invece era solo preveggenza-

Giuseppe Leone

 

La seconda ondata della pandemia ha trovato il Paese impreparato

 

Siamo nel bel mezzo della seconda ondata del coronavirus. Una ripresa della pandemia che era stata ampiamente prevista da medici e scienziati nei mesi scorsi ma la politica, non solo il governo, ha molto probabilmente sottovalutato gli allarmi perché, sia a livello nazionale che locale, non si è fatto molto per preparare in modo adeguato il Paese ad affrontare questa nuova fase della malattia. Certo, le responsabilità non sono tutte uguali. E’ soprattutto l’esecutivo giallorosso di Giuseppe Conte ad essere messo, a torto ed a ragione, sul banco degli imputati. E le accuse che vengono mosse alla maggioranza di governo non sono tutte campate in aria. Che le scuole riaprissero a settembre non era un mistero. Che queste potessero creare problemi sia per il trasporto pubblico sia per gli assembramenti al di fuori degli istituti scolastici era nella logica delle cose. E cosa è stato fatto per ridurre al massimo i rischi? I banchi singoli con le rotelle, in molti casi giunti anche in ritardo. Niente scaglionamento degli ingressi, nessun potenziamento delle corse dei mezzi pubblici (autobus, metropolitane, treni locali), quasi nessun controllo sul rispetto delle regole. Come per le scuole, si sapeva che dopo agosto, mese tradizionalmente legato alle ferie, sarebbe ripresa a pieno regime l’attività economica e che, soprattutto al Nord, i treni locali e le metropolitane sarebbero stati presi d’assalto da tanti pendolari per raggiungere i posti di lavoro. Le tv hanno mandato in onda molti filmati che fotografano una situazione incompatibile con il divieto di assembramenti. Viaggiatori come sardine ovunque. Ed il Sud non è stato risparmiato, in particolare Napoli. Cosa hanno fatto governo e regioni per evitare che i trasporti pubblici non si trasformassero in focolai dell’epidemia? Poco, molto poco. Non si è infatti potenziato né il parco mezzi né il personale addetto. Ci si obietterà: ci vogliono mesi per fare le gare di appalto ed i concorsi per l’assunzione. E’ vero, ma il governo già da fine gennaio scorso ha proclamato lo stato di emergenza, che è stato a più riprese, prorogato, che assegna all’esecutivo quasi pieni poteri. Possibile che si possano confinare a casa i cittadini e non si possa autorizzare, vista l’urgenza, l’acquisto di autobus e treni da parte delle regioni, degli enti locali e delle Ferrovie? E nel contempo provvedere anche all’assunzione del personale necessario? Particolarmente gravi sono stati poi i mancati provvedimenti in campo sanitario. Ci si è dilungati – e ancora si discute – sul prendere o meno i circa 36 miliardi del Mes da utilizzare nel settore, si è provveduto, se non del tutto almeno in gran parte, ad acquistare i macchinari necessari nei reparti di terapia intensiva dedicati ai ricoverati per Covid ma non si è pensato per tempo che per far funzionare questi apparecchi necessitano medici specializzati, anestesisti e infermieri e, quindi, era opportuno indire subito i concorsi per assumerli. E’ per questo, per questi ritardi, che l’unità del Paese di fronte alla pandemia è andata in frantumi ed in ogni città ci sono state – e ci saranno – manifestazioni e disordini contro le nuove misure imposte dal governo e dagli enti locali che limitano, più o meno fortemente, la libertà di movimento e di intrapresa. I cittadini, nella fattispecie soprattutto coloro che vedono danneggiata la loro attività, pur avendo presente che la salute è un bene da preservare, sembrano non accettare che questo nuovo “medioevo”, fatto di chiusure, di mascherine, di appelli a stare “tutti a casa”. Temono che, in attesa di un vaccino annunciato più volte ma che non sarà prevedibilmente disponibile in tempi brevi, la loro vita sia messa in forse non solo dalla pandemia, ma anche per la mancanza di adeguati sostegni economici e di carenze del sistema sanitario oramai giunto allo stremo (l’Ordine dei Medici è arrivato a chiedere un “lockdown totale” perché la situazione sembra essere sfuggita ad ogni controllo). L’Italia è a pezzi e non solo perché è divisa in zone “rossa, arancione e gialla” (con il rosso e l’arancione destinati a coprire maggiori aree del Paese), ma anche perché i cittadini – e a quanto pare anche i governanti – non sanno come uscire da questa immane tragedia che sembra travolgere tutte le linee di difesa adottate. E pensare che solo fino ad un mese fa, mentre il coronavirus cominciava a rimpossessarsi della Penisola, a Palazzo Chigi e dintorni, invece di studiare misure adeguate per affrontare la seconda ondata della pandemia, si discuteva e si progettava su come spendere la pioggia di miliardi del Recovery Fund (oltre 200 miliardi di euro) che pioveranno dall’Europa sull’Italia. Peccato che, a quanto pare, questa pioggia benefica non arriverà prima della seconda metà del prossimo anno, mentre il Covid 19 sta facendo disastri ora. E tanti di questi avrebbero potuto essere limitati, se non eliminati, se si fossero adottati a tempo debito provvedimenti adeguati a fronteggiare la diffusione del virus. Come dimenticare che fino a qualche mese fa, da settori della maggioranza di governo e dalla stampa amica dell’esecutivo, si dileggiava la giunta lombarda ed il suo presidente, Attilio Fontana, per aver allestito un ospedale Covid nella Fiera di Milano, oggi essenziale per ospitare malati che le strutture ospedaliere della Lombardia non riescono a ricoverare. Si era parlato di sperpero del denaro pubblico. Ed invece era solo preveggenza-

Giuseppe Leone

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