Lo stop al superbonus e la strage delle imprese

Draghi ha bloccato i fondi per le ristrutturazioni agevolate. Ora migliaia di imprese rischiano di fallire il 30 settembre. Nel silenzio della politica.

Centinaia di imprese edili del nostro Paese potrebbero fallire a fine mese. Non per il caro bollette, ma per la spada di Damocle del Superbonus 110%, che ha fissato la scadenza del 30 settembre per il raggiungimento del 30 percento dei lavori. Entro quella data le ditte di costruzioni dovranno presentare il Sal, il documento di Stato Avanzamento Lavori che attesta gli interventi realizzati. Non basta semplicemente effettuare il pagamento di quei lavori, ma bisogna dimostrare che sono stati completati. Una certificazione che molte imprese non saranno in grado di presentare e non per la responsabilità dei costruttori, bensì per l’iter travagliato del 110%, che ha visto parecchi “stop and go”. La misura, varata dal governo Conte con un investimento di 33,3 miliardi di euro, era stata accolta dagli imprenditori edili come nuova linfa per far ripartire un mercato sofferente. Senza contare che l’incentivo è stato ideato nel segno del green e dell’adeguamento energetico. Per le casse dello Stato, socio maggioritario senza rischi di qualsiasi contribuente italiano, il Superbonus è stato un grande affare, visto che ha generato valore per circa 125 miliardi di euro, ma il provvedimento è stato scritto così male da diventare un boomerang per le imprese. Dalla sua introduzione, il 110% ha dovuto fare i conti con una serie di revisioni, soprattutto relative all’acquisto del credito da parte delle banche e degli intermediari. Il meccanismo è complesso e ha creato confusione anche tra gli addetti ai lavori, che si sono trovati davanti a procedure differenti a seconda dell’istituto di credito al quale si sono rivolti. I nodi sono venuti al pettine proprio su quello che viene ritenuto un vero e proprio mercato dei crediti. Le aziende, infatti, dopo la definizione del progetto e la presentazione di un piano economico di avanzamento lavori, cominciano con gli interventi, fanno la fattura e maturano un credito che va a finire nel cassetto fiscale della società. Quel credito si tramuta in denaro quando le banche lo comprano, in un meccanismo che prevede la successiva vendita a società e fondi. Una partita di giro insomma, vantaggiosa per gli istituti bancari e necessaria per le società, che grazie alla liquidità possono proseguire con le opere commissionate. “Il superbonus ha funzionato fino a febbraio-marzo, poi gli intermediari hanno chiuso i rubinetti e smesso di acquistare i crediti, tanto che migliaia di aziende si sono trovati i cassetti fiscali pieni di crediti che non riescono a vendere”, ha spiegato Rocco Prestia, ingegnere e titolare di un’impresa edile del Modenese. “Siamo finiti in uno stallo dal quale non sappiamo come uscirne, perché lo stop delle banche all’acquisto dei crediti e la mancanza di informazioni da parte del governo sul futuro del Superbonus creano instabilità agli addetti al settore in quanto, a causa dell’aumento delle materie prime, la maggior parte delle imprese si è concentrato sul 110%”. Con due effetti: l’inserimento di fondi esteri che stanno alzando il tiro per comprare i crediti a prezzi stracciati e l’avvio di contenziosi con i clienti, che avevano contrattato privatamente l’acquisto dei crediti con le banche e che, di fronte al blocco, non hanno voluto far fronte al pagamento. Un atteggiamento che nasce dal messaggio propagandistico di Giuseppe Conte, il quale ha fatto credere ai cittadini di poter sistemare casa gratis. L’equivoco ha generato non pochi dissidi con i clienti, irremovibili a non voler pagare un euro di tasca propria, tanto da lasciare fuori dalle ristrutturazioni le pertinenze non rimborsabili. E pensare che il Superbonus permette a famiglie e condomini di raggiungere un’autonomia energetica e di risparmiare anche sul gas. Un progetto all’avanguardia, con cappotto esterno, fotovoltaico e infissi termoisolanti permette al proprietario di una monofamiliare di non abbattere fortemente i consumi derivanti da termosifoni e aria condizionata. E il tutto rimborsato per la quasi totalità dell’opera. Se i proclami dei pentastellati da un lato hanno tratto in inganno i cittadini sulla gratuità dei lavori, sul versante imprese hanno creato l’idea di affari d’oro, tale da attrarre truffatori che hanno creato imprese intestate a prestanome e sottratto quasi 6 miliardi allo Stato. Motivo per il quale il governo Draghi è intervenuto, a novembre scorso, con il Decreto Antifrode, che ha determinato lo stop dei lavori perché, a seguito della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, le banche hanno smesso di comprare i crediti, per scongiurare il rischio di finire implicati nelle frodi. Spiega Prestia: “Sarebbe bastato bloccare le ditte non certificate anziché bloccare chiunque a causa dei furbetti”. Due pesi e due misure, visto che a nessuno è venuto in mente di sospendere il reddito di cittadinanza per colpa dei percettori che non ne hanno diritto. “Paradossalmente”, aggiunge l’ingegnere, “sarebbe stato preferibile un bonus al 90%, che avrebbe limitato i truffatori ed evitato l’idea del regalo nella mente dei clienti”. E ora il tempo stringe, perché a fine mese dovranno essere presentati i Sal e molte aziende falliranno, visto che a causa di quei crediti stagnanti non hanno potuto far fronte agli interventi. Senza contare la difficoltà di rientrare nei costi per l’aumento spropositato del prezzo dei materiali. “Non sappiamo cosa succederà e non possiamo fare programmazione, con la campagna elettorale il Superbonus è sparito. Se ripartirà”, ha concluso Prestia, “potrebbe dare impulso alle imprese, altrimenti sarà un default”. La misura, infatti, non sembra essere un tema per la politica. Nei programmi elettorali non ce n’è traccia e quel poco che c’è resta confuso. Solo il M5S ne propone la stabilizzazione, definendo il bonus un “successo”. Il centrodestra parla di riordino degli incentivi fiscali per l’efficientamento energetico e solo la Lega entra nello specifico, prevedendo “un intervento sulla misura che garantisca garanzie per l’accesso all’agevolazione fiscale per tutti i soggetti che hanno maturato il diritto”, rendendo il Superbonus più applicabile “contemperando le esigenze di contenimento degli oneri a carico dello Stato con quelle di riqualificazione energetica e adeguamento antisismico”. Neanche un riferimento al 110% dal Pd. Lega e Italia Viva, intanto, hanno presentato un emendamento nel quale si chiede di prorogare la scadenza attuale.

Draghi ha bloccato i fondi per le ristrutturazioni agevolate. Ora migliaia di imprese rischiano di fallire il 30 settembre. Nel silenzio della politica.

Centinaia di imprese edili del nostro Paese potrebbero fallire a fine mese. Non per il caro bollette, ma per la spada di Damocle del Superbonus 110%, che ha fissato la scadenza del 30 settembre per il raggiungimento del 30 percento dei lavori. Entro quella data le ditte di costruzioni dovranno presentare il Sal, il documento di Stato Avanzamento Lavori che attesta gli interventi realizzati. Non basta semplicemente effettuare il pagamento di quei lavori, ma bisogna dimostrare che sono stati completati. Una certificazione che molte imprese non saranno in grado di presentare e non per la responsabilità dei costruttori, bensì per l’iter travagliato del 110%, che ha visto parecchi “stop and go”. La misura, varata dal governo Conte con un investimento di 33,3 miliardi di euro, era stata accolta dagli imprenditori edili come nuova linfa per far ripartire un mercato sofferente. Senza contare che l’incentivo è stato ideato nel segno del green e dell’adeguamento energetico. Per le casse dello Stato, socio maggioritario senza rischi di qualsiasi contribuente italiano, il Superbonus è stato un grande affare, visto che ha generato valore per circa 125 miliardi di euro, ma il provvedimento è stato scritto così male da diventare un boomerang per le imprese. Dalla sua introduzione, il 110% ha dovuto fare i conti con una serie di revisioni, soprattutto relative all’acquisto del credito da parte delle banche e degli intermediari. Il meccanismo è complesso e ha creato confusione anche tra gli addetti ai lavori, che si sono trovati davanti a procedure differenti a seconda dell’istituto di credito al quale si sono rivolti. I nodi sono venuti al pettine proprio su quello che viene ritenuto un vero e proprio mercato dei crediti. Le aziende, infatti, dopo la definizione del progetto e la presentazione di un piano economico di avanzamento lavori, cominciano con gli interventi, fanno la fattura e maturano un credito che va a finire nel cassetto fiscale della società. Quel credito si tramuta in denaro quando le banche lo comprano, in un meccanismo che prevede la successiva vendita a società e fondi. Una partita di giro insomma, vantaggiosa per gli istituti bancari e necessaria per le società, che grazie alla liquidità possono proseguire con le opere commissionate. “Il superbonus ha funzionato fino a febbraio-marzo, poi gli intermediari hanno chiuso i rubinetti e smesso di acquistare i crediti, tanto che migliaia di aziende si sono trovati i cassetti fiscali pieni di crediti che non riescono a vendere”, ha spiegato Rocco Prestia, ingegnere e titolare di un’impresa edile del Modenese. “Siamo finiti in uno stallo dal quale non sappiamo come uscirne, perché lo stop delle banche all’acquisto dei crediti e la mancanza di informazioni da parte del governo sul futuro del Superbonus creano instabilità agli addetti al settore in quanto, a causa dell’aumento delle materie prime, la maggior parte delle imprese si è concentrato sul 110%”. Con due effetti: l’inserimento di fondi esteri che stanno alzando il tiro per comprare i crediti a prezzi stracciati e l’avvio di contenziosi con i clienti, che avevano contrattato privatamente l’acquisto dei crediti con le banche e che, di fronte al blocco, non hanno voluto far fronte al pagamento. Un atteggiamento che nasce dal messaggio propagandistico di Giuseppe Conte, il quale ha fatto credere ai cittadini di poter sistemare casa gratis. L’equivoco ha generato non pochi dissidi con i clienti, irremovibili a non voler pagare un euro di tasca propria, tanto da lasciare fuori dalle ristrutturazioni le pertinenze non rimborsabili. E pensare che il Superbonus permette a famiglie e condomini di raggiungere un’autonomia energetica e di risparmiare anche sul gas. Un progetto all’avanguardia, con cappotto esterno, fotovoltaico e infissi termoisolanti permette al proprietario di una monofamiliare di non abbattere fortemente i consumi derivanti da termosifoni e aria condizionata. E il tutto rimborsato per la quasi totalità dell’opera. Se i proclami dei pentastellati da un lato hanno tratto in inganno i cittadini sulla gratuità dei lavori, sul versante imprese hanno creato l’idea di affari d’oro, tale da attrarre truffatori che hanno creato imprese intestate a prestanome e sottratto quasi 6 miliardi allo Stato. Motivo per il quale il governo Draghi è intervenuto, a novembre scorso, con il Decreto Antifrode, che ha determinato lo stop dei lavori perché, a seguito della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, le banche hanno smesso di comprare i crediti, per scongiurare il rischio di finire implicati nelle frodi. Spiega Prestia: “Sarebbe bastato bloccare le ditte non certificate anziché bloccare chiunque a causa dei furbetti”. Due pesi e due misure, visto che a nessuno è venuto in mente di sospendere il reddito di cittadinanza per colpa dei percettori che non ne hanno diritto. “Paradossalmente”, aggiunge l’ingegnere, “sarebbe stato preferibile un bonus al 90%, che avrebbe limitato i truffatori ed evitato l’idea del regalo nella mente dei clienti”. E ora il tempo stringe, perché a fine mese dovranno essere presentati i Sal e molte aziende falliranno, visto che a causa di quei crediti stagnanti non hanno potuto far fronte agli interventi. Senza contare la difficoltà di rientrare nei costi per l’aumento spropositato del prezzo dei materiali. “Non sappiamo cosa succederà e non possiamo fare programmazione, con la campagna elettorale il Superbonus è sparito. Se ripartirà”, ha concluso Prestia, “potrebbe dare impulso alle imprese, altrimenti sarà un default”. La misura, infatti, non sembra essere un tema per la politica. Nei programmi elettorali non ce n’è traccia e quel poco che c’è resta confuso. Solo il M5S ne propone la stabilizzazione, definendo il bonus un “successo”. Il centrodestra parla di riordino degli incentivi fiscali per l’efficientamento energetico e solo la Lega entra nello specifico, prevedendo “un intervento sulla misura che garantisca garanzie per l’accesso all’agevolazione fiscale per tutti i soggetti che hanno maturato il diritto”, rendendo il Superbonus più applicabile “contemperando le esigenze di contenimento degli oneri a carico dello Stato con quelle di riqualificazione energetica e adeguamento antisismico”. Neanche un riferimento al 110% dal Pd. Lega e Italia Viva, intanto, hanno presentato un emendamento nel quale si chiede di prorogare la scadenza attuale.

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