L’Ora e la sua leggenda

 

 

Il romanzo di un giornale raccontato dai suoi cronisti

 Quando un giornale muore si lascia dietro tracce e rimpianti ma non sempre riesce a trasmettere e custodire nel tempo il valore della sua memoria. Pare che “L’Ora” sia un’eccezione. Dopo aver concluso la sua esistenza nel 1992, ha alimentato un filone inesauribile di rievocazioni storiche, giornalistiche, cinematografiche, documentaristiche che ne hanno descritto il profilo di un diario civile del Novecento siciliano… Tante volte è stato rievocato il clima di quelle esperienze nelle quali si sono formate tre generazioni di giornalisti che poi hanno trasferito nel grande giro nazionale un modello memorabile di tecniche e di saperi professionali. Così Franco Nicastro ricorda il giornale palermitano nella sua testimonianza doc, nel libro “L’Ora. Edizione straordinaria” (Ed. Regione Siciliana), al pari delle altre, tutte di “grandi firme” della redazione: da Marcello Sorgi ad Antonio Calabrò; da Francesco La Licata a Sergio Buonadonna; da Attilio Bolzoni a Bianca Stancanelli.  Basta scorrere l’indice e leggere i titoli delle 51 testimonianze per capire cosa è stata la “leggenda” de L’Ora. Da “La grande nera che presidiava i fatti” a “La piovra, il corvo, la talpa e la cultura dei siciliani”; e ancora: “La notte del terremoto che ci battezzò cronisti”;  “Le donne e i diritti: tutto cominciò da Franca Viola”; “Fotogiornalismo scelta vincente”; “Tutti i segreti appresi in cronaca”; “Lo stanzone dei collaboratori”. In sintesi, per tutti coloro che possono vantarsi con “io c’ero”, la consapevolezza di essere stati protagonisti di una “grande storia”. Cosa è stato L’Ora, nella storia dell’Italia del secolo scorso, è sottolineato da Mario Genco, nel primo intervento del libro. La lingua de L’Ora – scrive Genco – erano anche le sue inchieste; fu il primo giornale in Sicilia a istituzionalizzare l’inchiesta. Nei quasi 38 anni, da quando alla fine del 1954 era cominciata l’era della direzione Nisticò, fino al 9 maggio del 1992, quando cessò le pubblicazioni. Le inchieste si focalizzarono spesso sulla mafia: Cosimo Cristina, Mauro De Mauro e Giovanni Spampinato furono firme di spicco, pagando con la vita per il coraggio dei loro servizi. Marcello Sorgi nel suo intervento (“Quel laboratorio di artigianato pregiato”) scrive che lo schieramento messo su nel 1958, per la prima grande inchiesta sulla mafia, subito accompagnata da una bomba fatta esplodere nella tipografia del giornale, era stato il primo esempio del lavoro di squadra immaginato dal direttore. Giornalisti investigatori, frequentatori di bassifondi e corridoi di caserme, come il “maestro” Enzo Perrone, messi a fianco di scrittori e intellettuali come Marcello Cimino e Giuliano Saladino, di inviati di lunga lena venuti da Roma, come Felice Chilanti, e l’avvocato del giornale Nino Sorgi, il padre di Marcello, per valutare ogni conseguenza della materia scottante che doveva essere pubblicata.

Fare un buon giornale – scrive Antonio Calabrò nel suo ricordo – è come costruire ponti, per rendere più facile e frequente lo scambio d’idee, valori, progetti ed emozioni, tra parti diverse dell’opinione pubblica. La lunga esperienza di un piccolo-grande quotidiano come L’Ora, in tutto il corso di un Novecento tumultuoso, ne è la conferma. Calabrò ricorda anche la figura di Vittorio Nisticò, negli anni della sua direzione e poi nella stagione della presidenza della cooperativa editrice: “Il migliore interprete dell’anima del giornale”, orgogliosa, curiosa, autonoma; legata, comunque, a un’etica del giornalismo, della politica e della cultura tra le più solide e fertili nel panorama italiano contemporaneo. Inoltre c’era il “polmone” da cui L’Ora attingeva per i servizi: gli ospiti (soprattutto intellettuali), italiani e stranieri, che a giornale chiuso, nel pomeriggio, affollavano l’ufficio del Direttore, trasformato in salotto. Nelle pagine introduttive del libro, Nello Musumeci, Presidente della Regione siciliana, testimonia che certamente la cronaca nera fu il servizio di punta del quotidiano, ma anche la politica, la cultura, lo sport e persino gli esteri, con la lungimirante intuizione di aprire una finestra sul Mediterraneo e il mondo arabo, contrassegnarono un giornale dallo stile graffiante. È così che la Regione ha voluto concedere il patrocinio a questa opportuna iniziativa, che è al tempo stesso testimonianza e omaggio dall’alto valore culturale. Mentre Sergio Alessandro, dirigente generale dell’Assessorato regionale dei Beni culturali siciliani, sottolinea che le testimonianze raccolte in questo libro colpiscono; e che si avverte, prepotente, la traccia della grande professionalità di cui si nutrì quel tipo di giornalismo. Infine Carlo Pastena, Direttore della Biblioteca centrale della Regione, ricorda che per quasi un secolo, dal 1900 al 1992, L’Ora è stato uno dei più importanti giornali di Palermo, con le sue inchieste e cronache della città e i suoi titoli cubitali a tutta pagina. Mentre altri giornali palermitani nascevano e morivano nel giro di pochi mesi, L’Ora continuava la sua attività. Dopo la sua chiusura, nel 1999 la Soprintendenza archivistica statale dichiarava l’archivio del giornale di “grande interesse culturale”, portando la Regione siciliana a intervenire, acquistando questo fondo per preservarlo e depositandolo presso la Biblioteca centrale della Regione.  Il libro, su iniziativa degli ex giornalisti de “L’Ora”, è dedicato a Vittorio Nisticò che ha dato al giornale la sua impronta, da quando nel 1954 ne assunse la direzione, facendone il luogo d’incontro della più audace cultura siciliana.  Nisticò diceva ai redattori che bisognava fare goal; per questo non basta portare avanti la palla, serve il gioco di squadra. E il gioco di squadra ha fatto ancora goal con “L’Ora. Edizione straordinaria”.

 

 

Il romanzo di un giornale raccontato dai suoi cronisti

 Quando un giornale muore si lascia dietro tracce e rimpianti ma non sempre riesce a trasmettere e custodire nel tempo il valore della sua memoria. Pare che “L’Ora” sia un’eccezione. Dopo aver concluso la sua esistenza nel 1992, ha alimentato un filone inesauribile di rievocazioni storiche, giornalistiche, cinematografiche, documentaristiche che ne hanno descritto il profilo di un diario civile del Novecento siciliano… Tante volte è stato rievocato il clima di quelle esperienze nelle quali si sono formate tre generazioni di giornalisti che poi hanno trasferito nel grande giro nazionale un modello memorabile di tecniche e di saperi professionali. Così Franco Nicastro ricorda il giornale palermitano nella sua testimonianza doc, nel libro “L’Ora. Edizione straordinaria” (Ed. Regione Siciliana), al pari delle altre, tutte di “grandi firme” della redazione: da Marcello Sorgi ad Antonio Calabrò; da Francesco La Licata a Sergio Buonadonna; da Attilio Bolzoni a Bianca Stancanelli.  Basta scorrere l’indice e leggere i titoli delle 51 testimonianze per capire cosa è stata la “leggenda” de L’Ora. Da “La grande nera che presidiava i fatti” a “La piovra, il corvo, la talpa e la cultura dei siciliani”; e ancora: “La notte del terremoto che ci battezzò cronisti”;  “Le donne e i diritti: tutto cominciò da Franca Viola”; “Fotogiornalismo scelta vincente”; “Tutti i segreti appresi in cronaca”; “Lo stanzone dei collaboratori”. In sintesi, per tutti coloro che possono vantarsi con “io c’ero”, la consapevolezza di essere stati protagonisti di una “grande storia”. Cosa è stato L’Ora, nella storia dell’Italia del secolo scorso, è sottolineato da Mario Genco, nel primo intervento del libro. La lingua de L’Ora – scrive Genco – erano anche le sue inchieste; fu il primo giornale in Sicilia a istituzionalizzare l’inchiesta. Nei quasi 38 anni, da quando alla fine del 1954 era cominciata l’era della direzione Nisticò, fino al 9 maggio del 1992, quando cessò le pubblicazioni. Le inchieste si focalizzarono spesso sulla mafia: Cosimo Cristina, Mauro De Mauro e Giovanni Spampinato furono firme di spicco, pagando con la vita per il coraggio dei loro servizi. Marcello Sorgi nel suo intervento (“Quel laboratorio di artigianato pregiato”) scrive che lo schieramento messo su nel 1958, per la prima grande inchiesta sulla mafia, subito accompagnata da una bomba fatta esplodere nella tipografia del giornale, era stato il primo esempio del lavoro di squadra immaginato dal direttore. Giornalisti investigatori, frequentatori di bassifondi e corridoi di caserme, come il “maestro” Enzo Perrone, messi a fianco di scrittori e intellettuali come Marcello Cimino e Giuliano Saladino, di inviati di lunga lena venuti da Roma, come Felice Chilanti, e l’avvocato del giornale Nino Sorgi, il padre di Marcello, per valutare ogni conseguenza della materia scottante che doveva essere pubblicata.

Fare un buon giornale – scrive Antonio Calabrò nel suo ricordo – è come costruire ponti, per rendere più facile e frequente lo scambio d’idee, valori, progetti ed emozioni, tra parti diverse dell’opinione pubblica. La lunga esperienza di un piccolo-grande quotidiano come L’Ora, in tutto il corso di un Novecento tumultuoso, ne è la conferma. Calabrò ricorda anche la figura di Vittorio Nisticò, negli anni della sua direzione e poi nella stagione della presidenza della cooperativa editrice: “Il migliore interprete dell’anima del giornale”, orgogliosa, curiosa, autonoma; legata, comunque, a un’etica del giornalismo, della politica e della cultura tra le più solide e fertili nel panorama italiano contemporaneo. Inoltre c’era il “polmone” da cui L’Ora attingeva per i servizi: gli ospiti (soprattutto intellettuali), italiani e stranieri, che a giornale chiuso, nel pomeriggio, affollavano l’ufficio del Direttore, trasformato in salotto. Nelle pagine introduttive del libro, Nello Musumeci, Presidente della Regione siciliana, testimonia che certamente la cronaca nera fu il servizio di punta del quotidiano, ma anche la politica, la cultura, lo sport e persino gli esteri, con la lungimirante intuizione di aprire una finestra sul Mediterraneo e il mondo arabo, contrassegnarono un giornale dallo stile graffiante. È così che la Regione ha voluto concedere il patrocinio a questa opportuna iniziativa, che è al tempo stesso testimonianza e omaggio dall’alto valore culturale. Mentre Sergio Alessandro, dirigente generale dell’Assessorato regionale dei Beni culturali siciliani, sottolinea che le testimonianze raccolte in questo libro colpiscono; e che si avverte, prepotente, la traccia della grande professionalità di cui si nutrì quel tipo di giornalismo. Infine Carlo Pastena, Direttore della Biblioteca centrale della Regione, ricorda che per quasi un secolo, dal 1900 al 1992, L’Ora è stato uno dei più importanti giornali di Palermo, con le sue inchieste e cronache della città e i suoi titoli cubitali a tutta pagina. Mentre altri giornali palermitani nascevano e morivano nel giro di pochi mesi, L’Ora continuava la sua attività. Dopo la sua chiusura, nel 1999 la Soprintendenza archivistica statale dichiarava l’archivio del giornale di “grande interesse culturale”, portando la Regione siciliana a intervenire, acquistando questo fondo per preservarlo e depositandolo presso la Biblioteca centrale della Regione.  Il libro, su iniziativa degli ex giornalisti de “L’Ora”, è dedicato a Vittorio Nisticò che ha dato al giornale la sua impronta, da quando nel 1954 ne assunse la direzione, facendone il luogo d’incontro della più audace cultura siciliana.  Nisticò diceva ai redattori che bisognava fare goal; per questo non basta portare avanti la palla, serve il gioco di squadra. E il gioco di squadra ha fatto ancora goal con “L’Ora. Edizione straordinaria”.

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