Luca Gnizio: l’arte è ecosocial

Ha fuso arte ed ecologia quando i due concetti erano agli antipodi. Studiando come tradurre i due mondi in un’opera sola. Ridando vita a ciò che sembrava destinato ad essere perduto e recuperando non solo materia, ma anche anima.
Grazie alla formazione artistico-tecnica di disegnatore industriale unita ad una spiccata sensibilità ai temi ambientali, Luca Gnizio immagina un design rivolto all’aiuto ecologico e sociale. E lo fa partendo dagli scarti di produzione delle aziende. Un’intuizione che trasforma un rifiuto da smaltire, sia in termini economici, che ambientali, in risorsa.
In pochi anni attira l’interesse della critica italiana ed estera: alcune importanti aziende e multinazionali credono in lui e puntano sulla sua idea di design ecosociale. Da Bmw, a Levi Strauss, a Cosmave, per citarne alcune. Due invece, i brevetti ecologici ottenuti riciclando la fibra di carbonio, uno dei quali ha preso le forme di Forvenicemask, opera d’arte esposta permanente al Museo del Vetro di Murano.
Oggi, tra gli artisti più esposti al mondo, si racconta a L’Identità attraverso le sue opere, che stanno facendo il giro del globo attraverso le ambasciate, con un messaggio che salverà il pianeta, grazie alla bellezza.

Tredici anni fa, nel 2009, hai creato la figura dell’ecosocial artist. Cosa ti ha spinto a muoverti verso questa ricerca?
Ho avuto forte sensibilità fin da bambino verso i temi ecologici. Nei primi anni 80 si parlava già di effetto serra e delle conseguenze devastanti che avrebbe avuto. All’esame di terza media, in un tema su come mi sarei visto a 35 anni, preferii parlare di cosa avrei visto attorno a me: da una Venezia allagata alla desertificazione. Fui drastico: oggi ne ho 41 e Venezia sta ancora lì, questo per dire quanto fossi sensibile alla tematica. Dopo gli studi d’arte e design industriale, ho lavorato in azienda: formativa ma limitante per la mia visione. La mia necessità di parlare con la mia voce era più forte rispetto alla sicurezza del posto fisso, con l’arte come costola. Nel frattempo però avevo esposto ad un Fuorisalone di Milano. L’esperienza in azienda mi ha fatto capire quanto materiale di scarto si produceva e quanto questo rappresentasse un costo. Ho cercato di capire se ci fosse una possibilità di trasformare un costo in un valore, o quanto meno di abbatterlo. La mia ricerca del bello ovunque ha fatto il resto.

Quando sei arrivato tu, l’arte andava in altra direzione, e la moda si affacciava a malapena al concetto di sostenibilità. Come ti sei imposto con la tua visione nel mondo viziato dei collezionisti?
Le aziende, prima ancora dei collezionisti, investivano su artisti a ritorno sicuro. Ho dovuto autoprodurmi. Allora usare materiali di scarto era per me anche la scelta più sostenibile, anche in senso economico. In realtà la mia forma mentis mi porta a plasmare qualsiasi cosa mi trovi tra le mani. Ho avuto la fortuna di incontrare gente che abbia compreso ciò che andava oltre la sola bellezza per l’occhio e che ha sposato anche il mio messaggio.

Materiali destinati all’inceneritore che tornano ad avere funzione, pratica o prettamente artistica. Cosa ti fa intuire che ci sia del potenziale?
Il potenziale in ogni materiale che mi viene presentato è una sfida da vincere. Quello più conosciuto magari è stato più utilizzato e quindi viene più facilmente compreso: la sfida creativa diventa maggiore, per fare qualcosa di nuovo. A me interessa che non ci sia superficialità sulla materia prima ma su ciò che ci porta quando diventa arte.

Hai tradotto in cristallo la fibra di carbonio. E questo ti sta portando in giro per il mondo.
L’opera Forsoulworld è in un percorso triennale di esposizione nelle ambasciate d’Italia nel mondo, è l’emblema della mia missione: sdoganando l’idea che da un materiale di scarto si possano ottenere solo prodotti di minor valore, io ci vedo l’opportunità di rendere un risultato sofisticato, innovativo, emotivo, di aiuto ecologico e sociale. L’opera è una sfera che contiene fibre di carbonio. La prima volta che si può apprezzare un tessuto dentro un materiale vitreo. Viaggia con l’opera Forstreet (in foto) dove si riciclano asfalto e ferro, col medesimo concetto.

Collettività: parola che ripeti spesso. Cosa significa per te?
Creare un abbraccio dove con la password “riutilizzo” si connettono più mondi e più aiuti. Il messaggio è collettivo anche se il significato è uno. 

Ha fuso arte ed ecologia quando i due concetti erano agli antipodi. Studiando come tradurre i due mondi in un’opera sola. Ridando vita a ciò che sembrava destinato ad essere perduto e recuperando non solo materia, ma anche anima.
Grazie alla formazione artistico-tecnica di disegnatore industriale unita ad una spiccata sensibilità ai temi ambientali, Luca Gnizio immagina un design rivolto all’aiuto ecologico e sociale. E lo fa partendo dagli scarti di produzione delle aziende. Un’intuizione che trasforma un rifiuto da smaltire, sia in termini economici, che ambientali, in risorsa.
In pochi anni attira l’interesse della critica italiana ed estera: alcune importanti aziende e multinazionali credono in lui e puntano sulla sua idea di design ecosociale. Da Bmw, a Levi Strauss, a Cosmave, per citarne alcune. Due invece, i brevetti ecologici ottenuti riciclando la fibra di carbonio, uno dei quali ha preso le forme di Forvenicemask, opera d’arte esposta permanente al Museo del Vetro di Murano.
Oggi, tra gli artisti più esposti al mondo, si racconta a L’Identità attraverso le sue opere, che stanno facendo il giro del globo attraverso le ambasciate, con un messaggio che salverà il pianeta, grazie alla bellezza.

Tredici anni fa, nel 2009, hai creato la figura dell’ecosocial artist. Cosa ti ha spinto a muoverti verso questa ricerca?
Ho avuto forte sensibilità fin da bambino verso i temi ecologici. Nei primi anni 80 si parlava già di effetto serra e delle conseguenze devastanti che avrebbe avuto. All’esame di terza media, in un tema su come mi sarei visto a 35 anni, preferii parlare di cosa avrei visto attorno a me: da una Venezia allagata alla desertificazione. Fui drastico: oggi ne ho 41 e Venezia sta ancora lì, questo per dire quanto fossi sensibile alla tematica. Dopo gli studi d’arte e design industriale, ho lavorato in azienda: formativa ma limitante per la mia visione. La mia necessità di parlare con la mia voce era più forte rispetto alla sicurezza del posto fisso, con l’arte come costola. Nel frattempo però avevo esposto ad un Fuorisalone di Milano. L’esperienza in azienda mi ha fatto capire quanto materiale di scarto si produceva e quanto questo rappresentasse un costo. Ho cercato di capire se ci fosse una possibilità di trasformare un costo in un valore, o quanto meno di abbatterlo. La mia ricerca del bello ovunque ha fatto il resto.

Quando sei arrivato tu, l’arte andava in altra direzione, e la moda si affacciava a malapena al concetto di sostenibilità. Come ti sei imposto con la tua visione nel mondo viziato dei collezionisti?
Le aziende, prima ancora dei collezionisti, investivano su artisti a ritorno sicuro. Ho dovuto autoprodurmi. Allora usare materiali di scarto era per me anche la scelta più sostenibile, anche in senso economico. In realtà la mia forma mentis mi porta a plasmare qualsiasi cosa mi trovi tra le mani. Ho avuto la fortuna di incontrare gente che abbia compreso ciò che andava oltre la sola bellezza per l’occhio e che ha sposato anche il mio messaggio.

Materiali destinati all’inceneritore che tornano ad avere funzione, pratica o prettamente artistica. Cosa ti fa intuire che ci sia del potenziale?
Il potenziale in ogni materiale che mi viene presentato è una sfida da vincere. Quello più conosciuto magari è stato più utilizzato e quindi viene più facilmente compreso: la sfida creativa diventa maggiore, per fare qualcosa di nuovo. A me interessa che non ci sia superficialità sulla materia prima ma su ciò che ci porta quando diventa arte.

Hai tradotto in cristallo la fibra di carbonio. E questo ti sta portando in giro per il mondo.
L’opera Forsoulworld è in un percorso triennale di esposizione nelle ambasciate d’Italia nel mondo, è l’emblema della mia missione: sdoganando l’idea che da un materiale di scarto si possano ottenere solo prodotti di minor valore, io ci vedo l’opportunità di rendere un risultato sofisticato, innovativo, emotivo, di aiuto ecologico e sociale. L’opera è una sfera che contiene fibre di carbonio. La prima volta che si può apprezzare un tessuto dentro un materiale vitreo. Viaggia con l’opera Forstreet (in foto) dove si riciclano asfalto e ferro, col medesimo concetto.

Collettività: parola che ripeti spesso. Cosa significa per te?
Creare un abbraccio dove con la password “riutilizzo” si connettono più mondi e più aiuti. Il messaggio è collettivo anche se il significato è uno. 

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